“Copia Originale”: una recensione

Qual è la cosa più bella che può accadere ad una cinefila accanita e appassionata se non vedere un film in anteprima stampa?

E se questo film è anche candidato agli Oscar 2019 allora la cosa è ancora più straordinaria!

Ringrazio ancora la “Fusion Networking” per la fantastica opportunità, e sono felicissima di potervi dare in anteprima la mia opinione su “Can you ever forgive me?” titolo italiano “Copia Originale” distribuito dalla Fox Searchlight e la cui uscita nelle sale italiane è prevista per il 21 Febbraio 2019.


Il film è candidato, come detto sopra, a ben 3 Oscar per migliore attrice protagonista (Melissa McCarthy), Miglior attore non protagonista (Richard E. Grant), Miglior sceneggiatura non originale (Nicole Holofcener and Jeff Whitty).

Esso racconta una parentesi molto singolare della vita di Lee Israel, biografa, che quando nel 1991 viveva in un appartamento infestato dalle mosche, sola con un vecchio gatto di nome Jersey bisognoso di cure veterinarie, si ritrovò a rubare delle lettere di Fanny Brice da una biblioteca per poi rivenderle così da guadagnarci qualcosa. Il passo successivo fu cominciare a falsificarne altre per poi passare a “fabbricarne” a sua volta, firmandosi come diversi personaggi famosi. Arrivò a scriverne circa 400, a nome tra i tanti di Louise Brooks, Dorothy Parker, Ernest Hemingway e Noël Coward. Arrivò anche al punto di rubare diverse lettere da altre biblioteche, sostituendole con dei falsi e rivendendole. Fu scoperta a causa dei sospetti di uno dei compratori: arrestata, si dichiarò colpevole nel 1993, e fu condannata a sei mesi di arresti domiciliari e cinque anni di libertà vigilata.

La storia di Lee non è una storia di pentimento, nemmeno la messa alla gogna di un personaggio punito per i suoi errori, piuttosto il racconto di una donna che è stata pronta ad agire usando solo il proprio ingegno senza pensare alle conseguenze, se non nella misura che potessero nuocere alla sua vita.


Ho vissuto in uno stato di enorme senso di colpa e ansia in questo anno. Non perché sentissi di fare qualcosa di sbagliato, ma perché avevo sempre paura di essere scoperta. Non posso dire propriamente che mi pento delle mie azioni…


Il film parla anche di identità, quella che ogni scrittore dovrebbe imprimere nel suo lavoro, e che Lee sembra invece celare in ogni aspetto della sua vita.

Le biografie diventano quindi una sorta di mantello sotto il quale nascondersi, rendendosi “anonima” agli occhi del mondo, eppure sempre con il crescente desiderio di emergere; perchè Lee conosce le sue capacità ed è molto consapevole del suo talento.

D’altronde il suo nascondersi dietro altre figure famose le permette di evitare la critica, o la consapevolezza di un eventuale fallimento come scrittrice, e tutto ciò si rispecchia anche nel suo modo di vivere la realtà quotidiana: infatti nel film, tramite piccoli e grandi dettagli, viene mostrata allo spettatore una donna che ha deciso di celarsi dietro muri di parole, racconti di altre vite, un cinismo spietato, che non le permettono di lasciare che alcuna persona entri nella sua vita.

Mi è piaciuto molto scrivere queste lettere, vivere nel mondo di Dorothy Parker e Noel Coward, fingendo di essere qualcosa che non sono. In molti modi, questo è stato il miglior periodo della mia vita. È l’unica volta che di recente riesco a ricordare di essere orgogliosa del lavoro che stavo facendo. Ma non era il mio lavoro, vero? Mi stavo nascondendo dietro queste persone, i loro nomi. Perché se mi mettessi davvero fuori, facessi il mio lavoro, allora mi aprirei alle critiche. E sono troppo codarda per tutto questo. Ho perso il mio gatto – l’unica anima che mi amasse veramente, forse mai – e ho perso il mio amico – che potrebbe essere stato un idiota, ma mi ha tollerato ed è stato bello avere intorno. E ho capito che non sono una vera scrittrice. Alla fine, non ne valeva la pena. Accetterò il giudizio del tribunale come valido e adempierò qualunque frase potrei ricevere con la piena consapevolezza che ho ottenuto la punizione suddetta.


Il film ha provato per l’ennesima volta la bravura di Melissa McCarthy, che stavolta ha anche dato prova della sua estrema flessibilità e capacità di calarsi anche in un ruolo più “serio” senza perdere il senso dell’umorismo che la caratterizza (e che imprime in modo più “scuro” al personaggio che interpreta).
La colonna sonora viaggia attraverso jazz e intermezzi musicali che valorizzano ogni scena, dove dominano colori tenui, sbiaditi, come la carta sulla quale Lee scrive le sue menzogne.

A mio parere, esattamente come per “Il lupo di Wall Street” di Scorsese, qui si racconta una biografia scomoda e che di certo non celebra l’onestà intellettuale, ma piuttosto l’intelligenza di una donna che si è ritrovata a combattere senza alcun filtro contro una comunità intellettuale decisa a sottomettersi al volere della massa pur di venire alla luce e mantenersi sulla cresta dell’onda.

