“Pet Sematary”: una recensione

“A volte è meglio essere morti.”

L’uscita di un film tratto da un libro significa sempre una sola cosa per me (sempre che vedere la pellicola in questione mi interessi): leggere prima il romanzo da cui è tratto.

Non sempre riesco a portare a termine questa missione, ma quando accade il film me lo godo con una attenzione diversa ai dettagli e una propensione più a comprendere come abbiano deciso di trasporre le parole su schermo, piuttosto che pensare al film in quanto mezzo di intrattenimento.

Questo piccola introduzione per darvi due notizie: ho letto “Pet Sematary” (d’altronde lo recensisco ora) e ad Aprile di quest’anno uscirà il secondo adattamento cinematografico di questo romanzo di King dopo il film del 1989.

La storia di “Per Sematary” si ispira a “The Monkey’s Paw” , una storia popolare meglio conosciuta nella versione scritta da William Jacobs.

Louis con la moglie Rachel e i figli Gage ed Ellie, si trasferisce da Chicago nel Maine, nella “ridente” cittá di Ludlow, per prendere incarico come medico nel campus universitario.

Non appena arrivano a destinazione, scoprono grazie al vicino Jud che di fronte casa loro passa proprio la superstrada, attraversata da camion di ogni tipo a tutte le ore del giorno e della notte, cosa che accorcia notevolmente le possibilità di sopravvivenza degli animali domestici nel quartiere.

Per questo motivo i bambini hanno costruito un piccolo cimitero degli animali, il cui sentiero comincia proprio dietro casa di Louis. Un po’ per esorcizzare la morte, un po’ per non dimenticare i loro migliori amici, negli anni tutti i ragazzini che si sono succeduti hanno continuato a tenere il piccolo cimitero nelle migliori condizioni, ed è proprio in questo luogo che Jud condurrà la famiglia intera, ed una Ellie molto curiosa.

Ma “il cimitero degli animali” non è l’unico cimitero presente in città: dietro una barriera che sembra costruita apposta dalla natura, esiste un altro luogo di sepoltura, molto più antico, appartenuto al popolo pellerossa dei MicMac, dove si dice sia possibile riportare in vita i propri defunti. Questa e’ la storia delineata da King che, come suo solito, cela sotto la superficie molto altro. Il tema della morte domina il romanzo a partire dal titolo che si riferisce al cimitero degli animali (scritto alla maniera sbagliata dei bambini, non come Cemetery ma Sematary) fino a ogni dettaglio presente nella storia, e a tutte le vicende che vengono delineate da una narrazione coinvolgente e inquietante. Questo tema tanto oscuro, relegato spesso a qualcosa di cui non si deve fare nemmeno accenno, a meno che non sia necessario, viene affrontato principalmente attraverso il personaggio di Louis, marito e padre devoto, un medico che ha imparato, complice il suo lavoro, che la morte quanto la nascita sono due cose strettamente collegate, fisiologiche e da accettare come inevitabili.

“Come medico, lui anzi sapeva che la morte era, a parte forse la nascita, la cosa più naturale del mondo. I conflitti umani non lo erano e, nemmeno i conflitti sociali, le tasse, il boom o la depressione. Alla fine, c’era soltanto l’otologio, e le lapidi, che si corrodevano e diventavano anonime con il passare del tempo”.

Louis e’ anche un uomo profondamente scettico, non credente, che si ritrova a dover fronteggiare forze al di fuori di ogni comprensione, impossibili anche solo da immaginare. E’ interessante osservare come cambi la prospettiva del personaggio man mano che la storia procede, ma non come qualcosa di importante ai fini di una crescita personale o evoluzione ma piuttosto verso il baratro della follia. King non risparmia dolori come suo solito e non racconta favole, non sempre le sue storie hanno un lieto fine, ma rimangono dentro come poche. Louis fa scelte molto importanti all’interno del romanzo, e si ritrova a fronteggiare da solo un potere e una conoscenza che non possono essere dominati seppur sfruttati per i propri bisogni. I toni cupi e tragici che permeano il romanzo sono pero’ equilibrati da qualcos’altro che almeno in parte rende gli eventi accettabili e le decisioni prese comprensibili: l’amore. Il profondo amore che Louis prova per la sua famiglia. per sua moglie e i suoi bambini, e per Jud, un uomo anziano con cui gia’ nel giorno del suo arrivo in citta’ stabilisce una connessione unica nel suo genere.

