“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime di Jacopo Caneva”. Un saggio che mi ha rubato il cuore.

Tempo fa sono stata contattata da una casa editrice di nome Goware editore affinché dessi uno sguardo al loro catalogo per vedere se ci fosse qualche titolo di mio gusto.

Inutile dire che non appena i miei occhi si sono posati sulla loro sezione dedicata alla saggistica, e in particolare al cinema, ho avuto un tuffo al cuore.

Chi mi segue da un poco sa quanto io sia legata ai film e quanto significhino per me, quindi non vi meraviglierá sapere che ho chiesto subito di poter leggere il saggio dedicato a Miyazaki e alla sua produzione cinematografica, ad opera di Jacopo Caneva.

“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime” analizza tutta la produzione cinematografica dello Studio Ghibli in ordine cronologico, concentrandosi soprattutto sulla figura onnipresente dei due registi e co-creatori della casa di animazione: Hayao Miyazaki e Isao Takahata (venuto purtroppo a mancare quest’anno).

Da grande amante dello Studio Ghibli e della produzione soprattutto di Miyazaki, sono stata felice di poter scoprire le pellicole di Takahata che mi erano quasi tutte sconosciute eccetto che per “La storia della principessa splendente”.

L’autore approfondisce in modo semplice, chiaro e competente tutti i temi alla base dei film dei due registi, dando anche uno scorcio della realtà interiore di Miyazaki e Takahata che hanno messo molto della loro vita e delle loro esperienze, oltre che delle loro idee etiche, politiche e sociali, nelle pellicole che hanno diretto (come il fatto che per Miyazaki non esista una netta divisione tra buoni e cattivi, ma solo la guerra è il Male assoluto, e lui era bambino durante il secondo conflitto mondiale).

La distinzione tra buoni e cattivi è sempre infatti molto labile e, nei casi in cui l’unico antagonista non è la Guerra, lo sono personaggi che rappresentano l’essenza più profonda e remota, quindi orribile ed indescrivibile, del concetto di Conflitto: parlo ad esempio del Lepka di Conan o del Muska di Laputa.

Particolarmente interessante è stato scoprire che il lungometraggio che ha dato anche un volto allo Studio Ghibli, ovvero “Il mio vicino Totoro”, era stato inizialmente concepito da Miyazaki come un cortometraggio che avrebbe dovuto alleggerire agli spettatori la visione del ben più pesante emotivamente “Una tomba per le lucciole” del collega e amico Takahata. I due film affrontano entrambi la tematica “dell’innocenza dei bambini” anche se utilizzando due schemi narrativi diversi.

I bambini che nascono sanno in qualche modo che non vivono in un mondo benedetto.

In questi due film appare palese la differenza tra il più ancorato al suolo e serio Takahata e Miyazaki sempre tra le nuvole, leggero, amante del volo (altro dettaglio ben presente nelle pellicole da lui dirette!). Ma entrambi affrontano nei loro film tematiche importanti, donando allo spettatore due modi di rappresentare le cose diversi, ma che condividono profondità e riflessione.

Una scrittura fluida, semplice, ma ricca di informazioni e spiegazioni, descrive ogni dettaglio dietro una certa scena o sequenza, il perchè sia stata girata in un certo modo, come ad esempio l’ecologia e l’eco pacifismo accompagnino spesso la produzione di Miyazaki (Nausicaa nella valle del vento e Principessa Mononoke rappresentano entrambi due sviluppi diversi dell’eterna lotta tra Uomo/Natura), mentre gli stessi temi in maniera diversa vengono raccontati da Takahata, che con PomPoko regala una visione della globalizzazione e dello sfruttamento delle risorse naturali comica ma non per questo meno profonda (l’umorismo di Takahata nel raccontare una lotta tra procioni e uomo che vuole distruggere la loro casa come metafora del consumismo ed occidentalizzazione del Giappone è qualcosa di straordinario).

Le azioni portate avanti dai Tanuki non sono viste in maniera maestosa con esplosioni orchestrali alla maniera di Joe Hisaishi, ma sempre con l’occhio critico e ironico di chi ha già Passato mo(vi)menti del genere, e sa che se il pensiero di partenza, ovvero il più ingenuo, è condivisibile, quasi sempre i mezzi sono sbagliati e spesso la forza del pensiero nemico è più forte della propria.

Ma quello che rende questo saggio particolare è che Jacopo Caneva analizza ogni pellicola fornendo al lettore un approfondimento anche sulla colonna sonora, raccontando il perchè di una determinata scelta musicale e analizzando la melodia mentre ripercorre le scene che accompagna (d’altronde Caneva Studia arpa, composizione e lettura della partitura). Tramite questo metodo non solo aiuta il lettore a dare maggiore enfasi a ciò che vede, ma gli permette di avere una doppia chiave di lettura dei film, lasciando che la musica completi la meraviglia dell’animazione e della narrazione.

Egli ci racconta la storia di una casa di animazione partita dal nulla per diventare una delle più famose al mondo, e ci narra di due uomini, due creativi e maestri per le future generazioni, che si sono schierati contro la guerra, che hanno vissuto cose pesanti che però non li hanno amareggiati o resi cinici, ma sono state trasformate in qualcosa di puro e bello, in film che insegnano tanto a bambini e adulti (inoltre dello stesso autore inoltre ho già adocchiato anche un saggio sull’opera di Tim Burton che di sicuro non mi lascerò scappare!).

