“Copia Originale”: una recensione

Qual è la cosa più bella che può accadere ad una cinefila accanita e appassionata se non vedere un film in anteprima stampa?

E se questo film è anche candidato agli Oscar 2019 allora la cosa è ancora più straordinaria!

Ringrazio ancora la “Fusion Networking” per la fantastica opportunità, e sono felicissima di potervi dare in anteprima la mia opinione su “Can you ever forgive me?” titolo italiano “Copia Originale” distribuito dalla Fox Searchlight e la cui uscita nelle sale italiane è prevista per il 21 Febbraio 2019.


Il film è candidato, come detto sopra, a ben 3 Oscar per migliore attrice protagonista (Melissa McCarthy), Miglior attore non protagonista (Richard E. Grant), Miglior sceneggiatura non originale (Nicole Holofcener and Jeff Whitty).

Esso racconta una parentesi molto singolare della vita di Lee Israel, biografa, che quando nel 1991 viveva in un appartamento infestato dalle mosche, sola con un vecchio gatto di nome Jersey bisognoso di cure veterinarie, si ritrovò a rubare delle lettere di Fanny Brice da una biblioteca per poi rivenderle così da guadagnarci qualcosa. Il passo successivo fu cominciare a falsificarne altre per poi passare a “fabbricarne” a sua volta, firmandosi come diversi personaggi famosi. Arrivò a scriverne circa 400, a nome tra i tanti di Louise Brooks, Dorothy Parker, Ernest Hemingway e Noël Coward. Arrivò anche al punto di rubare diverse lettere da altre biblioteche, sostituendole con dei falsi e rivendendole. Fu scoperta a causa dei sospetti di uno dei compratori: arrestata, si dichiarò colpevole nel 1993, e fu condannata a sei mesi di arresti domiciliari e cinque anni di libertà vigilata.

La storia di Lee non è una storia di pentimento, nemmeno la messa alla gogna di un personaggio punito per i suoi errori, piuttosto il racconto di una donna che è stata pronta ad agire usando solo il proprio ingegno senza pensare alle conseguenze, se non nella misura che potessero nuocere alla sua vita.


Ho vissuto in uno stato di enorme senso di colpa e ansia in questo anno. Non perché sentissi di fare qualcosa di sbagliato, ma perché avevo sempre paura di essere scoperta. Non posso dire propriamente che mi pento delle mie azioni…


Il film parla anche di identità, quella che ogni scrittore dovrebbe imprimere nel suo lavoro, e che Lee sembra invece celare in ogni aspetto della sua vita.

Le biografie diventano quindi una sorta di mantello sotto il quale nascondersi, rendendosi “anonima” agli occhi del mondo, eppure sempre con il crescente desiderio di emergere; perchè Lee conosce le sue capacità ed è molto consapevole del suo talento.

D’altronde il suo nascondersi dietro altre figure famose le permette di evitare la critica, o la consapevolezza di un eventuale fallimento come scrittrice, e tutto ciò si rispecchia anche nel suo modo di vivere la realtà quotidiana: infatti nel film, tramite piccoli e grandi dettagli, viene mostrata allo spettatore una donna che ha deciso di celarsi dietro muri di parole, racconti di altre vite, un cinismo spietato, che non le permettono di lasciare che alcuna persona entri nella sua vita.

Mi è piaciuto molto scrivere queste lettere, vivere nel mondo di Dorothy Parker e Noel Coward, fingendo di essere qualcosa che non sono. In molti modi, questo è stato il miglior periodo della mia vita. È l’unica volta che di recente riesco a ricordare di essere orgogliosa del lavoro che stavo facendo. Ma non era il mio lavoro, vero? Mi stavo nascondendo dietro queste persone, i loro nomi. Perché se mi mettessi davvero fuori, facessi il mio lavoro, allora mi aprirei alle critiche. E sono troppo codarda per tutto questo. Ho perso il mio gatto – l’unica anima che mi amasse veramente, forse mai – e ho perso il mio amico – che potrebbe essere stato un idiota, ma mi ha tollerato ed è stato bello avere intorno. E ho capito che non sono una vera scrittrice. Alla fine, non ne valeva la pena. Accetterò il giudizio del tribunale come valido e adempierò qualunque frase potrei ricevere con la piena consapevolezza che ho ottenuto la punizione suddetta.


Il film ha provato per l’ennesima volta la bravura di Melissa McCarthy, che stavolta ha anche dato prova della sua estrema flessibilità e capacità di calarsi anche in un ruolo più “serio” senza perdere il senso dell’umorismo che la caratterizza (e che imprime in modo più “scuro” al personaggio che interpreta).
La colonna sonora viaggia attraverso jazz e intermezzi musicali che valorizzano ogni scena, dove dominano colori tenui, sbiaditi, come la carta sulla quale Lee scrive le sue menzogne.

A mio parere, esattamente come per “Il lupo di Wall Street” di Scorsese, qui si racconta una biografia scomoda e che di certo non celebra l’onestà intellettuale, ma piuttosto l’intelligenza di una donna che si è ritrovata a combattere senza alcun filtro contro una comunità intellettuale decisa a sottomettersi al volere della massa pur di venire alla luce e mantenersi sulla cresta dell’onda.

Lee non è infatti disposta a limitarsi, a limare il suo pessimo carattere, solo per pubblicare qualcosa, e va avanti facendosi terra bruciata intorno, in un mondo dove i contatti sembrano valere più del talento. Scopre la bellezza di un affetto sincero, e soprattutto desiderato, solo nella compagnia del suo gatto e in quella dello scrittore Jack Hock (interpretato da un sempre brillante Richard E. Grant), suo complice nelle truffe perpetuate negli anni.

Il film ha provato per l’ennesima volta la bravura di Melissa McCarthy, che stavolta ha anche dato prova della sua estrema flessibilità e capacità di calarsi anche in un ruolo più “serio” senza perdere il senso dell’umorismo che la caratterizza (e che imprime in modo più sarcastico al personaggio che interpreta).

La colonna sonora viaggia attraverso jazz e intermezzi musicali che valorizzano ogni scena, dove dominano colori tenui, sbiaditi, come la carta sulla quale Lee scrive le sue menzogne.

Uscendo dalla sala ho pensato subito: “Il crimine alla fine paga (o almeno in parte)”, ma la sensazione che ho provato è stata di assoluta soddisfazione, con la voglia di indagare meglio sia la vita di questa donna che dei tanti personaggi che per anni ha imitato e nei cui panni si è calata.

