“L’Alienista”: la serie dark che dice la verità

Sere fa ho spulciato il catalogo di Netflix alla ricerca di qualcosa di nuovo da vedere, e la mia attenzione si è soffermata su una nuova serie tv targata Netflix: “L’Alienista”. Vuoi l’ambientazione vittoriana, vuoi l’atmosfera cupa, vuoi la presenza di omicidi efferati e metodici di giovani ragazzi e quindi un serial killer a piede libero, ho deciso di guardare la prima puntata.

La serie tv consta di 10 puntate di ben più di 40 minuti, e io l’ho finita in due giorni di binge watching notturno selvaggio. Quindi, dato che a parte Westworld nell’ultimo periodo cominciavo serie e le abbandonavo quasi subito, ho deciso di parlarvene perché “L’Alienista” mi ha colpita parecchio.

Nel diciannovesimo secolo, si pensava che le persone       affette da malattie mentali fossero alienate dalla loro    vera natura.
Gli esperti che li hanno studiati erano quindi noti come   alienisti. 

“L’alienista” è una serie tratta dall’omonimo libro di Caleb Carr: la storia ha luogo nel 1896, i primi del Novecento, a New York, dove vengono commessi tutta una serie di omicidi che hanno come vittime giovani ragazzi che si prostituiscono per sopravvivere. I corpi vengono orribilmente mutilati, e questa sorta di “rito” attira l’attenzione di un noto “alienista”, Il Dr Lazlo Kreizler (un talentoso Daniel Buhr che ricorderete come il primo soldato Frederik Zoller in “Bastardi Senza Gloria”), che non è altri che uno dei primi psichiatri, un uomo che studia la mente e le malattie mentali, colpito dalla metodica degli omicidi molto simili a un vecchio caso di cronaca nera che aveva coinvolto due gemelli.

Lo affiancano Sarah Howard (una Dakota Fanning sempre brava), giovane donna che ha perso entrambi i genitori e lavora come segretaria al dipartimento di polizia di New York, rappresentando una delle poche donne dell’epoca con un impiego (si parla del periodo delle suffragette, quando il popolo femminile cominciava a manifestare e lottare per i propri diritti), l’amico storico John Moore, disegnatore di poco successo e afflitto a sua volta dal dolore di alcune perdite familiari interpretato dal carismatico Luke Evans, i due fratelli ebrei Lucius e Marcus Isaacson, poliziotti e medici legali, e il neoeletto commissario di polizia Theodore Roosevelt, altro amico di vecchia data del dottore, che appare come l’unico non corrotto nel dipartimento.

Questo gruppo, insieme anche ai “domestici” del Dr Kreizler, Mary, Stevie e Cyrus, cominceranno ad indagare per conto proprio sugli efferati omicidi, rivelando pian piano che sotto la superficie di efferatezza e violenza si cela anche una volontà malsana della polizia di mascherare i crimini della società bene, dei ricchi, che sembrano comunque essere coinvolti nelle ingiustizie che colpiscono le classi meno agiate e povere.

La crime story é soltanto il primo strato di una narrazione che indaga senza pietà diverse verità presenti nell’epoca in cui il telefilm è ambientato e di cui vorrei parlarvi.

Prima di tutto la condizione femminile: è l’epoca del risveglio delle donne e delle prime manifestazioni delle suffragettes per il rispetto dei diritti e della donna in quanto tale. Il personaggio di Sarah è una donna indipendente economicamente che deve però destreggiarsi in un mondo ancora dominato dagli uomini. Umiliazioni, vessazioni, attenzioni non richieste e prese in giro sono all’ordine del giorno, ed è palpabile la difficoltà della nostra protagonista nel farsi prendere sul serio dai colleghi di lavoro (anche se con delle eccezioni).

Non capisco se aborrano la nostra forma o ne bramino un’altra…. Che vadano al diavolo.