Mi fermo qui perchè vorrei che scopriste da soli i contenuti di questo saggio: vi dico solo che dopo averlo letto ho cominciato una maratona dei film Ghibli che sto rivedendo con occhi completamente nuovi, e non posso fare altro che consigliarvi di leggere questa piccola grande opera.

E voi lo conoscete? Lo leggerete? Fatemi sapere.

A presto

Anna Elisa

“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime di Jacopo Caneva, Goware Editore: https://amzn.to/2kCFnKU

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– “La forma dell’acqua”: una recensione

“The Shape of Water” o “La forma dell’ acqua” ha debuttato nelle sale italiane il giorno di San Valentino, quando tristemente ero già preparata al bombardamento solito della conclusione di quella trilogia chiamata “Cinquanta Sfumature”.

Per fortuna Guillermo Del Toro è giunto in mio soccorso concedendomi di associare alla festa degli innamorati un film che attendevo da tanto.

“La forma dell’acqua” è la storia di Elisa, una donna muta che lavora in un edificio del governo facendo le pulizie. Elisa vive la sua vita ordinaria nonostante lei di ordinario abbia ben poco. Infatti ogni giorno si sveglia, prepara le uova sode e nel mentre si masturba nella vasca da bagno (e del Toro ha inserito l’argomento sessuale a mio parere in modo molto naturale), poi prepara qualcosa da mangiare anche per il suo vicino di casa, Giles, artista ormai abbattuto dall’etá e dalla modernità, e infine prende il bus che la porta a lavoro ogni giorno secondo i turni che le toccano, che divide con l’amica Zelda, una simpatica ed energica donna di colore che non fa che parlare del marito e di quanto poco lo tolleri. E’ una routine che si ripete, ma che la protagonista arricchisce con il suo modo di vivere e percepire ciò che la circonda.

Ma improvvisamente nei laboratori arriva una creatura prodigiosa che viene tenuta sotto chiave. Viene maltrattata, torturata, studiata. Quello che tutti definiscono un mostro per Elisa diventa l’unico individuo in grado di vederla davvero per chi è e non per quello di cui è mancante.

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Tra i due nasce un rapporto unico, profondo, che non ha bisogno di parole ma è reso palese dai gesti, gli sguardi e le azioni.

E quando Elisa si renderà conto che quella bellissima e unica creatura ha i giorni contati, deciderà di rischiare ogni cosa per salvarla.

Del Toro non si smentisce: guardando il film i rimandi al ben più noto “Il labirinto del fauno” sono apparsi palesi ai miei occhi. Elisa infatti viene presentata come una outcast, una donna che vive la vita in modo diverso rispetto agli altri, quasi come se venisse da un altro mondo, che percepisce tutto in modo diverso. I suoni per lei sono fondamentali, adora la musica (a tal proposito la colonna sonora rasenta la perfezione), e si discosta dallo stereotipo femminile sottomesso e perbenista dell’epoca (sin dalle prime scene ci rendiamo conto di quanto il suo personaggio sia distante dal modello femminile dominante durante gli anni’60, non proprio i migliori sia per il genere femminile che per individui di razza diversa da quella caucasica), poichè sa essere delicata quanto decisa, disinibita con la sua sessualità (ho adorato questo aspetto) senza scendere nell’ostentazione.

Il punto di forza del film sta nei dettagli: i particolari delle inquadrature, i richiami continui all’acqua come elemento fondamentale per la storia (sia per la creatura che vive in essa, sia per Elisa che orfana fu ritrovata vicino a un fiume, sia perchè sembra come se piovesse di continuo, e più ci si avvicina all’epilogo più l’acqua si fa presente, dominante, forte), il colore verde, simbolo del futuro, presente in ogni sfumatura e su ogni personaggio, eccetto sul “cattivo”, che sembra l’unico a non essere in grado di apprezzare questo colore (a tal proposito c’è una scena che coinvolge un’auto, che sembra verde ma che egli si convince essere azzurro spento, forse perché simbolo del suo rimanere ancorato al presente) o il rosso, che rompe la palette dei verdi insinuandosi come simbolo dell’amore, della tenerezza, della passione, della gentilezza, e mi è rimasta impressa la scena in cui all’inizio Elisa osserva delle scarpe rosse in una vetrina, come se non potesse permettersele, mentre successivamente, dopo l’incontro con la creatura, le indossa, proprio come se anche lei sentisse di meritare ciò che desidera, viverlo, e indossarlo.

Più nel dettaglio il personaggio “negativo” della storia, colui che maltratta la creatura, il gelido burocrate che la vede come una cosa piuttosto che come un essere senziente e vivente, è interpretato da uno strabiliante Michael Shannon (giusto per citarvi due film lo si può vedere in “Revolutionary Road” e “Animali notturni” dove la sua bravura è innegabile), che riesce a rendere umano il cattivo, giustificabile ma non perdonabile nel comportamento conseguenza di una educazione tutta americana volta alla perfezione, al dover dimostrare di continuo la propria forza per essere definito uomo (e ci sono rimandi a questo suo modo di pensare nei dialoghi, come quando accenna al fatto che un uomo si lava le mani una volta sola, o prima o dopo essere andato in bagno, altrimenti c’è qualcosa che non va), e alla necessità di avere sempre il controllo della situazione.

