-“Altered Carbon”: una recensione

… è solo affari, è politica, è il modo del mondo, è una vita dura e non è niente di personale. Beh, fanculo. Rendilo personale.

“Altered Carbon” è un telefilm, tratto dal romanzo omonimo, ambientato in un futuro distopico e ipertecnologico, l’anno 2384, dove l’identità umana può essere codificata come I.D.U. (Immagazzinamento Digitale Umano) e caricata su supporto detto “pila corticale” inserito chirurgicamente nella colonna spinale, e trasferito da un corpo all’altro così che gli esseri umani possano vivere in eterno limitandosi a cambiare corpi o “custodie”. Naturalmente poco importa che sia una epoca evoluta dal punto di vista scientifico e tecnologico: esistono delle caste e delle classi sociali che vengono separate dal denaro e dalla capacità di permettersi o meno, ad esempio, di clonare il proprio corpo, rimanendo giovani per sempre.

Quindi ritroviamo i cosìdetti Meth o Mat, ricchissimi e potenti, simili a Dèi immortali (considerato che possono conservare la propria identità anche senza l’uso del supporto/hardisk) e il resto delle persone ridotti a credenti, che si arrangiano nella vita come possono, che sopravvivono.

In questo universo incontriamo Takeshi Kovacs, un Envoy, o meglio un individuo con una altissima capacità di adattamento a discapito di qualunque condizione o corpo che occupa, con notevoli talenti nel combattimento e nell’uso delle armi, ma soprattutto nell’uso della mente. Takeshi si risveglia nel corpo di un altro, non sa perchè sia stato risvegliato considerato che è un ricercato ed è anche un sicario, ma poco dopo scopre di essere stato ingaggiato da un Meth, Laurens Bancroft, il più potente e antico, che gli chiede di risolvere un mistero: il suo omicidio. Infatti qualcuno ha attentato alla sua vita sparandogli in modo da distruggere la sua pila e quindi mettere fine irrimediabilmente alla sua vita.

Ma l’assassino non riesce nell’intento, il Meth ha infatti trasferito la sua coscienza via WiFi, ma prima dell’ultimo backup che gli avrebbe permesso di ricostruire i fatti.

Comincia così una indagine che aprirà diversi scenari nascosti al nostro protagonista del quale seguiamo le gesta ma anche il suo passato, e i passi che lo hanno portato a diventare l’uomo che è, mentre scava nei segreti più oscuri della città e dei suoi abitanti.

La serie a mio parere ha diversi punti forti di cui vale la pena parlare, e che di cui mi piacerebbe discutere con chi come me l’ha vista:

  1. Le atmosfere: gli effetti speciali, in questo genere di trasposizioni, fanno gran parte del lavoro e servono a fare entrare lo spettatore in un mondo nuovo eppure familiare. Quello che ho apprezzato della serie è la scenografia, l’ambientazione, i colori al neon che sembrano bruciare la retina e attirare inevitabilmente l’attenzione. Insomma decisamente una serie Netflix di ottima qualità grafica. Inoltre nonostante la storia possa apparire ripetitiva (mondo distopico alla deriva, sopravvissuti che cercano di tirare avanti come possono, nuove leggi che ricalcano quelle vecchie rivelando la vera natura umana) a mio parere ha portato nel genere una ventata di aria fresca, considerato che la serie unisce atmosfere decisamente noir e da crime story a una narrazione adrenalinica e piena di scene d’azione. Ci sono dettagli decisamente originali che mostrano come l’attenzione per le immagini sia fondamentale e non scontata (un esempio è il finale della prima puntata, non aggiungo altro).
  2. Donne forti ma non superdonne: quello che apprezzo nelle storie sono i personaggi, e spesso quelli che più mi deludono sono i personaggi femminili. Mi sento inevitabilmente condannata a detestare spesso e volentieri le donne perchè fin troppo caricate di un’aria eccessiva di mistero o super personalità che a mio parere le rende semplici caricature di quello che si pensa una donna debba essere per imporsi sulla scena. Qui trovo che i personaggi dell’agente Kristin Ortega e Quellchrist Falconer siano due donne tanto diverse quanto simili in quello che ho più amato di entrambe: la necessità istintiva e naturale di fare qualcosa di giusto, di essere oneste, di lottare per ciò in cui credono, di essere leali con chi amano: forti si, ma anche compassionevoli e gentili.
  3. Pathos: nonostante sia una serie d’azione, veloce, di intrattenimento è anche una serie tv che crea empatia con i personaggi, che fa capire allo spettatore cosa passino e cosa hanno dovuto affrontare nella loro vita, cosa li ha temprati e ha modellato le persone che sono.
  4. Tematiche umane: ho trovato particolarmente interessante la scelta delle tematiche sociali, politiche e religiose. Oltre al significato della vita in quanto tale, si affronta anche la sua importanza nell’ambito religioso: esiste infatti una sorta di gruppo religioso, i Nuovi Cattolici, che si ribella all’idea di “conservazione” della persona o della sua anima e che si oppone con tutte le sue forze alla tecnologia della pila corticale. O ancora è intenso come la famiglia di Kristin, profondamente credente, si riunisca per mantenere vive le tradizioni latine/cattoliche: mi è sembrato un buon modo per accostare passato e presente. Altra cosa che ho trovato estremamente interessante è l’attenzione a culture diverse, ai linguaggi, all’identità dei personaggi come membri di una comunità dove devono continuare a lottare, o scegliere di lasciarsi corrompere.
  5. Umorismo: il telefilm oltre ad avere una narrazione coinvolgente e scene d’azione adrenaliniche e originali, ha anche un ottimo umorismo, sottile, semplice. Joel Kinnaman, l’attore che interpreta Takeshi e che avevo visto recitare già in “Suicide Squad” e “Robocop” e che mi sono ripromessa di vedere in “the Killing”, dá una ottima prova attoriale rendendo il suo personaggio sfaccettato e interessante.

Io vi ho elencato le mie ragioni per vederlo. Ora vorrei che mi diceste voi cosa ne pensate.

A presto

Anna Elisa

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