La condizione di Sarah è una condizione universale, le donne vengono continuamente violate psicologicamente e fisicamente, costrette in una società dove avere un marito e fare figli sembra essere la loro unica aspirazione. Non ci si sorprende perciò che la pazzia tra di esse sia frequente (da notare una scena in cui viene illustrato il caso psichiatrico di una nobildonna che ha annegato i figli senza motivo apparente, dimostrazione in qualche modo che le costrizioni mentali e l’ansia di dover accontentare delle aspettative possano essere micce per la follia).

Peró capite le prospettive che la nostra società concede alle donne: sposarsi, avere dei figli, sorridere, quando non si ha la forza di farlo. Se comprenderete questo capirete meglio degli altri che quella povera donna con una carrozzina vuota non ha scelto cosa diventare, ma la società ha scelto per lei. Dite di non poter vedere il mondo con gli occhi di un assassino di bambino perché non potreste ucciderne uno: tutti abbiamo la materia prima necessaria per compiere atti orribili, con la giusta o sbagliata combinazione di eventi quella materia diventa combustibile.

Ma le donne non sono le uniche a subire, l’altra dimensione di violenza è rappresentata dai bambini e da quello che sono costretti a fare per sopravvivere. Veniamo a conoscenza di come i ragazzini appartenenti alle classi più povere si prostituiscano per procacciarsi cibo e una qualche protezione. Le vittime del serial killer sono infatti ragazzini che lavorano in strada, spesso anche per aiutare le loro famiglie, i cui omicidi vengono oltretutto mascherate e coperti dalla polizia, per coprire esponenti dell’alta società che frequentano certi ambienti di perdizione.

La corruzione della polizia è infatti un’altra delle principali tematiche, dove per denaro e favori si sorpassa il confine dell’etica e della decenza fingendo di proteggere e servire, quando non si pensa ad altro che al proprio tornaconto.

Altro argomento cardine è la medicina, in particolare la psichiatria, oltre che il vero e proprio nuovo metodo scientifico (ne sono rappresentanti i due fratelli Isaacson, che per indagare utilizzano anche la dattiloscopia, un nuovo metodo che prende in considerazione le impronte digitali come uniche e irripetibili per identificare così l’assassino). Il Dr Kreizler è un esponente di coloro che credono che le malattie mentali vadano studiate, indagate e comprese, perché è questo l’unico modo per aiutare il paziente (mentre ai tempi si risolveva tutto internando i pazienti psichiatrici sottoponendoli a torture e trattamenti assurdi). Per tutte le puntate notiamo come sia il Dr Kreisler, che gli altri personaggi, abbiano un passato che ha influenzato le persone che sono: la storia è incentrata su una indagine, ma oltre alla risoluzione del caso assistiamo anche a una risoluzione dei conflitti interiori dei protagonisti man mano che il racconto procede. E’ un vero e proprio viaggio dentro sé stessi, mentre rivivono ogni trauma subito, ogni esperienza vissuta.

E’ vero che la materia prima è importante, ma nonostante tutto quello che un essere umano passa, rimane sempre la possibilità di scegliere.

Ho imparato da voi: che possiamo lasciare che ci perseguiti per la vita o possiamo accettarlo, servirci di quel dolore per aiutare gli altri.
Non sono sicuro che la scelta spetti solo a noi.
Non sono d’accordo, altrimenti saremmo tutti degli assassini.

Io spero di essere stata abbastanza esaustiva, cercando di incorrere in alcuno spoiler: voglio solo dirvi di darle una possibilità perché dal punto di vista estetico è girata benissimo, la sceneggiatura è ottima e i personaggi son ben caratterizzati e per niente abbozzati. Non ci sono stereotipi di sorta, forse l’unica pecca è che non ci sono nemmeno colpi di scena. Non c’è un finale assurdo e inaspettato, ma a mio parere il percorso intrapreso dai protagonisti vale la pena di essere visto dallo spettatore.

Voi l’avete vista? La vedrete? Scrivetemelo sotto il post.

A presto

Anna Elisa

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3 thoughts on ““L’Alienista”: la serie dark che dice la verità

  1. Io la sto guardando in questo periodo, sono al quarto episodio e mi sta piacendo tantissimo. Avevo pensato di leggere anche il libro ma per ora ci ho rinunciato. Magari più avanti farò anche quello.

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