Il “diverso”, non nuovo alle storie di Del Toro, qui viene rappresentato non solo da Elisa e dalla creatura, ma anche da Giles il vicino omosessuale di Elisa, artista e gattaro, da Zelda che è una donna ed è di colore, dal dr. Hoffstetler scienziato con sani principi e una umanità che sembra cozzare con la freddezza dei suoi colleghi. Insomma ognuno di loro esce dallo stereotipo, soffre per l’incomprensione ma non per questo rinuncia a portare avanti le proprie idee.

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Tutti in qualche modo sono dei disadattati, vittime di qualcuno più forte, che sia una idea o un superiore, eppure ognuno di loro trova la forza di perseguire le proprie intenzioni, negative o positive che siano.

La storia è semplice, magari molti di noi l’avranno sentita miliardi di volte o magari no, ma bisogna a mio parere guardare al mezzo, a quello che accade tra l’inizio e la fine per percepire quanto Del Toro ha voluto comunicare.

Il linguaggio attraverso il quale parla il regista è quello fatto di immagini, inquadrature, movimenti: a tal proposito Sally Hawkins, l’attrice che interpreta Elisa, parla allo spettatore solo attraverso gli occhi e i gesti del linguaggio dei sordo/muti, eppure anche senza sottotitoli è chiaro cosa ella voglia comunicare. La dolcezza dei suoi occhi è disarmante, e non ci si sente mai tristi per lei, ma con lei, come ci si arrabbia con lei, si è felici con lei, si lotta con lei.

Quando mi guarda, il modo in cui mi guarda … Non sa, cosa mi manca … O – come – Sono incompleta. Mi vede, per quello che sono – come sono. È felice – di vedermi. Ogni volta. Ogni giorno. Ora, posso salvarlo … o lasciarlo morire. Se non facciamo niente noi siamo niente.

Io ho sentito un completo coinvolgimento, da un lato perchè innamorata della tecnica e della firma di Del Toro che dipinge anche la realtà come qualcosa di onirico e fiabesco, e dall’altro per l’empatia che inevitabilmente provo per i suoi personaggi.

Penso di aver detto tutto, anche se sono certa che a una seconda visione mi verranno in mente altre cose.

Spero che vedrete questo film, come spero che mi direte cosa ne pensate.

A presto

Anna Elisa

-L’amore in 3 film.

Non ho mai pensato che l’amore potesse essere ridotto a una unica forma, sarebbe troppo riduttivo. Ho sempre tenuto conto di diverse sfumature della stessa radice, ma è certo che l’amore passionale è la colorazione più conosciuta, ricercata, voluta. Domani è San Valentino, e per quanto sia una che non segue molto certe ricorrenze, inevitabilmente le mie riflessioni mi hanno condotta su questo sentimento, che ho visto declinato  in ogni forma visiva e uditiva.

Ma spesso è proprio lì dove non c’era intenzione di parlarne che io l’ho scorto: mi è sempre sembrata una ottima metafora dell’amore sentirlo anche quando non si vede, vederlo anche lì dove a un primo sguardo sembra non esserci.

Ed è per questo motivo che la mia classifica non sarà fatta dalle solite commedie romantiche che un po’ tutti conosciamo, ma di film che narrano tante cose, e che in fondo, in un modo o nell’altro, sono anche storie guidate dall’amore.

 

1. L’amore matematico. A beautiful mind. E’ la storia del matematico ed economista John Nash, affetto da schizofrenia e vincitore del Nobel per l’economia nel 1994 grazie ai suoi studi. Una classica biografia di uno dei più grandi economisti esistiti al mondo diventa un esercizio di recitazione e grandi interpretazioni da parte di Russel Crowe e la co-protagonista Jennifer Connelly. Vediamo una narrazione che ha come fulcro la vita di Nash in seguito alla laurea, quando comincia a lavorare sul suo progetto di ricerca, mentre la malattia si insinua nella sua esistenza. L’essere umano con le sue debolezze ma anche con il suo talento convivono in Nash raccontando allo spettatore quanta sofferenza sia presente anche nella vita di un uomo dalla grande intelligenza, un uomo che sembrerebbe poter risolvere facilmente ogni problema che gli si presenta. Nash all’apparenza appare freddo, quasi privo di ogni forma di empatia, schietto all’inverosimile, fino a risultare arrogante, ma sua moglie Alicia penetra quel muro di apparente indifferenza diventando un pilastro importantissimo nella sua vita, rimanendogli accanto anche quando si perde, anche quando si rifiuta di curarsi, anche quando crolla. C’è forza nell’amore, ma che può venire fuori solo nei momenti difficili, e la vita di Nash ne è stata costellata: eppure, come egli stesso dice nel film, l’amore gli ha permesso di trovare risposte là dove la logica non poteva arrivare, completandolo.

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Ho sempre creduto nei numeri. Nelle equazioni e nella logica che conduce al ragionamento. Ma dopo una vita spesa nell’ambito di questi studi, io mi chiedo: cos’è veramente la logica? Chi decide la ragione? La mia ricerca mi ha spinto attraverso la fisica, la metafisica, l’illusione e mi ha riportato indietro. E ho fatto la più importante scoperta della mia carriera. La più importante scoperta della mia vita. È soltanto nelle misteriose equazioni dell’amore che si può trovare ogni ragione logica. Io sono qui stasera solo grazie a te. Tu sei la ragione per cui io esisto. Tu sei tutte le mie ragioni. Grazie. 