Lee non è infatti disposta a limitarsi, a limare il suo pessimo carattere, solo per pubblicare qualcosa, e va avanti facendosi terra bruciata intorno, in un mondo dove i contatti sembrano valere più del talento. Scopre la bellezza di un affetto sincero, e soprattutto desiderato, solo nella compagnia del suo gatto e in quella dello scrittore Jack Hock (interpretato da un sempre brillante Richard E. Grant), suo complice nelle truffe perpetuate negli anni.

Il film ha provato per l’ennesima volta la bravura di Melissa McCarthy, che stavolta ha anche dato prova della sua estrema flessibilità e capacità di calarsi anche in un ruolo più “serio” senza perdere il senso dell’umorismo che la caratterizza (e che imprime in modo più sarcastico al personaggio che interpreta).

La colonna sonora viaggia attraverso jazz e intermezzi musicali che valorizzano ogni scena, dove dominano colori tenui, sbiaditi, come la carta sulla quale Lee scrive le sue menzogne.

Uscendo dalla sala ho pensato subito: “Il crimine alla fine paga (o almeno in parte)”, ma la sensazione che ho provato è stata di assoluta soddisfazione, con la voglia di indagare meglio sia la vita di questa donna che dei tanti personaggi che per anni ha imitato e nei cui panni si è calata.

Una pellicola brillante, elegante, che mi ha lasciata affascinata e a tratti malinconica, ma che con estrema certezza vi consiglio di vedere!

Fatemi sapere se la vedrete e cosa ne pensate poi!

A presto

Anna Elisa

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“Pet Sematary”: una recensione

“A volte è meglio essere morti.”

L’uscita di un film tratto da un libro significa sempre una sola cosa per me (sempre che vedere la pellicola in questione mi interessi): leggere prima il romanzo da cui è tratto.

Non sempre riesco a portare a termine questa missione, ma quando accade il film me lo godo con una attenzione diversa ai dettagli e una propensione più a comprendere come abbiano deciso di trasporre le parole su schermo, piuttosto che pensare al film in quanto mezzo di intrattenimento.

Questo piccola introduzione per darvi due notizie: ho letto “Pet Sematary” (d’altronde lo recensisco ora) e ad Aprile di quest’anno uscirà il secondo adattamento cinematografico di questo romanzo di King dopo il film del 1989.

La storia di “Per Sematary” si ispira a “The Monkey’s Paw” , una storia popolare meglio conosciuta nella versione scritta da William Jacobs.

Louis con la moglie Rachel e i figli Gage ed Ellie, si trasferisce da Chicago nel Maine, nella “ridente” cittá di Ludlow, per prendere incarico come medico nel campus universitario.

Non appena arrivano a destinazione, scoprono grazie al vicino Jud che di fronte casa loro passa proprio la superstrada, attraversata da camion di ogni tipo a tutte le ore del giorno e della notte, cosa che accorcia notevolmente le possibilità di sopravvivenza degli animali domestici nel quartiere.

Per questo motivo i bambini hanno costruito un piccolo cimitero degli animali, il cui sentiero comincia proprio dietro casa di Louis. Un po’ per esorcizzare la morte, un po’ per non dimenticare i loro migliori amici, negli anni tutti i ragazzini che si sono succeduti hanno continuato a tenere il piccolo cimitero nelle migliori condizioni, ed è proprio in questo luogo che Jud condurrà la famiglia intera, ed una Ellie molto curiosa.

Ma “il cimitero degli animali” non è l’unico cimitero presente in città: dietro una barriera che sembra costruita apposta dalla natura, esiste un altro luogo di sepoltura, molto più antico, appartenuto al popolo pellerossa dei MicMac, dove si dice sia possibile riportare in vita i propri defunti. Questa e’ la storia delineata da King che, come suo solito, cela sotto la superficie molto altro. Il tema della morte domina il romanzo a partire dal titolo che si riferisce al cimitero degli animali (scritto alla maniera sbagliata dei bambini, non come Cemetery ma Sematary) fino a ogni dettaglio presente nella storia, e a tutte le vicende che vengono delineate da una narrazione coinvolgente e inquietante. Questo tema tanto oscuro, relegato spesso a qualcosa di cui non si deve fare nemmeno accenno, a meno che non sia necessario, viene affrontato principalmente attraverso il personaggio di Louis, marito e padre devoto, un medico che ha imparato, complice il suo lavoro, che la morte quanto la nascita sono due cose strettamente collegate, fisiologiche e da accettare come inevitabili.

“Come medico, lui anzi sapeva che la morte era, a parte forse la nascita, la cosa più naturale del mondo. I conflitti umani non lo erano e, nemmeno i conflitti sociali, le tasse, il boom o la depressione. Alla fine, c’era soltanto l’otologio, e le lapidi, che si corrodevano e diventavano anonime con il passare del tempo”.

Louis e’ anche un uomo profondamente scettico, non credente, che si ritrova a dover fronteggiare forze al di fuori di ogni comprensione, impossibili anche solo da immaginare. E’ interessante osservare come cambi la prospettiva del personaggio man mano che la storia procede, ma non come qualcosa di importante ai fini di una crescita personale o evoluzione ma piuttosto verso il baratro della follia. King non risparmia dolori come suo solito e non racconta favole, non sempre le sue storie hanno un lieto fine, ma rimangono dentro come poche. Louis fa scelte molto importanti all’interno del romanzo, e si ritrova a fronteggiare da solo un potere e una conoscenza che non possono essere dominati seppur sfruttati per i propri bisogni. I toni cupi e tragici che permeano il romanzo sono pero’ equilibrati da qualcos’altro che almeno in parte rende gli eventi accettabili e le decisioni prese comprensibili: l’amore. Il profondo amore che Louis prova per la sua famiglia. per sua moglie e i suoi bambini, e per Jud, un uomo anziano con cui gia’ nel giorno del suo arrivo in citta’ stabilisce una connessione unica nel suo genere.