“Louis Creed, che aveva perso il padre a tre anni e non aveva mai conosciuto i nonni, non si aspettava di trovare un padre quand’era ormai alle soglie della mezza età, eppure andò proprio così… sebbene egli chiamasse quell’uomo un amico, com’è logico che faccia un adulto quando l’incontro con l’uomo adatto a fargli da padre arriva relativamente tardi nella vita. Conobbe quell’uomo la sera in cui lui, sua moglie e i loro due bambini si trasferirono nella casa di Ludlow, una grande casa bianca dalle strutture in legno. Winston Churchill traslocò con loro. Church era il gatto della piccola Eileen.”

Questo forse e’ uno dei miei incipit preferiti dei libri di King, perche’ descrive esattamente, senza fronzoli, con una scrittura pulita e diretta ma non per questo meno intensa, cosa Louis provi per Jud. L’amore non abbandona mai nessuno dei personaggi, e pulsa in ogni loro pensiero e azione, ma soprattutto nelle scelte intraprese. Dietro la copertina del libro era scritto che questo e’ forse uno dei romanzi piu’ spaventosi del re, e forse e’ vero. Credo che prima d’ora non ero mai rimasta cosi’ tanto affascinata e commossa dai rapporti che si vengono a creare all’interno del romanzo: specialmente i vari stralci di vita familiare, perche’ la famiglia Creed di certo non e’ perfetta, ma e’ ricca di amore. Come quello che unisce Ellie al padre, con il quale ha diversi “dibattiti” sul tema della perdita, che di certo agli occhi di una bambina (ma perche’ no anche a quelli di un adulto) ha dell’insensato.
Perche’ la morte ci strappa via chi amiamo senza lasciarci nulla in cambio, e per chi rimane c’e’ solo rabbia, dolore e domande.
Eppure la morte fa parte del ciclo della vita, anche quando avviene improvvisamente, anche nel fiore della giovinezza, insensata ma reale, e noi esseri umani possiamo solo accettare che avvenga, vivere il lutto appieno senza frenarci e lasciare che il tempo passi.

Tienimi sempre a mente, dottor Creed. Ero vivo, poi ero morto e ora sono vivo di nuovo. Ho fatto il circuito completo e ora sono qui per dirti che dall’aldilà si torna con la valvola delle fusa bruciata e con il gusto della caccia; sono qui per dirti che un uomo coltiva quello che può e ne ha cura. Non dimenticarlo, dottor Creed, faccio parte di quello che cresce nel tuo cuore, ora; c’è tua moglie, tua figlia, tuo figlio… e io. Ricorda il segreto e abbi cura del tuo giardino.

Il cuore di un uomo e’ un giardino dal terreno duro, ed e’ difficile che qualcosa vi cresca, ma quando accade e’ doveroso e necessario prendersene cura. Penso che questo sia davvero uno dei romanzi piu’ spaventosi del re, forse perche’ mette il lettore di fronte a qualcosa che potrebbe acadere a chiunque, che fa parte dei rischi e pericoli della vita di tutti i giorni. La sofferenza puo’ far compiere gesti folli, e nel libro ne esistono vari esempi: questo libro mette a nudo l’animo umano e le sue ombre

E voi lo avete letto? Aspettate come me che esca il film ad Aprile?

Fatemi sapere

A presto

Anna Elisa

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