Una pellicola brillante, elegante, che mi ha lasciata affascinata e a tratti malinconica, ma che con estrema certezza vi consiglio di vedere!

Fatemi sapere se la vedrete e cosa ne pensate poi!

A presto

Anna Elisa

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“Pet Sematary”: una recensione

“A volte è meglio essere morti.”

L’uscita di un film tratto da un libro significa sempre una sola cosa per me (sempre che vedere la pellicola in questione mi interessi): leggere prima il romanzo da cui è tratto.

Non sempre riesco a portare a termine questa missione, ma quando accade il film me lo godo con una attenzione diversa ai dettagli e una propensione più a comprendere come abbiano deciso di trasporre le parole su schermo, piuttosto che pensare al film in quanto mezzo di intrattenimento.

Questo piccola introduzione per darvi due notizie: ho letto “Pet Sematary” (d’altronde lo recensisco ora) e ad Aprile di quest’anno uscirà il secondo adattamento cinematografico di questo romanzo di King dopo il film del 1989.

La storia di “Per Sematary” si ispira a “The Monkey’s Paw” , una storia popolare meglio conosciuta nella versione scritta da William Jacobs.

Louis con la moglie Rachel e i figli Gage ed Ellie, si trasferisce da Chicago nel Maine, nella “ridente” cittá di Ludlow, per prendere incarico come medico nel campus universitario.

Non appena arrivano a destinazione, scoprono grazie al vicino Jud che di fronte casa loro passa proprio la superstrada, attraversata da camion di ogni tipo a tutte le ore del giorno e della notte, cosa che accorcia notevolmente le possibilità di sopravvivenza degli animali domestici nel quartiere.

Per questo motivo i bambini hanno costruito un piccolo cimitero degli animali, il cui sentiero comincia proprio dietro casa di Louis. Un po’ per esorcizzare la morte, un po’ per non dimenticare i loro migliori amici, negli anni tutti i ragazzini che si sono succeduti hanno continuato a tenere il piccolo cimitero nelle migliori condizioni, ed è proprio in questo luogo che Jud condurrà la famiglia intera, ed una Ellie molto curiosa.

Ma “il cimitero degli animali” non è l’unico cimitero presente in città: dietro una barriera che sembra costruita apposta dalla natura, esiste un altro luogo di sepoltura, molto più antico, appartenuto al popolo pellerossa dei MicMac, dove si dice sia possibile riportare in vita i propri defunti. Questa e’ la storia delineata da King che, come suo solito, cela sotto la superficie molto altro. Il tema della morte domina il romanzo a partire dal titolo che si riferisce al cimitero degli animali (scritto alla maniera sbagliata dei bambini, non come Cemetery ma Sematary) fino a ogni dettaglio presente nella storia, e a tutte le vicende che vengono delineate da una narrazione coinvolgente e inquietante. Questo tema tanto oscuro, relegato spesso a qualcosa di cui non si deve fare nemmeno accenno, a meno che non sia necessario, viene affrontato principalmente attraverso il personaggio di Louis, marito e padre devoto, un medico che ha imparato, complice il suo lavoro, che la morte quanto la nascita sono due cose strettamente collegate, fisiologiche e da accettare come inevitabili.

“Come medico, lui anzi sapeva che la morte era, a parte forse la nascita, la cosa più naturale del mondo. I conflitti umani non lo erano e, nemmeno i conflitti sociali, le tasse, il boom o la depressione. Alla fine, c’era soltanto l’otologio, e le lapidi, che si corrodevano e diventavano anonime con il passare del tempo”.

Louis e’ anche un uomo profondamente scettico, non credente, che si ritrova a dover fronteggiare forze al di fuori di ogni comprensione, impossibili anche solo da immaginare. E’ interessante osservare come cambi la prospettiva del personaggio man mano che la storia procede, ma non come qualcosa di importante ai fini di una crescita personale o evoluzione ma piuttosto verso il baratro della follia. King non risparmia dolori come suo solito e non racconta favole, non sempre le sue storie hanno un lieto fine, ma rimangono dentro come poche. Louis fa scelte molto importanti all’interno del romanzo, e si ritrova a fronteggiare da solo un potere e una conoscenza che non possono essere dominati seppur sfruttati per i propri bisogni. I toni cupi e tragici che permeano il romanzo sono pero’ equilibrati da qualcos’altro che almeno in parte rende gli eventi accettabili e le decisioni prese comprensibili: l’amore. Il profondo amore che Louis prova per la sua famiglia. per sua moglie e i suoi bambini, e per Jud, un uomo anziano con cui gia’ nel giorno del suo arrivo in citta’ stabilisce una connessione unica nel suo genere.

“Louis Creed, che aveva perso il padre a tre anni e non aveva mai conosciuto i nonni, non si aspettava di trovare un padre quand’era ormai alle soglie della mezza età, eppure andò proprio così… sebbene egli chiamasse quell’uomo un amico, com’è logico che faccia un adulto quando l’incontro con l’uomo adatto a fargli da padre arriva relativamente tardi nella vita. Conobbe quell’uomo la sera in cui lui, sua moglie e i loro due bambini si trasferirono nella casa di Ludlow, una grande casa bianca dalle strutture in legno. Winston Churchill traslocò con loro. Church era il gatto della piccola Eileen.”

Questo forse e’ uno dei miei incipit preferiti dei libri di King, perche’ descrive esattamente, senza fronzoli, con una scrittura pulita e diretta ma non per questo meno intensa, cosa Louis provi per Jud. L’amore non abbandona mai nessuno dei personaggi, e pulsa in ogni loro pensiero e azione, ma soprattutto nelle scelte intraprese. Dietro la copertina del libro era scritto che questo e’ forse uno dei romanzi piu’ spaventosi del re, e forse e’ vero. Credo che prima d’ora non ero mai rimasta cosi’ tanto affascinata e commossa dai rapporti che si vengono a creare all’interno del romanzo: specialmente i vari stralci di vita familiare, perche’ la famiglia Creed di certo non e’ perfetta, ma e’ ricca di amore. Come quello che unisce Ellie al padre, con il quale ha diversi “dibattiti” sul tema della perdita, che di certo agli occhi di una bambina (ma perche’ no anche a quelli di un adulto) ha dell’insensato.
Perche’ la morte ci strappa via chi amiamo senza lasciarci nulla in cambio, e per chi rimane c’e’ solo rabbia, dolore e domande.
Eppure la morte fa parte del ciclo della vita, anche quando avviene improvvisamente, anche nel fiore della giovinezza, insensata ma reale, e noi esseri umani possiamo solo accettare che avvenga, vivere il lutto appieno senza frenarci e lasciare che il tempo passi.