“Louis Creed, che aveva perso il padre a tre anni e non aveva mai conosciuto i nonni, non si aspettava di trovare un padre quand’era ormai alle soglie della mezza età, eppure andò proprio così… sebbene egli chiamasse quell’uomo un amico, com’è logico che faccia un adulto quando l’incontro con l’uomo adatto a fargli da padre arriva relativamente tardi nella vita. Conobbe quell’uomo la sera in cui lui, sua moglie e i loro due bambini si trasferirono nella casa di Ludlow, una grande casa bianca dalle strutture in legno. Winston Churchill traslocò con loro. Church era il gatto della piccola Eileen.”

Questo forse e’ uno dei miei incipit preferiti dei libri di King, perche’ descrive esattamente, senza fronzoli, con una scrittura pulita e diretta ma non per questo meno intensa, cosa Louis provi per Jud. L’amore non abbandona mai nessuno dei personaggi, e pulsa in ogni loro pensiero e azione, ma soprattutto nelle scelte intraprese. Dietro la copertina del libro era scritto che questo e’ forse uno dei romanzi piu’ spaventosi del re, e forse e’ vero. Credo che prima d’ora non ero mai rimasta cosi’ tanto affascinata e commossa dai rapporti che si vengono a creare all’interno del romanzo: specialmente i vari stralci di vita familiare, perche’ la famiglia Creed di certo non e’ perfetta, ma e’ ricca di amore. Come quello che unisce Ellie al padre, con il quale ha diversi “dibattiti” sul tema della perdita, che di certo agli occhi di una bambina (ma perche’ no anche a quelli di un adulto) ha dell’insensato.
Perche’ la morte ci strappa via chi amiamo senza lasciarci nulla in cambio, e per chi rimane c’e’ solo rabbia, dolore e domande.
Eppure la morte fa parte del ciclo della vita, anche quando avviene improvvisamente, anche nel fiore della giovinezza, insensata ma reale, e noi esseri umani possiamo solo accettare che avvenga, vivere il lutto appieno senza frenarci e lasciare che il tempo passi.

Tienimi sempre a mente, dottor Creed. Ero vivo, poi ero morto e ora sono vivo di nuovo. Ho fatto il circuito completo e ora sono qui per dirti che dall’aldilà si torna con la valvola delle fusa bruciata e con il gusto della caccia; sono qui per dirti che un uomo coltiva quello che può e ne ha cura. Non dimenticarlo, dottor Creed, faccio parte di quello che cresce nel tuo cuore, ora; c’è tua moglie, tua figlia, tuo figlio… e io. Ricorda il segreto e abbi cura del tuo giardino.

Il cuore di un uomo e’ un giardino dal terreno duro, ed e’ difficile che qualcosa vi cresca, ma quando accade e’ doveroso e necessario prendersene cura. Penso che questo sia davvero uno dei romanzi piu’ spaventosi del re, forse perche’ mette il lettore di fronte a qualcosa che potrebbe acadere a chiunque, che fa parte dei rischi e pericoli della vita di tutti i giorni. La sofferenza puo’ far compiere gesti folli, e nel libro ne esistono vari esempi: questo libro mette a nudo l’animo umano e le sue ombre

E voi lo avete letto? Aspettate come me che esca il film ad Aprile?

Fatemi sapere

A presto

Anna Elisa

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“Hill House”: l’incubo della realtà.

Il periodo di Ottobre per me può essere trascorso solo in un modo: recuperando tramite letture o visioni tutto ciò che ha a che fare con la paura, sotto ogni punto di vista o interpretazione.

Così quando ho saputo dell’uscita di una nuova serie su Netflix, per di più ispirata al libro di Shirley Jackson “L’incubo di Hill House”, non è stato difficile ritrovarmi la sera stessa del debutto al pc, di sera, da sola a guardare.

Vi dico solo che gli episodi sono 10 e io li ho finiti in due giorni, ma solo perchè non volevo perdermi nessun particolare e tra lavoro e levatacce la sera era l’unico momento tranquillo per dedicarmi alla serie.

Inoltre a serie conclusa ho anche letto il libro della Jackson che attendeva da troppo sul comodino, e questa vicinanza di eventi tanto soddisfacenti per la sottoscritta mi stanno spingendo ora a farvi una recensione un po’ particolare. Perchè io non riesco a smettere di parlare di Hill House, che sia la casa, il concetto dietro la storia, il sottotesto di un racconto gotico e di paura che seduce e affascina ma non ti lascia mai andare del tutto, non finchè non hai davvero capito cosa voglia dirti.

<<Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. hill house, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di hill house, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.>>

“Hill House” e “L’incubo di Hill House” sono rispettivamente una storia nuova e una vecchia con uno stesso scopo, un po’ come quelle leggende che vengono narrate per generazioni, ed è inevitabile che qualcosa in esse cambi, in fondo cambiano i narratori, il contesto, chi ascolta.

Ho pensato di parlarvi di queste due opere, contemporaneamente, e dividere tutto in diversi punti, non troppi, ma quelli a mio parere più significativi.

Quindi cominciamo.