 

2. L’amore di passaggio. Lost in translation. Quando l’attore in declino Bob Harris e la neolaureata Charlotte,due perfetti sconosciuti, si ritrovano per caso nello stesso albergo di Tokio qualcosa di straordinario sembra accadere. Il film ruota infatti intorno al particolare rapporto che si instaura tra i due, che all’apparenza sembrano appartenere a due realtà completamente diverse, ma sono accomunati dal senso di estraneità e malinconia che sembra caratterizzare le loro vite. Charlotte novella sposa sembra non avere nulla in comune con il marito, mentre ancora cerca la sua strada nel mondo temendo di non riuscirci, cosa che la rende inquieta, e Bob che si sente ormai arrivato, al capolinea di una vita che non sente di aver vissuto come avrebbe voluto nonostante sia stato un bravissimo attore, si ritrova invece in Giappone per girare delle pubblicità per un liquore, ridotto all’ ombra delle sue interpretazioni. La bellezza della pellicola, oltre che nella colonna sonora, sta nell’interazione tra i due, di una delicatezza e ironia che scalda il cuore. L’umorismo diventa un mezzo di riconoscimento tra i due, e a mio parere la chiave per capire quanto una persona sia vicina a noi nel modo di essere e pensare. Non aspettatevi scene d’amore o dichiarazioni strappalacrime: la bellezza di “Lost in Translation” sta nel comprendersi senza troppi sforzi, senza pretese, lasciandosi guidare solo dalle sensazioni che la vicinanza di qualcuno, seppur passeggero, riesce a donare.

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Sai mantenere un segreto? Sto organizzando un’evasione da un carcere. Mi serve, diciamo, un complice. Prima dobbiamo andarcene da questo bar, poi dall’albergo, dalla città e infine dal paese. Ci stai o non ci stai?

 

3. L’amore antico. Memorie di una geisha. Ero indecisa se inserire questa pellicola, ma alla fine non ho resistito: “Memorie di una Geisha”, adattamento cinematografico del noto libro omonimo scritto da Arthur Golden, racconta in forma autobiografica la vita fittizia di una famosa Geisha di Kyoto, Sayuri, la quale racconta gran parte della sua vita, dall’infanzia fino alla sua educazione come Geisha. Oltre le atmosfere delicate tipiche delle pellicole ambientate in Giappone, e la colonna sonora intensa quanto dolce, la bellezza del film sta nella storia di questa bambina che, innamorata di un uomo gentile, con la determinazione più grande del suo stesso cuore, decide di affrontare un tipo di educazione molto complesso e pieno di regole, solo per riuscire a rivederlo, ad avvicinarsi di più al suo mondo. Vi consiglio di recuperare assolutamente il libro, ma nel frattempo vi suggerirei di farvi stregare dal film e dalle sue atmosfere: l’amore qui è gentile, struggente, commovente. Rimane una delle mie storie preferite.

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Per un uomo la Geisha può essere solo una moglie a metà: siamo le mogli del crepuscolo. Eppure apprendere la gentilezza, dopo così tanta poca gentilezza, capire che una bambina, con più coraggio di quanto creda, trovi le sue preghiere esaudite, non può chiamarsi felicità? Dopo tutto, queste non sono le memorie di un’imperatrice, né di una regina. Sono memorie… di un altro tipo.

E voi? Avete consigli per me? Avete visto questi film?
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A presto

Anna Elisa

-La Shoah: i 3 film della memoria.

L’Olocausto è una delle cicatrici più profonde che gli esseri umani possano annoverare, ed è anche una delle più strazianti testimonianze dell’oblio della ragione e dell’umanità.

Ad oggi posso dire che 3 sono a mio parere i film più significativi visti su questo evento, sia per come narrano le vicende che per quanto mi hanno lasciato dentro. Quindi ecco la mia personale classifica:

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Dicono che nessuno muore qui. Dicono che la sua fabbrica è un ricovero. Dicono che lei è buono.

1. “Schindler’s List”: film diretto da Steven Spielberg racconta la storia di Oskar Schindler, imprenditore tedesco membro del Partito Nazista, che durante la seconda guerra mondiale riuscì a salvare circa 1.100 ebrei dai campi di concentramento in Polonia e Germania facendoli lavorare nella propria fabbrica. Il film a sua volta si basa sul romanzo “La lista di Schindler” di Thomas Keneally. La caratteristica che prima mi è saltata agli occhi è il fatto che l’intera pellicola sia girata in bianco e nero, fatta eccezione per la prima scena dove due fiammelle si spengono e quella finale dove sembrano riaccendersi quasi come segno di nuova speranza, per non parlare della bambina con il cappottino rosso, che è diventata il simbolo del film stesso. Ovviamente si sono susseguite in me tutta una serie di emozioni, e molte delle scene mi si sono stampate in testa senza alcuno sforzo. Spielberg ha fatto un lavoro eccelso, ritraendo soprattutto tramite la colonna sonora e le scene senza dialogo tutta la sofferenza e al tempo stesso la determinazione di un popolo sottomesso alla follia di uomini crudeli. Oskar Schindler rappresenta un uomo, uno dei tanti, che hanno deciso di cambiare quella regola atroce, che si è ribellato al sistema nonostante ne fosse parte integrante, nonostante non ne ricavasse nulla, per salvare delle vite. Ed è in una delle scene finali che si sente tutta la straziante forza di un singolo uomo che, di fronte a un popolo, ai suoi operai, quegli uomini ebrei che lui è riuscito a salvare, insieme alle loro famiglie, ammette di non aver fatto abbastanza”, che avrebbe potuto salvarne molto di più, in lacrime, quasi in ginocchio, sentendosi poi rispondere che: “chi salva una vita, salva il mondo”. Ed è vero: nonostante il genocidio di massa, e tutte le vite che non sono state così fortunate come quelle aiutate da Schindler, il gesto di un uomo restituisce speranza al resto dell’umanità, e la speranza è forza. Ve lo consiglio fortemente.