Tienimi sempre a mente, dottor Creed. Ero vivo, poi ero morto e ora sono vivo di nuovo. Ho fatto il circuito completo e ora sono qui per dirti che dall’aldilà si torna con la valvola delle fusa bruciata e con il gusto della caccia; sono qui per dirti che un uomo coltiva quello che può e ne ha cura. Non dimenticarlo, dottor Creed, faccio parte di quello che cresce nel tuo cuore, ora; c’è tua moglie, tua figlia, tuo figlio… e io. Ricorda il segreto e abbi cura del tuo giardino.

Il cuore di un uomo e’ un giardino dal terreno duro, ed e’ difficile che qualcosa vi cresca, ma quando accade e’ doveroso e necessario prendersene cura. Penso che questo sia davvero uno dei romanzi piu’ spaventosi del re, forse perche’ mette il lettore di fronte a qualcosa che potrebbe acadere a chiunque, che fa parte dei rischi e pericoli della vita di tutti i giorni. La sofferenza puo’ far compiere gesti folli, e nel libro ne esistono vari esempi: questo libro mette a nudo l’animo umano e le sue ombre

E voi lo avete letto? Aspettate come me che esca il film ad Aprile?

Fatemi sapere

A presto

Anna Elisa

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“Hill House”: l’incubo della realtà.

Il periodo di Ottobre per me può essere trascorso solo in un modo: recuperando tramite letture o visioni tutto ciò che ha a che fare con la paura, sotto ogni punto di vista o interpretazione.

Così quando ho saputo dell’uscita di una nuova serie su Netflix, per di più ispirata al libro di Shirley Jackson “L’incubo di Hill House”, non è stato difficile ritrovarmi la sera stessa del debutto al pc, di sera, da sola a guardare.

Vi dico solo che gli episodi sono 10 e io li ho finiti in due giorni, ma solo perchè non volevo perdermi nessun particolare e tra lavoro e levatacce la sera era l’unico momento tranquillo per dedicarmi alla serie.

Inoltre a serie conclusa ho anche letto il libro della Jackson che attendeva da troppo sul comodino, e questa vicinanza di eventi tanto soddisfacenti per la sottoscritta mi stanno spingendo ora a farvi una recensione un po’ particolare. Perchè io non riesco a smettere di parlare di Hill House, che sia la casa, il concetto dietro la storia, il sottotesto di un racconto gotico e di paura che seduce e affascina ma non ti lascia mai andare del tutto, non finchè non hai davvero capito cosa voglia dirti.

<<Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. hill house, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di hill house, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.>>

“Hill House” e “L’incubo di Hill House” sono rispettivamente una storia nuova e una vecchia con uno stesso scopo, un po’ come quelle leggende che vengono narrate per generazioni, ed è inevitabile che qualcosa in esse cambi, in fondo cambiano i narratori, il contesto, chi ascolta.

Ho pensato di parlarvi di queste due opere, contemporaneamente, e dividere tutto in diversi punti, non troppi, ma quelli a mio parere più significativi.

Quindi cominciamo.

1.La storia: Il fulcro comune delle due linee narrative è una casa, appunto Hill House. Nella serie tv Hugh Crain con la moglie Olivia e i cinque figli, Steven, Shirley, Theodora e i gemelli Nellie e Luke, si trasferiscono in una casa molto antica, che necessita di lavori di restauro per poi essere messa in vendita dopo l’Estate.

Nella casa si manifestano delle “presenze” che sembrano prendere di mira specialmente i bambini e Olivia, e già dalla prima puntata lo spettatore viene gettato nel clima inquietante e soffocante di una dimora che nessun membro della famiglia sente tale, e che sembra avere vita propria. Nella casa si consuma inoltre una tragedia che ha come vittima Olivia, ed è da questo evento drammatico che si sviluppa poi la vera e propria narrazione, caratterizzata da una sovrapposizione tra eventi presenti, che hanno come protagonisti i bambini ormai adulti alle prese con le loro vite, e flashback che spiegano pian piano cosa sia accaduto ad Hill House fino all’epilogo nella decima puntata.

Nel libro della Jackson la storia prende una piega completamente diversa: Hill House diventa fulcro e base per uno studio sul paranormale condotto dal Professor Montague, il quale “invita” nella casa altre tre persone: Eleonor, Theodora e Luke, per osservare gli effetti della suggestione, o della possibile infestazione spiritica, su tutti loro. Ciò che accomuna però le due linee narrative è il fatto che la casa rappresenti non solo l’ambientazione delle vicende, ma rappresenti un vero e proprio “personaggio”, un organismo vivente che sembra nutrirsi di chi varca la sua soglia, assumendo sia nelle descrizioni del libro che nella visione del telefilm, caratteristiche “vive”, quasi respirasse e avesse volontà propria.

2.I personaggi: Ciò che ho apprezzato di più sia nel telefilm che nel libro, sono i personaggi e le loro storie. Nel telefilm vengono ripresi i nomi come Luke, Theodora, Nellie (Eleonor), i coniugi Crain (Hugh Crain nel libro è colui che ha costruito la casa) e i coniugi Dudley che esattamente come nel libro, nel telefilm sono i guardiani della vecchia Hill House (dove non rimangono di sera). Inoltre la secondogenita della famiglia Crain, Shirley, ha il nome che è palesemente un omaggio alla Jackson. A parte i riferimenti al libro, nel telefilm i cinque fratelli Crain vivono esistenze al limite: ognuno di loro ha alzato un “muro” per isolarsi che assume forme diverse a seconda del personaggio (e il concetto di muro sarà qualcosa di essenziale per definire uno dei messaggi che la serie vuole comunicare). Quindi abbiamo ad esempio Thèodora, detta Theo, psicologa infantile che ha difficoltà nello stringere i rapporti, apparentemente gelida è invece quella che a causa di un dono molto speciale ha una empatia fortissima, tanto da essere costretta a limitare i contatti fisici diretti indossando dei guanti, o ancora Luke, gemello di Nellie, che ha trovato rifugio dai suoi fantasmi nella dipendenza da eroina, e Nellie stessa, che appare sin da piccola come quella che non viene mai ascoltata, e che si ritrova a lottare con la paralisi del sonno, durante la quale i suoi spettri le fanno visita, Steven, il fratello maggiore, sembra il più scettico, colui che ha in qualche modo “lucrato” sulla tragedia di famiglia lanciandosi sul mercato come scrittore di romanzi del terrore, raccontando la “verità” su case infestate e quant’altro, e Shirley, la secondogenita, sposata con due bambini che gestisce una casa di onoranze funebri, quella che sembra avere sempre tutto sotto controllo, ma che convive con un segreto che ancora non è riuscita a confessare.