1.La storia: Il fulcro comune delle due linee narrative è una casa, appunto Hill House. Nella serie tv Hugh Crain con la moglie Olivia e i cinque figli, Steven, Shirley, Theodora e i gemelli Nellie e Luke, si trasferiscono in una casa molto antica, che necessita di lavori di restauro per poi essere messa in vendita dopo l’Estate.

Nella casa si manifestano delle “presenze” che sembrano prendere di mira specialmente i bambini e Olivia, e già dalla prima puntata lo spettatore viene gettato nel clima inquietante e soffocante di una dimora che nessun membro della famiglia sente tale, e che sembra avere vita propria. Nella casa si consuma inoltre una tragedia che ha come vittima Olivia, ed è da questo evento drammatico che si sviluppa poi la vera e propria narrazione, caratterizzata da una sovrapposizione tra eventi presenti, che hanno come protagonisti i bambini ormai adulti alle prese con le loro vite, e flashback che spiegano pian piano cosa sia accaduto ad Hill House fino all’epilogo nella decima puntata.

Nel libro della Jackson la storia prende una piega completamente diversa: Hill House diventa fulcro e base per uno studio sul paranormale condotto dal Professor Montague, il quale “invita” nella casa altre tre persone: Eleonor, Theodora e Luke, per osservare gli effetti della suggestione, o della possibile infestazione spiritica, su tutti loro. Ciò che accomuna però le due linee narrative è il fatto che la casa rappresenti non solo l’ambientazione delle vicende, ma rappresenti un vero e proprio “personaggio”, un organismo vivente che sembra nutrirsi di chi varca la sua soglia, assumendo sia nelle descrizioni del libro che nella visione del telefilm, caratteristiche “vive”, quasi respirasse e avesse volontà propria.

2.I personaggi: Ciò che ho apprezzato di più sia nel telefilm che nel libro, sono i personaggi e le loro storie. Nel telefilm vengono ripresi i nomi come Luke, Theodora, Nellie (Eleonor), i coniugi Crain (Hugh Crain nel libro è colui che ha costruito la casa) e i coniugi Dudley che esattamente come nel libro, nel telefilm sono i guardiani della vecchia Hill House (dove non rimangono di sera). Inoltre la secondogenita della famiglia Crain, Shirley, ha il nome che è palesemente un omaggio alla Jackson. A parte i riferimenti al libro, nel telefilm i cinque fratelli Crain vivono esistenze al limite: ognuno di loro ha alzato un “muro” per isolarsi che assume forme diverse a seconda del personaggio (e il concetto di muro sarà qualcosa di essenziale per definire uno dei messaggi che la serie vuole comunicare). Quindi abbiamo ad esempio Thèodora, detta Theo, psicologa infantile che ha difficoltà nello stringere i rapporti, apparentemente gelida è invece quella che a causa di un dono molto speciale ha una empatia fortissima, tanto da essere costretta a limitare i contatti fisici diretti indossando dei guanti, o ancora Luke, gemello di Nellie, che ha trovato rifugio dai suoi fantasmi nella dipendenza da eroina, e Nellie stessa, che appare sin da piccola come quella che non viene mai ascoltata, e che si ritrova a lottare con la paralisi del sonno, durante la quale i suoi spettri le fanno visita, Steven, il fratello maggiore, sembra il più scettico, colui che ha in qualche modo “lucrato” sulla tragedia di famiglia lanciandosi sul mercato come scrittore di romanzi del terrore, raccontando la “verità” su case infestate e quant’altro, e Shirley, la secondogenita, sposata con due bambini che gestisce una casa di onoranze funebri, quella che sembra avere sempre tutto sotto controllo, ma che convive con un segreto che ancora non è riuscita a confessare.

E poi c’è Hugh Crain, il padre, che è l’unico che conosce la verità sulla morte della moglie e decide di tenere i figli all’oscuro di tutto nel tentativo di proteggerli, ma ottenendo solo di allontanarli di più.

Nel libro Theodora, Nellie e Luke non sono imparentati, ma con poche parole la Jackson ci presenta le loro caratteristiche fisiche e caratteriali, rendendo subito palese e inequivocabile l’indole di ciascuno e il legame che si viene a instaurare tra tutti. In particolare Theodora rimane sia per la serie che per il libro il mio personaggio preferito: nella serie ha a cuore la salute mentale e fisica specialmente dei bambini di cui si occupa nel suo lavoro (c’è infatti una sequenza molto forte riguardo una bambina che dichiara di vedere qualcosa, un “uomo sorridente”, e Theo va a fondo della questione scoprendo qualcosa di atroce), mentre nel libro rimane un personaggio tracciato ma non del tutto approfondito, eppure palesemente simile ad un animale selvatico, che tiene a modo suo a coloro che si guadagnano il suo affetto.

Altri personaggi preferiti sono i gemelli, Luke e Nellie, uniti più degli altri da un legame tipico “dei gemelli”, cosa che li rende particolarmente sensibili ai sentimenti e alle cose dell’altro, e persino ai pensieri. Ma ciò che sento di dire è che ogni personaggio nel telefilm è caratterizzato talmente bene e in modo tanto profondo che non può non essere comunque apprezzato e compreso.