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Giosuè: Perché i cani e gli ebrei non possono entrare babbo?
Guido: Eh, loro gli ebrei e i cani non ce li vogliono. Eh, ognuno fa quello che gli pare Giosuè, eh. Là c’è un negozio, là c’è un ferramenta no, loro per esempio non fanno entrare gli spagnoli e i cavalli eh, eh… e coso là, c’è un farmacista no: ieri ero con un mio amico, un cinese che c’ha un canguro, dico “Si può entrare?”, dice “No, qui i cinesi e i canguri non ce li vogliamo”. Eh, gli sono antipatici oh, che ti devo dire oh?!
Giosuè: Ma noi in libreria facciamo entrare tutti.
Guido: No, da domani ce lo scriviamo anche noi, guarda! Chi ti è antipatico a te?
Giosuè: I ragni. E a te?
Guido: A me… i visigoti! E da domani ce lo scriviamo: “Vietato l’ingresso ai ragni e ai visigoti”. Oh! E mi hanno rotto le scatole ‘sti visigoti, basta eh!

2.“La vita è bella”: film che è valso anche un Oscar all’Italia, diretto e interpretato da Roberto Benigni, attore e regista di talento, vede protagonista Guido Orefice, uomo ebreo divertente e giocoso, che deportato insieme con la sua famiglia in un lager nazista, cercherà di proteggere il figlio dagli orrori dell’Olocausto, facendogli credere che tutto ciò che vedono sia parte di un gioco in cui dovranno affrontare prove molto dure per vincere il meraviglioso premio finale. Quello che mi è rimasto più impresso di questa pellicola è la forza e il coraggio che un padre, o in generale un uomo o una donna, riesce a tirare fuori anche nella più estrema delle circostanze, pur di salvare la mente del suo bambino, di un familiare, di una persona cara, da un orrore fin troppo enorme e complesso da poter essere metabolizzato. Il gioco coinvolge anche lo spettatore, tanto che non sembra di guardare un film su vicende tanto atroci, quanto una vera e propria storia avventurosa, dove l’obiettivo finale è vincere a tutti i costi. Benigni ha saputo dare voce al punto di vista interno alla storia, quello dei prigionieri, senza sfociare nel dramma fin troppo reale che conosciamo tutti, ma sfruttando la sua capacità innata di raccontare la bellezza insita in ogni aspetto della vita, persino il peggiore. La vita è bella è un inno alla medesima, all’essere umano che con la capacità di lottare e sorridere può sconfiggere chi ci vorrebbe deboli, sottomessi, arrendevoli. Consigliato.

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Ringrazi Dio, non me. Lui ci ha fatti sopravvivere, almeno è cio che dovremmo credere

3.“Il Pianista”: la musica ha la capacità innata di essere un linguaggio universale. La musica può sanare ferite, può salvare dalla pazzia. Il film parla del pianista ebreo Władysław Szpilman e della sua vita durante  l’invasione della Polonia da parte delle truppe tedesche, mentre Varsavia viene occupata e viene creato un ghetto e tutto intorno a lui e alla sua famiglia cambia inesorabilmente. La musica domina la scena, come parte del film e della vita del protagonista che si aggrappa ad essa per sfuggire all’orrore che si fa dominante durante la guerra. Roman Polanski ha diretto un film intenso, dove trapela quanto la concezione di essere umano per gli ebrei vacilli a causa delle leggi razziali. Una delle scene più intense è quando Wladyslaw suona di nuovo dopo molto tempo, troppo, e sembra tornare sè stesso: perchè i nazisti non hanno strappato via solo la vita a queste persone, ma sono riusciti ad annullare la dignità, la consapevolezza, e ogni briciolo di valore in questi uomini e donne, costretti a vedersi privare di ogni cosa, persino del proprio talento. Wladyslaw rinasce e noi con lui, perchè ciò che siamo, chi siamo, non ci è mai davvero tolto, ma può essere solo sepolto dalle circostanze. Bellissimo.

Questi sono i miei film preferiti che trattano il tema dell’Olocausto, e se avete consigli sono decisamente curiosa di ascoltarli, come vorrei sapere cosa pensate di questi titoli e se li avete visti.

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A presto

Anna Elisa

-“Coco”: la musica che ognuno ha dentro

Prima della fine del 2017 Sono andata al cinema decisa a concedermi il piacere di vedere un film che mi facesse ritornare ancora una volta alle atmosfere tipiche della casa Disney, e ovviamente “Coco” é stata la mia scelta. 

Devo dire che ero un poco scettica riguardo questa pellicola sin dall’annuncio, perché sembrava del tutto ispirato ad un film di animazione meno noto chiamato “Il libro della vita”, che ho visto anni fa apprezzandolo moltissimo.

 

In entrambe le pellicole la fa da padrone il “Dias de Los muertos”, o meglio il Regno dei morti visto dalla cultura messicana che mi ha sempre attratta, sia per il calore che emana anche a km di distanza sia perché questo giorno è vissuto come una vera e propria festa e una occasione per riunire la famiglia.