E poi c’è Hugh Crain, il padre, che è l’unico che conosce la verità sulla morte della moglie e decide di tenere i figli all’oscuro di tutto nel tentativo di proteggerli, ma ottenendo solo di allontanarli di più.

Nel libro Theodora, Nellie e Luke non sono imparentati, ma con poche parole la Jackson ci presenta le loro caratteristiche fisiche e caratteriali, rendendo subito palese e inequivocabile l’indole di ciascuno e il legame che si viene a instaurare tra tutti. In particolare Theodora rimane sia per la serie che per il libro il mio personaggio preferito: nella serie ha a cuore la salute mentale e fisica specialmente dei bambini di cui si occupa nel suo lavoro (c’è infatti una sequenza molto forte riguardo una bambina che dichiara di vedere qualcosa, un “uomo sorridente”, e Theo va a fondo della questione scoprendo qualcosa di atroce), mentre nel libro rimane un personaggio tracciato ma non del tutto approfondito, eppure palesemente simile ad un animale selvatico, che tiene a modo suo a coloro che si guadagnano il suo affetto.

Altri personaggi preferiti sono i gemelli, Luke e Nellie, uniti più degli altri da un legame tipico “dei gemelli”, cosa che li rende particolarmente sensibili ai sentimenti e alle cose dell’altro, e persino ai pensieri. Ma ciò che sento di dire è che ogni personaggio nel telefilm è caratterizzato talmente bene e in modo tanto profondo che non può non essere comunque apprezzato e compreso.

3,Jumpscares che non ti aspetti: Esistono diversi modi per spaventare, ma nel tempo ho imparato ad ammirare la sottile arte dello spavento che non si prefigge di farti saltare dalla sedia, ma piuttosto di farti trasalire quando “davvero” non te lo aspetteresti. In “Hill House” la serie tv sono inseriti non solo jumpscares classici (che comunque funzionano benissimo, specie perchè non esiste una sorta di preparazione per questi) ma anche fantasmi o presente inseriti nei fotogrammi e non sempre notabili alla prima visione: ed è solo quando ti accorgi che in una sequenza all’apparenza normalissima tra due personaggi che parlano che alle loro spalle qualcuno li osserva, qualcuno che non dovrebbe essere lì, è allora che davvero provi un senso di sorpresa e terrore. Quello che ho apprezzato di più è come le scene di paura in Hill House non siano mai fini a sè stesse, ogni elemento soprannaturale viene introdotto con uno scopo, un messaggio, un significato che si troverà solo alla fine di tutto il viaggio insieme alla famiglia Creed.

Nel libro l’arte della Jackson sta nel descrivere eventi e luoghi e sequenze e suggestionare il lettore: sono piccoli dettagli che non noti subito, appunto ti ritrovi a leggere di due personaggi che ad esempio camminano insieme nel prato, il primo va più spedito certo però di essere seguito dal secondo, per poi accorgersi che i passi nell’erba non hanno una causa umana, gli steli si piegano sotto una influenza invisibile ed è tutto così inquietante che sei costretto a chiudere per un istante gli occhi per scacciare il senso di atterrimento che senti. “L’incubo di Hill House” ha il pregio di far trasalire senza descrivere nei dettagli spettri o mostri, ma piuttosto introducendo il lettore in una situazione dove il confine tra follia e realtà diventa sottile, e non si sa più a cosa credere o cosa faccia più paura: se l’idea di impazzire o il fatto che ci siano dei fantasmi.

4.Il messaggio: Passiamo ora a una delle cose che ho più amato della serie specialmente e che mi ha spinto a scrivere questo articolo, ovvero la chiave di lettura. La serie tv “Hill House” non è solo una serie horror, anche se rende onore egregiamente a questa prima definizione: è il racconto di una famiglia attraverso l’orrore, la famiglia Crain, distrutta da un evento di cui nessuno riesce a parlare. Il lutto è uno dei temi principali, declinato in diverse forme, ma che assume principalmente quella della perdita della madre, che nessuno di loro ha davvero superato.

Ed è proprio questa “non vita”, questo limbo in cui vivono i fratelli che mi ha colpita portandomi a riflettere su tutti i meccanismi di fuga dalla realtà che ognuno dei Crain ha messo in atto per sfuggire a ciò che più li spaventa: la realtà. E’ come trovarsi di fronte a un gruppo di bambini non davvero cresciuti che litigano, si detestano e non si capiscono, ma che nel profondo sono legati l’uno all’altro da qualcosa di forte, un amore viscerale accompagnato da un senso di smarrimento che li accomuna, dovuto al mistero che aleggia intorno alla morte della madre.

<<Io credo che la casa stessa sia il male. Ha incatenato e distrutto la sua gente e le loro vite, è un luogo abitato dall’astio e dal rancore.>>

Ciò che Hill House mostra è che il passato è una presenza costante nelle vite di coloro che si rifiutano di affrontarlo, un vero e proprio spettro che perseguita chi gli volta le spalle senza lottare. I fantasmi e le minacce paranormali della vecchia Hill House rappresentano forse il pericolo fisico, ma il vero pericolo è non vivere, non affrontare ciò che spaventa e avere esistenze marginali, vite non vissute appieno.

Quello che appare palese in questo show è che la realtà a volte può essere un vero incubo da cui voler scappare, magari anche a costo di abbandonare la vita e abbracciare la morte, ma non si può immaginare di vivere dietro un muro di protezione per sempre, quello stesso muro potrebbe diventare una prigione difficile da sradicare ed è allora che il vero incubo inizierebbe.

<<La paura è la rinuncia alla logica, l’abbandono volontario di ogni schema razionale. O ci arrendiamo alla paura o la combattiamo.>>

L’amore che i personaggi provano l’uno per l’altro è così forte che va oltre la morte, continua a perseguitarli insieme alla paura: queste emozioni all’apparenza tanto diverse hanno in comune l’abbandono di ogni logica.