3,Jumpscares che non ti aspetti: Esistono diversi modi per spaventare, ma nel tempo ho imparato ad ammirare la sottile arte dello spavento che non si prefigge di farti saltare dalla sedia, ma piuttosto di farti trasalire quando “davvero” non te lo aspetteresti. In “Hill House” la serie tv sono inseriti non solo jumpscares classici (che comunque funzionano benissimo, specie perchè non esiste una sorta di preparazione per questi) ma anche fantasmi o presente inseriti nei fotogrammi e non sempre notabili alla prima visione: ed è solo quando ti accorgi che in una sequenza all’apparenza normalissima tra due personaggi che parlano che alle loro spalle qualcuno li osserva, qualcuno che non dovrebbe essere lì, è allora che davvero provi un senso di sorpresa e terrore. Quello che ho apprezzato di più è come le scene di paura in Hill House non siano mai fini a sè stesse, ogni elemento soprannaturale viene introdotto con uno scopo, un messaggio, un significato che si troverà solo alla fine di tutto il viaggio insieme alla famiglia Creed.

Nel libro l’arte della Jackson sta nel descrivere eventi e luoghi e sequenze e suggestionare il lettore: sono piccoli dettagli che non noti subito, appunto ti ritrovi a leggere di due personaggi che ad esempio camminano insieme nel prato, il primo va più spedito certo però di essere seguito dal secondo, per poi accorgersi che i passi nell’erba non hanno una causa umana, gli steli si piegano sotto una influenza invisibile ed è tutto così inquietante che sei costretto a chiudere per un istante gli occhi per scacciare il senso di atterrimento che senti. “L’incubo di Hill House” ha il pregio di far trasalire senza descrivere nei dettagli spettri o mostri, ma piuttosto introducendo il lettore in una situazione dove il confine tra follia e realtà diventa sottile, e non si sa più a cosa credere o cosa faccia più paura: se l’idea di impazzire o il fatto che ci siano dei fantasmi.

4.Il messaggio: Passiamo ora a una delle cose che ho più amato della serie specialmente e che mi ha spinto a scrivere questo articolo, ovvero la chiave di lettura. La serie tv “Hill House” non è solo una serie horror, anche se rende onore egregiamente a questa prima definizione: è il racconto di una famiglia attraverso l’orrore, la famiglia Crain, distrutta da un evento di cui nessuno riesce a parlare. Il lutto è uno dei temi principali, declinato in diverse forme, ma che assume principalmente quella della perdita della madre, che nessuno di loro ha davvero superato.

Ed è proprio questa “non vita”, questo limbo in cui vivono i fratelli che mi ha colpita portandomi a riflettere su tutti i meccanismi di fuga dalla realtà che ognuno dei Crain ha messo in atto per sfuggire a ciò che più li spaventa: la realtà. E’ come trovarsi di fronte a un gruppo di bambini non davvero cresciuti che litigano, si detestano e non si capiscono, ma che nel profondo sono legati l’uno all’altro da qualcosa di forte, un amore viscerale accompagnato da un senso di smarrimento che li accomuna, dovuto al mistero che aleggia intorno alla morte della madre.

<<Io credo che la casa stessa sia il male. Ha incatenato e distrutto la sua gente e le loro vite, è un luogo abitato dall’astio e dal rancore.>>

Ciò che Hill House mostra è che il passato è una presenza costante nelle vite di coloro che si rifiutano di affrontarlo, un vero e proprio spettro che perseguita chi gli volta le spalle senza lottare. I fantasmi e le minacce paranormali della vecchia Hill House rappresentano forse il pericolo fisico, ma il vero pericolo è non vivere, non affrontare ciò che spaventa e avere esistenze marginali, vite non vissute appieno.

Quello che appare palese in questo show è che la realtà a volte può essere un vero incubo da cui voler scappare, magari anche a costo di abbandonare la vita e abbracciare la morte, ma non si può immaginare di vivere dietro un muro di protezione per sempre, quello stesso muro potrebbe diventare una prigione difficile da sradicare ed è allora che il vero incubo inizierebbe.

<<La paura è la rinuncia alla logica, l’abbandono volontario di ogni schema razionale. O ci arrendiamo alla paura o la combattiamo.>>

L’amore che i personaggi provano l’uno per l’altro è così forte che va oltre la morte, continua a perseguitarli insieme alla paura: queste emozioni all’apparenza tanto diverse hanno in comune l’abbandono di ogni logica.

Nel libro non esistono insegnamenti univoci o oggettivi, solo la consapevolezza che il mondo interiore di ognuno è diverso, e che spesso ciò che accade all’esterno può essere influenzato da ciò che sta accadendo all’interno di noi. Hill House è un catalizzatore: la suggestione può diventare la spinta verso il baratro della follia, e i desideri “proibiti” possono diventare aguzzini della nostra sanità mentale se non compresi e metabolizzati.

In conclusione sento di dirvi di dare una possibilità sia al libro che al telefilm, e vi consiglierei di leggere prima l’opera della Jackson per cogliere tutti i riferimenti nella serie tv, ma anche viceversa va bene.

In ogni caso non lasciatevi spaventare dal fatto che si parli di fantasmi e presenze, “Hill House” in entrambe le opere va ben oltre quello che sembra raccontare.

Personalmente la serie tv è una delle migliori viste quest’anno, e posso solo sperare di vedere altro di così ben fatto sotto ogni punto di vista: costruzione dei personaggi, storia, effetti speciali, inquadrature, estetica generale e sceneggiatura.

Vedetelo e fatemi sapere, o se lo avete già visto (o letto) raccontatemi cosa ne pensate.

A presto

Anna Elisa

Dalla parte dei bambini: riflessioni.