Entrambi i protagonisti inoltre vivono un conflitto interiore derivante dalla volontà di fare musica, nonostante le proteste della famiglia: ne “Il libro della vita” ritroviamo Manolo Sanchez, un giovane che sin da piccolo vuole vivere di musica ma che si ritrova a dover portare avanti la tradizione familiare che lo vuole torero di successo, mentre in “Coco” Miguel è un bambino con le idee chiare su ciò che vuole dalla vita, vuole diventare infatti un musicista nonostante proprio la musica abbia creato una ferita profonda nella sua famiglia che gli si oppone in ogni modo.

Le somiglianze finiscono qui, perchè i percorsi che i due protagonisti intraprendono sono nettamente diversi.

In “Coco” Miguel è pronto a tutto per inseguire il suo sogno, decide di partecipare a una gara di musica nonostante il divieto perentorio della famiglia, ma la sua chitarra viene fatta a pezzi dalla nonna poco prima della esibizione e lui si ritrova a trafugare quella del suo idolo, Ernesto De La Cruz, custodita nella cappella a lui dedicata.

Miguel sfiora le corde dello strumento e si ritrova in un mondo di cui aveva solo sentito parlare, il Regno dei Morti, collegato a quello dei vivi attraverso un ponte fatto di petali, così che una notte all’anno essi possano riunirsi alle loro famiglie per festeggiare insieme.

Il ragazzino incontra così i suoi antenati, che sono decisi a riportarlo a casa prima dell’alba o rimarrà bloccato in quel Regno per sempre: l’unico modo per spezzare la maledizione è ricevere la benedizione di un parente per ritornare a casa, ma Imelda, la capostipite della famiglia, lo rimanderà indietro solo a patto che lui non suoni mai più.

Ed è qui che il sogno diventa più forte di tutto, alimentando la determinazione di Miguel a ricevere un’altra benedizione per tornare a casa senza rinunciare alla musica: quella del suo idolo, di Ernesto De La Cruz, convinto che sia un suo parente proprio per la somiglianza della chitarra con quella della foto custodita nell’altare della sua famiglia.

Non mi dilungo ulteriormente sulla trama per evitarvi spoiler (perchè dovete vederlo), ma posso dirvi che ho apprezzato molte cose in questo film, che lo hanno posizionato tra i miei preferiti tra gli ultimi usciti in casa Pixar.

I colori, la grafica, l’estetica generale della pellicola sono una gioia per gli occhi, ma devo dire anche che dalla Pixar non mi aspettavo niente di meno: le tematiche tipiche ritornano, anche se ammiro il modo in cui si può raccontare l’animo umano attraverso strade diverse.

Miguel è un bambino che vive un conflitto interiore difficile e molto profondo tra quello che lui è, quello che lui sente di essere, e quello che la famiglia si aspetta da lui. Due tipi di amore si dibattono nel suo cuore, e una decisione sembra dover essere presa al più presto. Eppure lui non si arrende al fatto di dover scegliere tra il suo desiderio più grande e le persone che ama.

In fondo se si ama qualcuno non si dovrebbero rispettare le sue scelte? E’ questo il quesito che sembra essere posto dal bambino più volte nel corso della sua avventura, ed è bello come andando avanti egli si renda conto di come la cosa sia molto più complessa.

La sua famiglia è severa si, ma la regola relativa alla musica nasce da un profondo dolore che è stato perpetuato nel tempo e che per le nuove generazioni vuole essere evitato.

Le persone care a Miguel non vogliono che lui soffra, o che forse faccia soffrire qualcun altro, perchè il loro incontro con la musica è stato traumatico.

Mi è piaciuto molto lo scambio tra più generazioni, i dialoghi, le riflessioni che inevitabilmente scaturiscono dalla visione di questo film che hanno rafforzato il mio punto di vista sul potenziale che ciascuno di noi possiede e la forza di inseguire i propri obiettivi, senza però dimenticare chi ci ama.

Perchè è proprio dall’amore, dal senso di famiglia, di vicinanza, dai sentimenti in generale che possono nascere le canzoni più belle.

Miguel impara che rinnegare la sua famiglia è rinnegare sè stesso, che la memoria e il ricordo sono importanti quanto il presente, e che deve conquistare ciò che desidera  perché segue il suo destino chi lo ama lo capirà.

Ho compreso come non si finisce mai di imparare, come chi siamo è una fiamma così ardente che spegnerla non è possibile, e che ascoltare è la prima regola per amare ed essere amati completamente.

Vi consiglio di vederlo, mi ha davvero donato calore, forza e regalato anche tante risate (vedesi alla voce Dante, il cane è qualcosa di meraviglioso).

E se lo avete visto, cosa ne pensate?

A presto

Anna Elisa

-Dear 2018…

Questa è la prima volta che decido di mettermi seduta a scrivere dei propositi, che già anticipo non saranno tanti, poichè preferisco per gran parte delle questioni della mia vita il detto: “pochi ma buoni”.

In ogni caso mai come quest’anno ho deciso di dare un ordine alla mia vita, delle linee guida che vorrei seguire, e ho cominciato dalla lettura: un po’ per lo studio, un po’ per mancanza di tempo in generale, un po’ perchè sono lenta e centellino i libri che leggo, ho letto davvero poco.

