Dalla parte dei bambini: riflessioni.

Attraverso i social le persone sanno più cose in tempo reale rispetto a quanto accadesse tanti anni fa. I social hanno quindi avvicinato gli individui, rendendo la globalizzazione tanto naturale quanto parlare con un vicino di casa di ciò che accade nel quartiere, ma i social hanno anche reso le persone più sole di quanto fosse avvenuto in precedenza.

I fatti di cronaca mondiale degli ultimi tempi mi hanno fatta pensare: non ho mai compreso come l’ingiustizia potesse essere anche solo concepita, eppure dilaga come una macchia di olio su una superficie liscia.

I bambini: penso ai bambini, massima espressione dell’innocenza fatta carne ed ossa, lasciati al macello, dimenticati se non per quelle poche foto dove compaiono in lacrime urlando, ribellandosi a una indifferenza che non meritano. Penso proprio ai bambini quando vedo una nave rimandata indietro da un Governo che non doveva essere lì a sostenere la disumanità, a sponsorizzarla, a elargirla con una generosità che sarebbe dovuta essere dirottata altrove.

Ma non sono quei rappresentanti che mi spaventano, è la mente del popolo che mi fa sentire atterrita, terrorizzata, abbattuta.

Io non sono altro che una donna italiana che continua a sperare in un cambiamento che non pretenda come sacrificio di sangue un sacrificio umano: persone che fuggono dalla propria patria alla ricerca di vita e di speranza e che si ritrovano a dover subire un rifiuto, ricacciate indietro come degli appestati.

E poi guardi il telegiornale, e si parla di fatti di cronaca nera e non sento mai dire “è stato questo uomo, o questa donna a compiere il delitto” ma la prima cosa che viene detta è la nazionalità.

La prima cosa che identifica una persona per i mass media è la nazionalità: “Un Rom, Un Africano, Un Albanese”. E le menti assorbono notizie errate, collegano straniero a pericoloso, ed ecco che i lager non sembrano più una realtà così lontana.

I lager del pregiudizio sono la nuova frontiera della distruzione, e sensibilizzare, chiunque, tutti, è necessario, importante, doveroso.

Io guardo la tv, disgustata e triste, arrabbiata, e poi comincio a scrivere questa lettera che è in corso da un po’, forse troppo, e che va pubblicata. Sento che stiamo diventando ciechi all’orrore sfogando le nostre preoccupazioni su cose non abbastanza importanti, nascondendoci dietro tele che dietro nascondono un degrado morale in avanzamento.

Ed è per questo che bisogna parlare, divulgare pensieri e riflessioni che rendano tutto questo un errore, un errore a cui possiamo rimediare.

Se anche solo una persona che la pensa diversamente, che dà ragione alle scelte del nostro Governo, o un di un Trump qualsiasi, riguardo il destino di persone innocenti che come unico errore alle spalle hanno quello di essere loro malgrado nati in un Paese dove vivere significa rischiare una morte in mare o al confine tra due Stati, che pensa che “debbano essere aiutati ma a casa loro”, o che “rubano il lavoro a noi italiani/americani”, leggerà questa lettera, comincerà a porsi domande e a riconsiderare la propria posizione riguardo questa barbarie chiamata “intolleranza”, ci sarà un piccolo passo verso la vittoria che chiamo “umanità”.

La rivoluzione a cui anelo deve partire da ognuno di noi, una rivoluzione che porti a riconsiderare certe decisioni disumane, a pensare con la propria testa ignorando quello che ci viene detto, valutando secondo il nostro personale giudizio.

Buona sera, Londra. Prima di tutto vi prego di scusarmi per questa interruzione: come molti di voi, io apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione; ne godo quanto chiunque altro. Ma nello spirito della commemorazione, affinché gli eventi importanti del passato, generalmente associati alla morte di qualcuno o al termine di una lotta atroce e cruenta vengano celebrati con una bella festa, ho pensato che avremmo potuto dare risalto a questo 5 novembre, un giorno, ahimè, sprofondato nell’oblio, sottraendo un po’ di tempo alla vita quotidiana, per sederci e fare due chiacchiere. Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità. E la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c’era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere e sottomettervi. Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole… non c’è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l’avete fatto: so che avevate paura, e chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie: c’era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, e il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all’attuale Alto Cancelliere: Adam Sutler. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso obbediente consenso. Ieri sera ho cercato di porre fine a questo silenzio. Ieri sera io ho distrutto il vecchio Bailey, per ricordare a questo paese quello che ha dimenticato. Più di quattrocento anni fa, un grande cittadino ha voluto imprimere per sempre nella nostra memoria il 5 novembre. La sua speranza, quella di ricordare al mondo che l’equità, la giustizia, la libertà sono più che parole: sono prospettive. Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questo governo vi rimangono ignoti, vi consiglio di lasciar passare inosservato il 5 novembre. Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, a un anno da questa notte, fuori dai cancelli del Parlamento, e insieme offriremo loro un 5 novembre che non verrà mai più dimenticato. (V)

La crudeltà esiste, e sono gli uomini a perpetuarla, di qualunque nazionalità essi siano. L’ignoranza è il peggiore dei mali, oppio per popoli che non hanno voglia nè forza di guardare oltre, spostare il velo e mettersi nei panni della vera vittima per una volta.

Ho pensato intensamente a “V per Vendetta”, a come la verità può renderci liberi, a come spesso i modelli che ci vengono proposti dovrebbero rimanere tali: tracce che non per forza corrispondono all’unica cosa da fare.

Quelli in pericolo sono loro, loro sulle navi, loro al confine, i bambini separati dai genitori, quelli morti in mare, quelli che nemmeno sono riusciti a salire a bordo e sono morti in patria per la guerra, per la droga. Non è giusto.

Io vi chiedo di leggere, di pensare, nient’altro, e nel vostro piccolo di fare qualcosa, qualunque cosa. Anche solo dire la vostra, farla girare, svegliare qualcun altro.

A presto

Anna Elisa

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