– Il primitivo incessante progresso.-

Giorni fa ho finito di leggere, non senza un po’ di sollievo, “Il condominio” di J.G. Ballard.

Scelta come lettura mensile per il club del libro di cui faccio parte, da subito ho capito che sarebbe stato un vero e proprio tuffo fuori dalla mia comfort zone.

Il racconto é ambientato negli anni ’70 in una Londra popolata da grattacieli e progresso, dove un condominio di ben 40 piani domina una prestigiosa area residenziale. L’azione si svolge all’interno del palazzo, dove i condomini sono sottoposti a una silenziosa divisione classista a seconda della posizione che occupano nella struttura.

Quindi partendo dal basso fino ai piani più alti si passa dalla classe definita “bassa”, alla media fino all’elitaria classe ricca che occupa gli appartamenti che si stagliano verso il cielo.

Il lusso e le comodità dominano la vita dei residenti, ma basta poco perché l’idilliaca situazione precipiti.

Già dalle prime pagine si avverte un forte disagio dettato da un incessante sensazione che qualcosa si prepari ad esplodere. Al di sotto della superficie fatta di feste assurde e divertimento, si cela un malcontento generale che sfocia dapprima in piccoli atti di vandalismo e dispetti reciproci volti a innescare una serie di reazioni a catena, fino alla violenza più cieca.

« Laing […] già poco tempo dopo il suo arrivo nel condominio, aveva comunque dovuto notare attorno a lui una straordinaria quantità di antagonismi appena velati. Il grattacielo aveva una seconda vita tutta sua. […] poco sotto la schiuma del pettegolezzo professionale si stendeva una dura cappa di rivalità personali. A volte aveva la sensazione che tutti stessero aspettando che qualcuno facesse un grosso errore […]

La misteriosa morte di un gioielliere che abita ai piani più alti diventa la spinta finale per l’instaurarsi del caos, e Ballard ci conduce attraverso il grattacielo quasi fosse una struttura viva e cosciente, una prigione in metallo e pietra che racchiude al suo interno un vero e proprio zoo ricco di esemplari allo sbaraglio.

La denuncia alla società consumistica e spesso disumana è lampante, specie in alcune parti dove Ballard esprime attraverso i personaggi riflessioni molto interessanti sulla condizione umana nei tempi moderni. Ad esempio uno dei condomini si riferisce ai vicini come persone che hanno sempre vissuto nell’agio e che sono stati amati dai genitori, ma che comunque sono arrabbiati. Come se la vita comoda e le sue ottime condizioni non gli avessero permesso di sfogare le loro perversioni e crudeltà.

La particolarità del romanzo sta proprio nel fatto che non esiste un avvenimento esterno che conduca al caos o alla sovversione nelle normali norme di comportamento sociale: sono i condomini stessi a desiderare e a fare in modo che il nuovo ordine sociale venga reso possibile. Infatti si allontanano dalla struttura solo per recarsi al lavoro, come indossando una maschera per allontanare sospetti esterni su quello che sta avvenendo nel palazzo, e ogni volta non vedono l’ora di tornare nel grattacielo dove possono dare libero sfogo ai loro istinti.

La violenza la fa da padrone, una violenza quasi infantile, che sembra priva di una base puramente malvagia, al massimo sadica nel torturare ad esempio gli animali del palazzo solo per il gusto di farlo.

La scrittura è scorrevole, veloce, e la storia è narrata attraverso il punto di vista di tre rappresentanti delle tre classi sociali che abitano il palazzo.

  • Anthony Royal, il misterioso architetto che abita il loft al 40esimo piano, colui che ha progettato la struttura e che guarda ai suoi vicini con disprezzo dettato dalla sua condizione sociale, ma che non riesce ad allontanarsi dalla struttura incuriosito dall’evolversi della situazione
  • Richard Wilder che fa parte dei “bassifondi”, lavora in tv, e desidera girare un documentario sulla vita nel grattacielo per riscattarsi  delle sue umili origini
  • Robert Laing, colui che si trova a metà delle due fazioni in lotta, classe medio alta, insegnante universitario, un dottore che non ha mai operato nel campo, e che proprio come nella vita, predilige la strada più “comoda”, non schierandosi, adattandosi alla condizione in cui viene a trovarsi nel modo più conveniente possibile.

Nonostante non sia un romanzo nelle mie corde, volevo andare avanti e capire fino a che punto i personaggi si sarebbero spinti. Come Royal appunto sapevo che forse chiudere il libro avrebbe calmato tutte le sensazioni di angoscia e disagio scatenate dalla storia, ma nonostante tutto io volevo rimanere e osservare.

Volevo arrivare alla fine.

La distopia di Ballard parte da un concetto tanto semplice quanto spaventoso: che il mondo, nonostante il progresso e il raziocinio dominante, ribolle sotto la superficie nell’attesa del caos più totale.

In questo libro basta infatti una piccolezza come una diatriba tra vicini di casa per fare precipitare tutto, e le conseguenze sono devastanti nonostante lo spirito di adattamento dei personaggi faccia pensare che in fondo non poteva essere altrimenti.

E voi lo avete letto?

Avete letto altro di genere “distopico”?

Avete consigli?

Fatemi sapere nei commenti.

Alla prossima
Anna Elisa 
 

 

 

 

 

 

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2 thoughts on “– Il primitivo incessante progresso.-

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