Ed è per questo motivo che ho deciso di riservare alla categoria lettura ben tre propositi:

  • Leggere almeno due libri al mese
  • Esplorare nuovi autori
  • Comprare meno e smaltire i libri già in mio possesso (massimo un libro al mese da acquistare, regali esclusi!)

Considerate che a Natale ho ricevuto solo un libro (il nuovo King, che leggerò presto una volta finito De Giovanni, che è stato un autoregalo per inaugurare il secondo proposito) e ho richiesto esplicitamente di non riceverne altri.

Inoltre vorrei sfruttare di più la lettura digitale su kindle, poichè mi sono resa conto, mentre leggevo It, che mi rende l’esperienza di lettrice molto più semplice, specialmente quando ho a che fare con tomi di 1000 e passa pagine.

Successivamente ho pensato ai film, altro tassello fondamentale della mia vita, qualcosa di cui non riesco a fare a meno anche se ci provassi con tutte le forze. Per l’ambito cinematografico ho deciso di segnare un solo proposito: esplorare. Un po’ come per i libri, ci sono film classici italiani e non, o semisconosciuti, che non sono mai riuscita a vedere, e credo che il 2018 sarà l’anno giusto.

Diciamo che la parola d’ordine per questo nuovo anno è: “buttarsi”, che sia un libro, un film, un viaggio, una esperienza. A volte mi capita di pensare troppo (cosa che di per sè non è un male), e vorrei imparare ad affinare questa capacità in modo tale che non mi saboti precludendomi delle belle scoperte!

Inoltre vorrei dedicarmi anche di più al blog, che oltre ad essere un modo per parlare di ciò che amo nel modo che più mi piace, è anche una sorta di diario dove fisso idee, pensieri e me stessa in tutti i frammenti che mi appartengono.

Un altro proposito riguardo quello che vorrei nella mia vita è “viverla appieno e secondo la mia essenza” che per me credetemi non è scontato.

In fondo quello che ho sempre dedotto da letture, film ed esperienze in generale, è solo una maggiore consapevolezza di quanto la vita sia complessa e semplice allo stesso tempo, dipende dal punto di vista di chi guarda: io non la definirei difficile, ma semplicemente un vortice di cambiamenti e sorprese, tutto sta nell’osservare il bicchiere mezzo pieno e guardare sempre al positivo che ci è stato dato, vivendo secondo la nostra natura.

Mi rendo conto che non è semplice vedere sempre le cose con colori pastello, nè ve lo sto chiedendo, vi dico solo di non valutare la vostra vita in base al buio, ma ricordarvi anche la luce, o di accenderla se ne abbiate bisogno, come diceva il buon vecchio Albus Silente.

Sappiate che come al solito nessuno di noi è davvero solo e che se anche non vi conosco vi auguro un buon anno dal profondo del cuore, senza finzione o buonismo di sorta.

E vorrei che mi diceste anche voi se avete pensato a dei propositi, e se vi va di condividere con me quali siano: magari ci diamo spunti a vicenda.

A presto,

Anna Elisa

 

 

-Essere donna.

Spesso mi ritrovo a riflettere su cosa voglia dire “sentirsi una donna”. Le definizioni sono molteplici e sottoposte anche a un modellamento soggettivo, ma la conclusione alla quale sono giunta è che non vi è per me una risposta univoca a questa domanda.

Sempre inseguendo questo quesito, negli anni, è stato inevitabile legarsi a personaggi femminili sia nei libri che nei film che in qualche modo mi facevano sviluppare nei loro confronti una profonda empatia, che con il linguaggio e le azioni mi permettevano pian piano di conoscere anche meglio me stessa.

Adulta, adesso, ho sperimentato un secondo impatto con questi personaggi, queste donne del mondo della finzione, che in qualche modo raccontano un mondo interiore umano e femminile molto vicino alla realtà.

Non sapevo come impostare questa “lista” speciale: vi direi di prenderla sia come una serie di consigli in ambito libresco e cinematografico, ma anche come un modo per confrontare il vostro punto di vista con il mio.

Quindi ecco che vi presento cinque personaggi femminili a cui mi sento affine.

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Holly Golightly: protagonista del libro e del film “Colazione da Tiffany”, Holly è riuscita a catturare la mia attenzione relativamente tardi rispetto alle altre, poichè sono riuscita a vedere il film solo alcuni anni fa per la prima volta. Ho parlato anche in altri articoli della sua storia, ma qui voglio spiegare meglio cosa mi abbia fatta sentire affine a questo personaggio: il dualismo che rappresenta. Holly all’apparenza è superficiale, svampita, distratta, attaccata ad un modo di vedere le cose molto dipendente dal guadagno personale che ne può trarre, ma la realtà è molto diversa. Holly ha un mondo interiore complesso, silenzioso, sul quale è tanto riservata quanto risulta estroversa all’esterno con chi non riesce ad andare oltre l’apparenza. Lei parla all’inizio della pellicola di “paturnie”, momenti di malinconia senza una causa apparente, senza una motivazione, che riesce a placare solo dinnanzi alle vetrine della gioielleria di Tiffany (cosa che io riesco a fare solo con un giro in libreria). La paura di Holly è quella del legame affettivo che vede come una limitazione, una gabbia nella quale non desidera essere rinchiusa; sembra che l’unico ad aver conquistato il suo cuore sia il fratello, lontano per la guerra, a cui lei dedica ogni sforzo, ogni tentativo di guadagno. Ed è nelle motivazioni del suo agire che diventa palese quanto ci sia da scoprire dentro di lei, al di là di ciò che Holly rappresenta.