Attraverso i social le persone sanno più cose in tempo reale rispetto a quanto accadesse tanti anni fa. I social hanno quindi avvicinato gli individui, rendendo la globalizzazione tanto naturale quanto parlare con un vicino di casa di ciò che accade nel quartiere, ma i social hanno anche reso le persone più sole di quanto fosse avvenuto in precedenza.

I fatti di cronaca mondiale degli ultimi tempi mi hanno fatta pensare: non ho mai compreso come l’ingiustizia potesse essere anche solo concepita, eppure dilaga come una macchia di olio su una superficie liscia.

I bambini: penso ai bambini, massima espressione dell’innocenza fatta carne ed ossa, lasciati al macello, dimenticati se non per quelle poche foto dove compaiono in lacrime urlando, ribellandosi a una indifferenza che non meritano. Penso proprio ai bambini quando vedo una nave rimandata indietro da un Governo che non doveva essere lì a sostenere la disumanità, a sponsorizzarla, a elargirla con una generosità che sarebbe dovuta essere dirottata altrove.

Ma non sono quei rappresentanti che mi spaventano, è la mente del popolo che mi fa sentire atterrita, terrorizzata, abbattuta.

Io non sono altro che una donna italiana che continua a sperare in un cambiamento che non pretenda come sacrificio di sangue un sacrificio umano: persone che fuggono dalla propria patria alla ricerca di vita e di speranza e che si ritrovano a dover subire un rifiuto, ricacciate indietro come degli appestati.

E poi guardi il telegiornale, e si parla di fatti di cronaca nera e non sento mai dire “è stato questo uomo, o questa donna a compiere il delitto” ma la prima cosa che viene detta è la nazionalità.

La prima cosa che identifica una persona per i mass media è la nazionalità: “Un Rom, Un Africano, Un Albanese”. E le menti assorbono notizie errate, collegano straniero a pericoloso, ed ecco che i lager non sembrano più una realtà così lontana.

I lager del pregiudizio sono la nuova frontiera della distruzione, e sensibilizzare, chiunque, tutti, è necessario, importante, doveroso.

Io guardo la tv, disgustata e triste, arrabbiata, e poi comincio a scrivere questa lettera che è in corso da un po’, forse troppo, e che va pubblicata. Sento che stiamo diventando ciechi all’orrore sfogando le nostre preoccupazioni su cose non abbastanza importanti, nascondendoci dietro tele che dietro nascondono un degrado morale in avanzamento.

Ed è per questo che bisogna parlare, divulgare pensieri e riflessioni che rendano tutto questo un errore, un errore a cui possiamo rimediare.

Se anche solo una persona che la pensa diversamente, che dà ragione alle scelte del nostro Governo, o un di un Trump qualsiasi, riguardo il destino di persone innocenti che come unico errore alle spalle hanno quello di essere loro malgrado nati in un Paese dove vivere significa rischiare una morte in mare o al confine tra due Stati, che pensa che “debbano essere aiutati ma a casa loro”, o che “rubano il lavoro a noi italiani/americani”, leggerà questa lettera, comincerà a porsi domande e a riconsiderare la propria posizione riguardo questa barbarie chiamata “intolleranza”, ci sarà un piccolo passo verso la vittoria che chiamo “umanità”.

La rivoluzione a cui anelo deve partire da ognuno di noi, una rivoluzione che porti a riconsiderare certe decisioni disumane, a pensare con la propria testa ignorando quello che ci viene detto, valutando secondo il nostro personale giudizio.

Buona sera, Londra. Prima di tutto vi prego di scusarmi per questa interruzione: come molti di voi, io apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione; ne godo quanto chiunque altro. Ma nello spirito della commemorazione, affinché gli eventi importanti del passato, generalmente associati alla morte di qualcuno o al termine di una lotta atroce e cruenta vengano celebrati con una bella festa, ho pensato che avremmo potuto dare risalto a questo 5 novembre, un giorno, ahimè, sprofondato nell’oblio, sottraendo un po’ di tempo alla vita quotidiana, per sederci e fare due chiacchiere. Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità. E la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c’era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere e sottomettervi. Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole… non c’è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l’avete fatto: so che avevate paura, e chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie: c’era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, e il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all’attuale Alto Cancelliere: Adam Sutler. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso obbediente consenso. Ieri sera ho cercato di porre fine a questo silenzio. Ieri sera io ho distrutto il vecchio Bailey, per ricordare a questo paese quello che ha dimenticato. Più di quattrocento anni fa, un grande cittadino ha voluto imprimere per sempre nella nostra memoria il 5 novembre. La sua speranza, quella di ricordare al mondo che l’equità, la giustizia, la libertà sono più che parole: sono prospettive. Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questo governo vi rimangono ignoti, vi consiglio di lasciar passare inosservato il 5 novembre. Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, a un anno da questa notte, fuori dai cancelli del Parlamento, e insieme offriremo loro un 5 novembre che non verrà mai più dimenticato. (V)

La crudeltà esiste, e sono gli uomini a perpetuarla, di qualunque nazionalità essi siano. L’ignoranza è il peggiore dei mali, oppio per popoli che non hanno voglia nè forza di guardare oltre, spostare il velo e mettersi nei panni della vera vittima per una volta.

Ho pensato intensamente a “V per Vendetta”, a come la verità può renderci liberi, a come spesso i modelli che ci vengono proposti dovrebbero rimanere tali: tracce che non per forza corrispondono all’unica cosa da fare.

