-I’m a Loser: recensione “It” 2017

Cresciuta nella generazione del pane e  Goonies ho sviluppato sin da piccola una passione viscerale verso le storie di ragazzi, meglio se condite da un certa dose di avventura.

Mentre la mia fame cinematografica cresceva, questo primo amore verso questo film aveva modellato il mio gusto spingendomi a ricercare altre storie che mi facessero sentire parte di qualcosa, di un gruppo, di una missione.

La fame di avventura mi aveva condotto verso altre pellicole, come “Labyrinth”, o ancora “Jumanji”, per non parlare di “Hook” che ancora oggi rappresentano punti saldi nella mia esperienza di cinefila.

Ma più tardi sono approdata a “Stand by me”, tratto da uno dei racconti della raccolta di King “Stagioni diverse”, dove i protagonisti indiscussi sono sempre un gruppo di ragazzi, ma che stavolta si incamminano alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo.

Questo è stato il primo film dove la componente spensierata e fantastica lasciava spazio a un messaggio molto più profondo, radicato nella realtà della vita di un gruppo di adolescenti qualsiasi, che in una singola estate imparano quanto sia importante l’amicizia, e quanto gli amici significhino spesso tutto per un ragazzino.

A Stephen King questa tematica è molto cara e più che mai fondamentale nel romanzo It di cui vi ho già parlato in qualche articolo fa: oggi invece voglio concentrarmi sull’ultimo adattamento cinematografico del libro, visto alcuni giorni fa, che mi ha davvero aperto diversi spunti di discussione.

It di Muschietti mi ha sorpresa: sono una amante del genere horror, e con l’esperienza ho capito bene cosa riesce a spaventarmi o disturbarmi (che è un’altra sensazione che io ricerco in un buon horror) e Muschietti ha soddisfatto entrambe le sensazioni. Ovviamente il mio parere è soggettivo, come l’analisi che voglio farne, e se non siete d’accordo con la mia opinione mi piacerebbe sentire anche la vostra!

Cominciamo.

  1. Il club dei perdenti: anche se non c’è stato tempo per una caratterizzazione psicologica profonda, il regista lascia tracce di ognuno di loro nei piccoli gesti che compiono, per dare allo spettatore uno spettro delle loro personalità senza rinunciare a un film dinamico (ad esempio mentre tutti loro buttano a terra le biciclette, Stan che è il più preciso e ordinato del gruppo è l’unico a fermarla con il cavalletto, piccole sottigliezze che differenziano un regista qualunque da uno che ha occhio).
  2. L’indifferenza di Derry: se It è un mostro Derry è il suo degno erede, l’ospite adatto a nutrire un parassita come lui. Gli adulti nel film sono come fantasmi, e quando compaiono in scena non si può fare a meno di sentirsi a disagio. Sono persone indifferenti, viscide, intrise di una meschinità su cui It ha banchettato per secoli senza essere mai fermato, in una città dove non si vuole vedere ciò che accade.                                           
  3. It: Pennywise in quanto pagliaccio è solo uno dei modi nel libro con cui It si mostra ai bambini. Pennywise di Bill Skarsgard va oltre la semplice inquietudine che può ispirare il personaggio, piuttosto gioca anche su un certo modo di fare infantile che crea molto disagio nello spettatore, perchè mentre per lui divorare sembra quasi un gioco per i bambini lo è tutt’altro. Lo si nota nelle scene in cui interagisce con il gruppo dei protagonisti, specie con Eddie, quando alterna urla a risate mentre il ragazzino è terrorizzato.
  4. Le paure: partiamo dal presupposto che non mi aspettavo che il film rispecchiasse il libro in tutto e per tutto, e infatti alcune delle fobie dei ragazzini come i loro background sono stati variati (senza per questo snaturare la storia o renderla poco lineare), per adattarli meglio al mezzo di comunicazione cinematografico. Io ho trovato che visivamente Muschietti abbia fatto un lavoro ineccepibile: alcune delle “forme” che assume It creano un contrasto tra movimenti e aspetto visivo che disturba, inquieta, fa davvero tremare. Proprio il design delle creature mi ha spaventato, e i modi in cui ha previsto i jump scare disseminati in tutto il film. Muschietti ha giocato sul “come spaventare” e non sul “quando” e questa tattica su di me ha funzionato.
  5. I messaggi:  l’amicizia, che nel nuovo film è rappresentata da un legame ben più viscerale tra i ragazzini che buca lo schermo, un qualcosa che nel libro viene interpretato come una specie di Forza, in contrasto con It, che sembra averli selezionati uno per uno per combatterlo. Muschietti racchiude in diverse scene tutta la bellezza di questo legame, come quando i ragazzi si ritrovano a osservare Beverly prendere il sole, quasi spiandola, meravigliandosi di quello che si sta risvegliando dentro di loro e arrossendo di quelle nuove sensazioni, o quando si aiutano l’uno con l’altro, senza pensarci su nemmeno due volte. Crescere e affrontare le proprie paure sono altri due importanti insegnamenti del libro, che nel film non hanno mancato di farmi tremare: specie per quanto riguarda la situazione psicologica e fisica vissuta dalla protagonista femminile, Beverly, che come ogni ragazzina (me compresa alla sua età) è in una fase della sua vita molto delicata dove tutto risulta amplificato, e non riceve da suo padre la guida e il rispetto necessario ad affrontare la donna che sta diventando, facendola sentire in colpa per quella che è, per essere una “femmina”, destinata solo a scatenare il desiderio maschile e basta.

Essere un perdente cosa significa?

Io ringrazio ogni giorno registi e scrittori che hanno dato tutto un altro significato a questa parola, considerato che spesso l’aggettivo è usato in modo dispregiativo da chi semplicemente non capisce che al mondo si può essere diversi.

Io sono una perdente, ed esserlo mi ha aperto gli occhi su tutto quello che i “vincenti” spesso ignorano. Alla fine ognuno credo abbia il proprio It personale, e prima o poi va affrontato: quello che possiamo fare però è decidere quale battaglia valga la pena di combattere, verso noi stessi o verso un reale nemico al di fuori di noi.

Inoltre possiamo decidere di quali tipi di persone circondarci, i nostri amici, quelli che conoscono chi siamo davvero.

Voi cosa ne pensate?

Quali sono le vostre paure?

A presto

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