Nel libro non esistono insegnamenti univoci o oggettivi, solo la consapevolezza che il mondo interiore di ognuno è diverso, e che spesso ciò che accade all’esterno può essere influenzato da ciò che sta accadendo all’interno di noi. Hill House è un catalizzatore: la suggestione può diventare la spinta verso il baratro della follia, e i desideri “proibiti” possono diventare aguzzini della nostra sanità mentale se non compresi e metabolizzati.

In conclusione sento di dirvi di dare una possibilità sia al libro che al telefilm, e vi consiglierei di leggere prima l’opera della Jackson per cogliere tutti i riferimenti nella serie tv, ma anche viceversa va bene.

In ogni caso non lasciatevi spaventare dal fatto che si parli di fantasmi e presenze, “Hill House” in entrambe le opere va ben oltre quello che sembra raccontare.

Personalmente la serie tv è una delle migliori viste quest’anno, e posso solo sperare di vedere altro di così ben fatto sotto ogni punto di vista: costruzione dei personaggi, storia, effetti speciali, inquadrature, estetica generale e sceneggiatura.

Vedetelo e fatemi sapere, o se lo avete già visto (o letto) raccontatemi cosa ne pensate.

A presto

Anna Elisa

“La storia di un matrimonio” di Andrew Sean Greer: una recensione.

A volte di un libro non bisogna leggere nulla prima di iniziarlo: consiglierei di evitare opinioni, trame e quant’altro perché esporsi a un rischio può rivelare sorprese forse negative, ma al 50% anche molto positive.

É quello che mi è accaduto con “La storia di un matrimonio”, opera di Andrew Sean Greer proposta per l’incontro di maggio del Club del Libro di Napoli. Non avevo aspettative né pretese, ho semplicemente cominciato a leggere e l’ho finito in un paio di giorni scarsi catturata dalla storia e coinvolta dalla scrittura asciutta, eppure evocativa, di Greer.

Questo libro è narrato in prima persona da una dei protagonisti, Pearlie, una donna che esordisce dicendo al lettore che non si conosce mai davvero la persona che si ama e che si è sposata, e questo può fare male.

Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo, e anche se non dovremmo stupirci quando scopriamo che non è vero, ci si spezza il cuore lo stesso. È la scoperta più difficile, non tanto sull’altro, quanto su noi stessi. Vedere che la nostra vista è una nostra invenzione; l’abbiamo scritta noi, e ci abbiamo creduto. Silenzio e bugie.

Ricordo di aver pensato che mi avrebbe aspettato una lettura pesante, su tematiche incentrate sul matrimonio come obbligo (l’ambientazione è negli anni 50, durante i fermenti per la guerra ancora fresca e i residui di paura legati ai bombardamenti, in una America dove gli ex soldati hanno vissuto una realtà inenarrabile e traumi difficili da districare e dove sposarsi era la naturale conseguenza di un rapporto e la massima aspirazione per una donna), sulla società americana del secondo dopoguerra, immersa nelle sirene antiaeree e nel razzismo; invece sono stata subito smentita e sorpresa già dalle prime pagine.

Pearlie è sposata con Holland Cooks, un uomo che viene presentato come un mistero, che la moglie protegge da tutto ciò che potrebbe turbarlo, lui con un cuore “storto” a detta delle zie che l’avevano incoraggiata a non sposarlo. Eppure lo ha fatto e insieme hanno anche un bimbo, Sonny, e un cane di nome Lyle.

Holland e Pearlie hanno quella che lei definisce una “vita normale”: lei che ha rinunciato a tutto per lui senza mai avere rimpianti, perché Pearlie è figlia della sua epoca senza però essere ottusa (ed è questo che ho più apprezzato di lei), ed è innamorata dell’unico uomo che è riuscito in qualche modo ad entrare in lei sin da quando erano piccoli.

Ma un giorno nella loro vita piomba Buzz, un uomo elegante e distinto che Holland ha conosciuto durante la guerra, a cui manca un mignolo e che comincia a sconvolgere le vite di entrambi, ma soprattutto di Pearlie con la quale stringerà un rapporto molto particolare.

Non voglio andare avanti con la trama perchè questo libro va letto senza alcuna conoscenza sulla storia, giusto qualche breve accenno al massimo. La cosa che ho apprezzato di più è sicuramente la narrazione incalzante senza essere frettolosa, come un flusso di coscienza che analizza tutto senza però diventare pesante, ma anzi lasciando al lettore la possibilità di entrare nella casa dei coniugi Cooks, osservando tutto ciò che viene raccontato loro.

La bellezza del libro sta nello sviluppo senza filtri dei personaggi, dei loro dialoghi frettolosi ma non troppo, mentre le riflessioni scaturiscono naturalmente dai loro scambi, e sembra di entrare nelle loro vite, nei loro pensieri, nelle loro considerazioni. La società in cui si trovano ha regole ben precise, e loro sembrano accettarle e rispettarle, anche se il fuoco dei tempi nuovi, moderni, comincia a riscaldarli. Accettare non vuole dire per forza essere d’accordo, e tramite Pearlie notiamo come, in quanto donna, moglie e madre, abbia le idee molto chiare, ed è un personaggio che ha compiuto scelte nella sua vita con convinzione, indipendentemente da ciò che andava fatto o meno.

Pearlie si è sposata per amore, è stata lei a dichiararsi, ha voluto prendersi cura di Holland perchè non avrebbe potuto fare altrimenti, perchè lo amava e lo ama, ed è questo a spingerla nel corso della narrazione a prendere tante altre decisioni, considerando però anche sè stessa nell’equazione e soprattutto il suo bambino.

Tutti quegli anni a chiederti del cuore: chissà se avevi capito l’innocente bugia che mi raccontavo. O l’hai semplicemente accettata come una stramberia? Meravigliandoti dei miei misteri come io mi meravigliavo dei tuoi, e perdonandoli altrettanto volentieri. Due persone velate che camminano tenendosi per mano: forse il matrimonio è questo.

Greer analizza l’America del secondo dopoguerra senza pietà ma con eleganza, ne parla dall’interno, tramite la voce di una cittadina, del membro di una famiglia qualsiasi che vive a San Francisco in un quartiere come tanti altri. Lo scrittore parla del matrimonio non più come semplice istituzione perbenista, ma come essenza: scorrendo le pagine la protagonista sonda ogni aspetto di questa unione, chiedendosi cosa voglia dire in realtà, se sia uno specchio di una relazione o è quel qualcosa a cui ciascuno di noi dà il proprio significato.

In fondo a pensarci bene il romanzo di Greer è un romanzo sull’amore, di qualunque natura, età, aspetto. L’amore di Pearlie, quello di Buzz, delle zie, di Sonny, persino di Lyle e di Holland.