 

Mulan: eroina Disney del famoso film del 1998, Mulan ha reso ancora più concreta l’idea che una principessa non debba per forza indossare una corona o una tiara per essere tale. La sua storia, a quanto pare tratta da una leggenda cinese, è quella di una ragazza che si ritrova a indossare i panni da uomo per aiutare il padre prendendo il suo posto nell’esercito cinese nella guerra contro gli Unni. Da bambina adoravo le musiche e le scene, adoravo i personaggi secondari che accompagnavano Mulan nella sua avventura, ma come spesso mi è accaduto con i lungometraggi della casa Disney ben presto molto altro è venuto in superficie. Nella canzone “Riflesso” che ad oggi rimane una delle mie preferite, lei parla di come non riesca a conciliare il suo essere interiore con quello che gli altri, e soprattutto la sua famiglia, si aspettano che lei sia: una donna, una sposa, una fanciulla che porti onore alla sua stirpe agendo secondo la tradizione. Mulan non sente di essere adatta a questi ruoli, lo dimostra anche la difficoltà che ha nell’adempiere a una delle prove di entrata in società per le giovani donne come lei, dove fallisce miseramente; ma quando, spaventata anche se decisa, per salvare il padre si immola al suo posto ponendosi di fronte a innumerevoli rischi, non solo per la guerra ma anche per l’eventualità di essere scoperta in quanto donna, dimostra di possedere una tenacia e un coraggio enormi. Quello che mi ha fatto sentire vicina a lei proprio la determinazione nel non adattarsi, nonostante le insicurezze, nonostante ciò che vediamo specchiato negli occhi altrui. Inoltre questo film contiene una delle mie citazioni preferite in assoluto:                                                                                   “Il fiore più bello è quello che sboccia nelle avversità.”

Belle: Belle de “La Bella e la Bestia”, che sia nella fiaba, nel cartone, in qualunque trasposizione, ha lanciato un messaggio importante a me come credo anche a tanti altri bambini e bambine nel mondo: mai fidarsi delle apparenze, la vera bellezza risiede nel cuore. Sempre con il senno di poi, rivedendo il film famoso della Disney da adulta, mi sono resa conto della frattura che esiste tra questo personaggio e le figure femminili che l’hanno preceduta: Belle si sente diversa dalle altre ragazze, portando avanti un modello femminile fuori dai canoni classici di donzella in pericolo per la prima volta nella storia Disney (preceduta solo dalla principessa Ailin in Taron e la Pentola magica recuperato di recente dalla sottoscritta e che vi consiglio!). Belle è stato il primo personaggio femminile con cui io mi sia sentita affine, per la sua fame di lettura in primis, ma anche per la consapevolezza che ha di sè stessa, oltre il suo essere “atipica” per il paesino francese nel quale abita. La bellezza di Belle risiede nel suo andare oltre le apparenze, lo dimostra il rapporto della ragazza con la Bestia, il fatto che per la prima volta la storia d’amore si sviluppa in modo realistico: la storia mette in evidenza quanto sia importante che entrambi si innamorino l’uno dell’altra affinchè l’incantesimo si spezzi, e questo innamoramento avviene in modo graduale e naturale, senza che l’aspetto estetico influenzi i pensieri di Belle, che all’inizio trova piuttosto difficoltà a interagire con il carattere difficile della Bestia.

Cenerentola: la protagonista della nota fiaba mi è saltata agli occhi dopo la trasposizione live action della Disney di qualche anno fa, che l’ha posta sotto una luce del tutto diversa: ho adorato questo personaggio, perchè come lei ho sempre sentito il peso della gentilezza e della dolcezza come un marchio di debolezza. Cenerentola non è una donna che ha bisogno di assumere un atteggiamento da dura per riuscire nella vita: il suo essere se stessa, a discapito delle difficoltà e di chi sembra volersi solo approfittare di lei, la ripaga nel finale della sua storia. 

 “Solo perché è così che si fa non vuol dire che si debba fare!”

La gentilezza e la bontà sono valori da non sottovalutare: sentirmi affine a questo personaggio mi ha restituito un bel po’ di sicurezza in me stessa.

Chihiro: non poteva mancare un personaggio femminile dell’universo Ghibli, e in particolare Chihiro, da “La città incantata” ha sempre avuto una presa unica su di me. Parte con l’essere una ragazzina all’apparenza lamentosa e infantile, ma come spesso accade nei film del maestro Miyazaki, messa alla prova rivelerà una forza e un coraggio che nemmeno lei stessa pensava di avere. Come Chihiro ho meravigliato me stessa in diverse situazioni e specie nell’ultimo anno sono cresciuta parecchio. Mi sono resa conto di quanto fossi forte proprio quando non potevo fare altrimenti. Come lei ho lottato e lotto per ciò che è davvero importante senza mai arrendermi.
Queste sono solo alcuni dei modelli femminili che ho sentito a me vicini, e se volessi parlarvi di tutti ci vorrebbe più di un articolo!

Penso che ciò che hanno tutte in comune sia l’essere sé stesse nonostante tutto, ed é questa la caratteristica che me le fa amare così tanto.

Inutile che vi dica che vi consiglio di vedere i film citati!

E voi? A quali personaggi maschili o femminili vi sentite vicini?

A presto 

Anna Elisa