Quelli in pericolo sono loro, loro sulle navi, loro al confine, i bambini separati dai genitori, quelli morti in mare, quelli che nemmeno sono riusciti a salire a bordo e sono morti in patria per la guerra, per la droga. Non è giusto.

Io vi chiedo di leggere, di pensare, nient’altro, e nel vostro piccolo di fare qualcosa, qualunque cosa. Anche solo dire la vostra, farla girare, svegliare qualcun altro.

A presto

Anna Elisa

“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime di Jacopo Caneva”. Un saggio che mi ha rubato il cuore.

Tempo fa sono stata contattata da una casa editrice di nome Goware editore affinché dessi uno sguardo al loro catalogo per vedere se ci fosse qualche titolo di mio gusto.

Inutile dire che non appena i miei occhi si sono posati sulla loro sezione dedicata alla saggistica, e in particolare al cinema, ho avuto un tuffo al cuore.

Chi mi segue da un poco sa quanto io sia legata ai film e quanto significhino per me, quindi non vi meraviglierá sapere che ho chiesto subito di poter leggere il saggio dedicato a Miyazaki e alla sua produzione cinematografica, ad opera di Jacopo Caneva.

“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime” analizza tutta la produzione cinematografica dello Studio Ghibli in ordine cronologico, concentrandosi soprattutto sulla figura onnipresente dei due registi e co-creatori della casa di animazione: Hayao Miyazaki e Isao Takahata (venuto purtroppo a mancare quest’anno).

Da grande amante dello Studio Ghibli e della produzione soprattutto di Miyazaki, sono stata felice di poter scoprire le pellicole di Takahata che mi erano quasi tutte sconosciute eccetto che per “La storia della principessa splendente”.

L’autore approfondisce in modo semplice, chiaro e competente tutti i temi alla base dei film dei due registi, dando anche uno scorcio della realtà interiore di Miyazaki e Takahata che hanno messo molto della loro vita e delle loro esperienze, oltre che delle loro idee etiche, politiche e sociali, nelle pellicole che hanno diretto (come il fatto che per Miyazaki non esista una netta divisione tra buoni e cattivi, ma solo la guerra è il Male assoluto, e lui era bambino durante il secondo conflitto mondiale).

La distinzione tra buoni e cattivi è sempre infatti molto labile e, nei casi in cui l’unico antagonista non è la Guerra, lo sono personaggi che rappresentano l’essenza più profonda e remota, quindi orribile ed indescrivibile, del concetto di Conflitto: parlo ad esempio del Lepka di Conan o del Muska di Laputa.

Particolarmente interessante è stato scoprire che il lungometraggio che ha dato anche un volto allo Studio Ghibli, ovvero “Il mio vicino Totoro”, era stato inizialmente concepito da Miyazaki come un cortometraggio che avrebbe dovuto alleggerire agli spettatori la visione del ben più pesante emotivamente “Una tomba per le lucciole” del collega e amico Takahata. I due film affrontano entrambi la tematica “dell’innocenza dei bambini” anche se utilizzando due schemi narrativi diversi.

I bambini che nascono sanno in qualche modo che non vivono in un mondo benedetto.

In questi due film appare palese la differenza tra il più ancorato al suolo e serio Takahata e Miyazaki sempre tra le nuvole, leggero, amante del volo (altro dettaglio ben presente nelle pellicole da lui dirette!). Ma entrambi affrontano nei loro film tematiche importanti, donando allo spettatore due modi di rappresentare le cose diversi, ma che condividono profondità e riflessione.

Una scrittura fluida, semplice, ma ricca di informazioni e spiegazioni, descrive ogni dettaglio dietro una certa scena o sequenza, il perchè sia stata girata in un certo modo, come ad esempio l’ecologia e l’eco pacifismo accompagnino spesso la produzione di Miyazaki (Nausicaa nella valle del vento e Principessa Mononoke rappresentano entrambi due sviluppi diversi dell’eterna lotta tra Uomo/Natura), mentre gli stessi temi in maniera diversa vengono raccontati da Takahata, che con PomPoko regala una visione della globalizzazione e dello sfruttamento delle risorse naturali comica ma non per questo meno profonda (l’umorismo di Takahata nel raccontare una lotta tra procioni e uomo che vuole distruggere la loro casa come metafora del consumismo ed occidentalizzazione del Giappone è qualcosa di straordinario).

Le azioni portate avanti dai Tanuki non sono viste in maniera maestosa con esplosioni orchestrali alla maniera di Joe Hisaishi, ma sempre con l’occhio critico e ironico di chi ha già Passato mo(vi)menti del genere, e sa che se il pensiero di partenza, ovvero il più ingenuo, è condivisibile, quasi sempre i mezzi sono sbagliati e spesso la forza del pensiero nemico è più forte della propria.

Ma quello che rende questo saggio particolare è che Jacopo Caneva analizza ogni pellicola fornendo al lettore un approfondimento anche sulla colonna sonora, raccontando il perchè di una determinata scelta musicale e analizzando la melodia mentre ripercorre le scene che accompagna (d’altronde Caneva Studia arpa, composizione e lettura della partitura). Tramite questo metodo non solo aiuta il lettore a dare maggiore enfasi a ciò che vede, ma gli permette di avere una doppia chiave di lettura dei film, lasciando che la musica completi la meraviglia dell’animazione e della narrazione.