L’amore declinato da diverse voci e diversi pensieri, ma tanto forte da abbattere ogni catena e barriera.

In ogni caso le tematiche toccate sono diverse e l’autore ne parla nei fatti, nelle consuetudini, in piccoli episodi di vita quotidiana che danno al lettore un’unità di misura precisa dei pregiudizi e delle difficoltà del periodo che ricadevano soprattutto sulle donne, o su chi non rispecchiava l’ideale ad esempio patriottico (ad esempio gli obiettori di coscienza erano emarginati in un modo molto crudele e ingiusto, bollati come codardi e traditori della patria).

Io vi consiglio di dare al libro una possibilità, anche perchè dall’inizio alla fine Greer gioca con il lettore con rivelazioni e colpi di scena ben incastrati nella trama, senza però diventare l’unica caratteristica peculiare dell’opera. Intrattiene, diverte e commuove (la sottoscritta ha chiuso il libro con qualche lacrima) perchè più di tutto è un libro che parla di una vita come tante, vista dall’intimità domestica con tutti i suoi segreti oscuri e le sue bellezze, con tutte quelle cose che rendono ogni rapporto unico e non paragonabile ad altri.

Voi lo conoscete? Lo avete letto?

A presto

Anna Elisa

Libro “La storia di un matrimonio” di Andrew Sean Greer edito Adelphi:

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-“Altered Carbon”: una recensione

… è solo affari, è politica, è il modo del mondo, è una vita dura e non è niente di personale. Beh, fanculo. Rendilo personale.

“Altered Carbon” è un telefilm, tratto dal romanzo omonimo, ambientato in un futuro distopico e ipertecnologico, l’anno 2384, dove l’identità umana può essere codificata come I.D.U. (Immagazzinamento Digitale Umano) e caricata su supporto detto “pila corticale” inserito chirurgicamente nella colonna spinale, e trasferito da un corpo all’altro così che gli esseri umani possano vivere in eterno limitandosi a cambiare corpi o “custodie”. Naturalmente poco importa che sia una epoca evoluta dal punto di vista scientifico e tecnologico: esistono delle caste e delle classi sociali che vengono separate dal denaro e dalla capacità di permettersi o meno, ad esempio, di clonare il proprio corpo, rimanendo giovani per sempre.

Quindi ritroviamo i cosìdetti Meth o Mat, ricchissimi e potenti, simili a Dèi immortali (considerato che possono conservare la propria identità anche senza l’uso del supporto/hardisk) e il resto delle persone ridotti a credenti, che si arrangiano nella vita come possono, che sopravvivono.

In questo universo incontriamo Takeshi Kovacs, un Envoy, o meglio un individuo con una altissima capacità di adattamento a discapito di qualunque condizione o corpo che occupa, con notevoli talenti nel combattimento e nell’uso delle armi, ma soprattutto nell’uso della mente. Takeshi si risveglia nel corpo di un altro, non sa perchè sia stato risvegliato considerato che è un ricercato ed è anche un sicario, ma poco dopo scopre di essere stato ingaggiato da un Meth, Laurens Bancroft, il più potente e antico, che gli chiede di risolvere un mistero: il suo omicidio. Infatti qualcuno ha attentato alla sua vita sparandogli in modo da distruggere la sua pila e quindi mettere fine irrimediabilmente alla sua vita.

Ma l’assassino non riesce nell’intento, il Meth ha infatti trasferito la sua coscienza via WiFi, ma prima dell’ultimo backup che gli avrebbe permesso di ricostruire i fatti.

Comincia così una indagine che aprirà diversi scenari nascosti al nostro protagonista del quale seguiamo le gesta ma anche il suo passato, e i passi che lo hanno portato a diventare l’uomo che è, mentre scava nei segreti più oscuri della città e dei suoi abitanti.

La serie a mio parere ha diversi punti forti di cui vale la pena parlare, e che di cui mi piacerebbe discutere con chi come me l’ha vista:

  1. Le atmosfere: gli effetti speciali, in questo genere di trasposizioni, fanno gran parte del lavoro e servono a fare entrare lo spettatore in un mondo nuovo eppure familiare. Quello che ho apprezzato della serie è la scenografia, l’ambientazione, i colori al neon che sembrano bruciare la retina e attirare inevitabilmente l’attenzione. Insomma decisamente una serie Netflix di ottima qualità grafica. Inoltre nonostante la storia possa apparire ripetitiva (mondo distopico alla deriva, sopravvissuti che cercano di tirare avanti come possono, nuove leggi che ricalcano quelle vecchie rivelando la vera natura umana) a mio parere ha portato nel genere una ventata di aria fresca, considerato che la serie unisce atmosfere decisamente noir e da crime story a una narrazione adrenalinica e piena di scene d’azione. Ci sono dettagli decisamente originali che mostrano come l’attenzione per le immagini sia fondamentale e non scontata (un esempio è il finale della prima puntata, non aggiungo altro).
  2. Donne forti ma non superdonne: quello che apprezzo nelle storie sono i personaggi, e spesso quelli che più mi deludono sono i personaggi femminili. Mi sento inevitabilmente condannata a detestare spesso e volentieri le donne perchè fin troppo caricate di un’aria eccessiva di mistero o super personalità che a mio parere le rende semplici caricature di quello che si pensa una donna debba essere per imporsi sulla scena. Qui trovo che i personaggi dell’agente Kristin Ortega e Quellchrist Falconer siano due donne tanto diverse quanto simili in quello che ho più amato di entrambe: la necessità istintiva e naturale di fare qualcosa di giusto, di essere oneste, di lottare per ciò in cui credono, di essere leali con chi amano: forti si, ma anche compassionevoli e gentili.
  3. Pathos: nonostante sia una serie d’azione, veloce, di intrattenimento è anche una serie tv che crea empatia con i personaggi, che fa capire allo spettatore cosa passino e cosa hanno dovuto affrontare nella loro vita, cosa li ha temprati e ha modellato le persone che sono.
  4. Tematiche umane: ho trovato particolarmente interessante la scelta delle tematiche sociali, politiche e religiose. Oltre al significato della vita in quanto tale, si affronta anche la sua importanza nell’ambito religioso: esiste infatti una sorta di gruppo religioso, i Nuovi Cattolici, che si ribella all’idea di “conservazione” della persona o della sua anima e che si oppone con tutte le sue forze alla tecnologia della pila corticale. O ancora è intenso come la famiglia di Kristin, profondamente credente, si riunisca per mantenere vive le tradizioni latine/cattoliche: mi è sembrato un buon modo per accostare passato e presente. Altra cosa che ho trovato estremamente interessante è l’attenzione a culture diverse, ai linguaggi, all’identità dei personaggi come membri di una comunità dove devono continuare a lottare, o scegliere di lasciarsi corrompere.
  5. Umorismo: il telefilm oltre ad avere una narrazione coinvolgente e scene d’azione adrenaliniche e originali, ha anche un ottimo umorismo, sottile, semplice. Joel Kinnaman, l’attore che interpreta Takeshi e che avevo visto recitare già in “Suicide Squad” e “Robocop” e che mi sono ripromessa di vedere in “the Killing”, dá una ottima prova attoriale rendendo il suo personaggio sfaccettato e interessante.

Io vi ho elencato le mie ragioni per vederlo. Ora vorrei che mi diceste voi cosa ne pensate.

A presto

Anna Elisa

-Lettera ad un’anima.

Ciao,

Non sai chi sono, ma non importa, qui non ci sono nomi e non ci sono presentazioni, solo parole che spero ti possano arrivare.

Avrei voluto una lettera così in tanti momenti della mia vita, ma ora so che dovrò scrivermela da sola, e potrò dedicarla anche a te.

A te che lotti ogni giorno con un senso di inadeguatezza che senti pressarti come una roccia, a te che vivi sperando che un giorno tutto questo dolore passi, perchè è di dolore che si parla anche se non è visibile sulla tua pelle, anche se non ci sono ferite che possano essere toccate.

Tu che conosci cosa vuole dire sentirsi incompresi, non ascoltati, sottovalutati, e che sei stato violentato tante volte solo per sentire di più, per esternare ciò che provi. Tu che in questo mondo veloce e caotico continui a procedere, magari un po’ a pezzi, ma comunque con la determinazione che le cose prima o poi andranno meglio, che in fondo esiste sempre un’alba da guardare per ogni momento di buio.

Tu che vorresti più gentilezza, meno giudizi, più riflessione prima di usare le parole che spesso ti hanno fatto più male di uno schiaffo ben assestato. Tu che ti sei sentito tante volte sbagliato, inadatto, stordito lì dove il più forte mangia il più debole, ma per te basterebbe che ci si sentisse alla pari, perchè in fondo siamo tutti troppo diversi per essere messi in categorie. 

Tu che sai amare con tutto il tuo cuore, anche se hai paura, anche se quella corazza che hai costruito ti convinci sia utile, ma ogni santa volta la demolisci perchè non fai di tutta l’erba un fascio, e giudichi solo il male che ti è stato inflitto, e non la persona.

Tu che hai fiducia nel prossimo e spesso rimani fregato, che quando sei silenzioso allora sei scorbutico e chiuso, o quando ridi sei poco opportuno, tu che hai sempre una parola di conforto per chi ne ha bisogno ma mai per te stesso.

Perchè gli altri hanno potenziale ai tuoi occhi, e quasi ti arrabbi se non riescono a vederlo e ti sveneresti pur di mostrare loro quello che tu stesso vedi in modo così lampante: un valore che fai fatica a trovare dentro di te.

In fondo perchè tu dovresti valere qualcosa in un mondo che infligge punizioni a chi non calpesta gli altri per andare avanti? Un mondo così distorto da avvantaggiare la crudeltà? Tu non sei crudele, non sei meschino, non baratti te stesso nonostante a volte arrivi ad odiarti.

In fondo sarebbe così semplice cambiare atteggiamento, lasciare andare ogni sentimento buono e gentile, nasconderlo sotto chili di egoismo per controbattere quello ormai fin troppo presente intorno a te.

Ma tu sai che non è colpa delle persone, sei abbastanza consapevole da sapere che tutti abbiamo una storia interiore, tutti abbiamo un passato, e non giudichi.

Ma devi proteggerti. Devi farlo, ma bada bene non ti sto dicendo di cambiare: non ti sto dicendo di smettere di essere chi sei, ma di cominciare forse a capirlo.

Devi cambiare idea, su te stesso: ti sei concesso fin troppe volte di detestarti, ora direi che per Natale potresti metter in conto di cambiare strategia. 

Ora ascoltami con attenzione, perchè io ci sono passata e lo sto ancora attraversando:

Tu hai valore.

Tu hai potenziale.

Tu non sei i tuoi risultati, ma il percorso che decidi di intraprendere per raggiungerli.

Tu sei su questa terra per essere felice.


Sii gentile, ma anche con te stesso, sii generoso ma anche con te stesso, non perdere fiducia nel mondo, ma costruisci il tuo spazio personale.

Proteggiti senza tenere gli altri lontani, scegli le tue battaglie e non lesionarti da solo.

Sappi che so come ci si sente, ed è per questo che ti porto dentro di me come porto ogni singolo frammento di me stessa.

Tu sei straordinario.

Buon Natale.

A presto,

Anna Elisa

 

 

 

– Love happens.-

Esistono argomenti tanto trattati che spesso risulta quasi superfluo affrontarli ancora e ancora, o magari appaiono tanto banali da essere ignorati del tutto, ma quando la mia mente si mette a pensare all’amore accade qualcosa di molto complesso dentro di me.

Nella mia vita, nel mio relazionarmi, mi sono resa conto di aver confuso a volte l’attaccamento a qualcuno come amore, per poi rendermi conto che non era così. Da adolescente ho avuto come tutti le mie cotte, e ho avuto anche una storia che è durata parecchio e che ancora ricordo con profonda tenerezza, perchè lui era stato il mio primo ragazzo e io per lui lo stesso, eravamo giovani e inesperti e abbiamo cominciato ad esplorare questa nuova veste di coppia.

Come ogni esperienza, tutto insegna qualcosa, e la mia prima relazione mi ha insegnato che non si può avere sempre il controllo della situazione.

Io ho sempre avuto bisogno di avere ogni cosa programmata e sotto controllo, uscire dalla mia comfort zone significava per me crollare, andare incontro a una catastrofe, ma stare con qualcuno mi ha fatto capire che la vita come le relazioni ti mettono di fronte a cose che non puoi prevedere, perchè non esisti solo tu e ci sono molte variabili che ruotano intorno allo svolgimento dell’esistenza.

Perdere il controllo può però rivelarsi molto positivo, specie nella scoperta di sè stessi.

Ho capito quanto so essere estroversa, allegra, propositiva, perchè nuove situazioni ti mettono inevitabilmente di fronte a nuove sfide.

Successivamente, negli anni successivi quando ormai era già finita, ho avuto frequentazioni e un’altra relazione lunga, che mi ha messo di fronte ad altre cose, alcune belle e alcune brutte, che mi riguardavano.

Fino a quel momento per me amare qualcuno significava essere un appoggio, un sostegno, sempre presente per confortare e ascoltare, spesso a discapito di ciò che io provavo e ciò che io volevo.

Ho imparato che non si può mettere da parte chi si è per qualcuno, perchè così l’amore lo uccidi, così lo riempi di stupidi rimpianti e soffochi nelle mancanze delle cose di cui ti privi per l’altra persona, così distruggi l’amore per te stesso e se non ti ami più è la fine.

Volersi bene vuole dire essere egoisti, almeno un po’, e imparare a respirare di nuovo per me è diventata una vera missione.

Quando diventi l’ombra di te stessa e parli di come tu vivi i rapporti, in modo tanto intenso da annullarti, capita spesso che intorno nessuno riesca a comprendere perchè continui in quella che sembra essere una missione suicida.

Il fatto è che io avevo dimenticato cosa mi faceva stare bene, fino a che non ho retto più il peso, e il mio corpo mi ha avvisata della catastrofe interiore imminente.

E’ stato allora che è venuta fuori una aggressività, un impulso interiore, che mi ha portata a rompere un legame perchè non mi riconoscevo più se non come parte di esso.

Io non sono la mia relazione, io sono io e lo avevo dimenticato.

Un postulato tanto semplice era stato spazzato via da anni di silenzi.

Dopo questo passo è stato come riprendere fiato dopo una lunga immersione, ho preso aria decisa a non immergermi fino a che non fossi stata sicura di essere capace di risalire, capite? Dovevo imparare a nuotare, a tuffarmi di nuovo, senza timore di non uscirne più viva.

Ma non è qualcosa che si può imparare da soli, non completamente, non quando la sensibilità ti spinge a ripetere gli stessi schemi.

In quei momenti pensi che non riuscirai più a buttarti in qualcosa con qualcuno, perchè sarai tu a sentirti fragile, facilmente vulnerabile, così tremendamente empatica da perdere di nuovo contatto con te stessa, e poi? Se quella persona se ne approfittasse? Se non capisse i tuoi silenzi? Quei silenzi che cerchi di limitare per imparare a dare voce ai tuoi desideri, ma che comunque fanno parte della tua essenza?

Non è facile amare, non quando amando sei stata fatta a pezzi, e la cosa peggiore è che lo hai permesso tu.

Che sia un genitore, un amico, un’amica, un ragazzo o una ragazza, lo hai permesso anche tu.

Presi la decisione che prima di affrontare anche solo l’idea di un altro rapporto avrei dovuto riconnettermi con me stessa, porre dei limiti al mio sentire, mettere dei confini al mio essere: il problema è che ritorniamo alla famosa “imprevedibilità”.

L’amore è imprevedibile e semplicemente accade: l’ho capito in questi mesi.

Prima non ne avevo avuto idea considerato che sembrava sempre tutto programmato, fin troppo pensato e valutato: se vedevo un ragazzo che poteva piacermi non era un’attrazione immediata, non era di pancia, il relazionarmi diventava la conseguenza di riflessioni e scelte ponderate.

Non funziona così: così ci si farà solo più male, anche se dopo.

Oggi posso dire che l’amore per me significa non avere paura di tuffarti quando senti di volerlo fare: la differenza era qui. Nuotare doveva essere un bisogno, doveva essere inevitabile, dovevo immergermi senza nemmeno avere il tempo di ragionarci sopra.

Ma per questo ci vuole anche la persona giusta, che spesso arriva silenziosamente e semplicemente ti dice: “Sei tu che devi credere in chi sei, sei tu che devi essere la prima a farlo”, e lo dice con tanta naturalezza da farti quasi male, perchè non sa quanto quelle parole non ti sono mai state rivolte, non intendendole davvero almeno.

E nel mio caso è partito tutto dalla cosa più innocente e profonda che potessi sperimentare: una amicizia di anni.

Come in “Harry ti presento Sally” il viaggio è stato lungo, ma tutto é servito ad arrivare a dove sono ora. Esattamente come i due protagonisti della pellicola l’amicizia è qualcosa che io ho difeso con unghie e denti, a costo di sacrificare qualcosa che stava ribollendo in me per paura di rovinare le cose.

E quindi dubbi e paure ancora una volta mi stavano frenando, con la differenza che stavolta certe sensazioni non potevano essere più messe a tacere.

Io volevo che lui fosse felice e mi ero convinta che essere così frammentata detro lo avrebbe ferito: una cosa inaccettabile.
Buffo come si cerchi a volte di proteggere chi si ama anche da sé stessi vero? Ci fa apparire stupidi. Ciechi di fronte alla eventualità che proprio noi potremmo essere motivo di gioia per qualcuno, noi con tutti i nostri difetti.

Lui mi ridere e tanto: un dettaglio fondamentale per me. Lo ha sempre fatto dall’inizio del nostro rapporto.

E’ il mio fan numero uno, mi sostiene senza opprimermi o farmi pesare le mie scelte o le sue, è un complice, mi conosce specie in quello che non vorrei mai tirare fuori.

Mi sradica e mi scuote e mi guarda come se fossi io quella cieca a volte nel non dare peso al mio valore.

Io mi sono sentita amata nel modo che calza a me, ovviamente siamo tutti diversi, ma ho sentito per la prima volta un qualcosa di così profondo da non poterlo ignorare: amare mi ha fatto perdere davvero il controllo per la prima volta nella mia vita, il controllo su quello che io credevo essere l’amore.

Non so se leggerà questo articolo, come non so se lo leggerete voi, ma voglio dirvi di non arrendervi: partite sempre da voi stessi, studiatevi, lasciatevi trasportare dalla pancia e lasciate che il resto venga da sè.

A lui dico grazie, per avermi lasciata appoggiare alla sua schiena mentre imparavo di nuovo a nuotare, e per essersi scostato quando sapeva che sarei riuscita a nuotare da sola senza però perdermi mai d’occhio.

E voi? Ditemi cosa è l’amore per voi?

La lista dei film è:

– Noi siamo Infinito

– Labyrinth

– Love, Rosie (o Scrivimi ancora)

– Harry ti presento Sally 

A presto

Anna Elisa