Egli ci racconta la storia di una casa di animazione partita dal nulla per diventare una delle più famose al mondo, e ci narra di due uomini, due creativi e maestri per le future generazioni, che si sono schierati contro la guerra, che hanno vissuto cose pesanti che però non li hanno amareggiati o resi cinici, ma sono state trasformate in qualcosa di puro e bello, in film che insegnano tanto a bambini e adulti (inoltre dello stesso autore inoltre ho già adocchiato anche un saggio sull’opera di Tim Burton che di sicuro non mi lascerò scappare!).

Mi fermo qui perchè vorrei che scopriste da soli i contenuti di questo saggio: vi dico solo che dopo averlo letto ho cominciato una maratona dei film Ghibli che sto rivedendo con occhi completamente nuovi, e non posso fare altro che consigliarvi di leggere questa piccola grande opera.

E voi lo conoscete? Lo leggerete? Fatemi sapere.

A presto

Anna Elisa

“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime di Jacopo Caneva, Goware Editore: https://amzn.to/2kCFnKU

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“La storia di un matrimonio” di Andrew Sean Greer: una recensione.

A volte di un libro non bisogna leggere nulla prima di iniziarlo: consiglierei di evitare opinioni, trame e quant’altro perché esporsi a un rischio può rivelare sorprese forse negative, ma al 50% anche molto positive.

É quello che mi è accaduto con “La storia di un matrimonio”, opera di Andrew Sean Greer proposta per l’incontro di maggio del Club del Libro di Napoli. Non avevo aspettative né pretese, ho semplicemente cominciato a leggere e l’ho finito in un paio di giorni scarsi catturata dalla storia e coinvolta dalla scrittura asciutta, eppure evocativa, di Greer.

Questo libro è narrato in prima persona da una dei protagonisti, Pearlie, una donna che esordisce dicendo al lettore che non si conosce mai davvero la persona che si ama e che si è sposata, e questo può fare male.

Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo, e anche se non dovremmo stupirci quando scopriamo che non è vero, ci si spezza il cuore lo stesso. È la scoperta più difficile, non tanto sull’altro, quanto su noi stessi. Vedere che la nostra vista è una nostra invenzione; l’abbiamo scritta noi, e ci abbiamo creduto. Silenzio e bugie.

Ricordo di aver pensato che mi avrebbe aspettato una lettura pesante, su tematiche incentrate sul matrimonio come obbligo (l’ambientazione è negli anni 50, durante i fermenti per la guerra ancora fresca e i residui di paura legati ai bombardamenti, in una America dove gli ex soldati hanno vissuto una realtà inenarrabile e traumi difficili da districare e dove sposarsi era la naturale conseguenza di un rapporto e la massima aspirazione per una donna), sulla società americana del secondo dopoguerra, immersa nelle sirene antiaeree e nel razzismo; invece sono stata subito smentita e sorpresa già dalle prime pagine.

Pearlie è sposata con Holland Cooks, un uomo che viene presentato come un mistero, che la moglie protegge da tutto ciò che potrebbe turbarlo, lui con un cuore “storto” a detta delle zie che l’avevano incoraggiata a non sposarlo. Eppure lo ha fatto e insieme hanno anche un bimbo, Sonny, e un cane di nome Lyle.

Holland e Pearlie hanno quella che lei definisce una “vita normale”: lei che ha rinunciato a tutto per lui senza mai avere rimpianti, perché Pearlie è figlia della sua epoca senza però essere ottusa (ed è questo che ho più apprezzato di lei), ed è innamorata dell’unico uomo che è riuscito in qualche modo ad entrare in lei sin da quando erano piccoli.

Ma un giorno nella loro vita piomba Buzz, un uomo elegante e distinto che Holland ha conosciuto durante la guerra, a cui manca un mignolo e che comincia a sconvolgere le vite di entrambi, ma soprattutto di Pearlie con la quale stringerà un rapporto molto particolare.

Non voglio andare avanti con la trama perchè questo libro va letto senza alcuna conoscenza sulla storia, giusto qualche breve accenno al massimo. La cosa che ho apprezzato di più è sicuramente la narrazione incalzante senza essere frettolosa, come un flusso di coscienza che analizza tutto senza però diventare pesante, ma anzi lasciando al lettore la possibilità di entrare nella casa dei coniugi Cooks, osservando tutto ciò che viene raccontato loro.

La bellezza del libro sta nello sviluppo senza filtri dei personaggi, dei loro dialoghi frettolosi ma non troppo, mentre le riflessioni scaturiscono naturalmente dai loro scambi, e sembra di entrare nelle loro vite, nei loro pensieri, nelle loro considerazioni. La società in cui si trovano ha regole ben precise, e loro sembrano accettarle e rispettarle, anche se il fuoco dei tempi nuovi, moderni, comincia a riscaldarli. Accettare non vuole dire per forza essere d’accordo, e tramite Pearlie notiamo come, in quanto donna, moglie e madre, abbia le idee molto chiare, ed è un personaggio che ha compiuto scelte nella sua vita con convinzione, indipendentemente da ciò che andava fatto o meno.

Pearlie si è sposata per amore, è stata lei a dichiararsi, ha voluto prendersi cura di Holland perchè non avrebbe potuto fare altrimenti, perchè lo amava e lo ama, ed è questo a spingerla nel corso della narrazione a prendere tante altre decisioni, considerando però anche sè stessa nell’equazione e soprattutto il suo bambino.

Tutti quegli anni a chiederti del cuore: chissà se avevi capito l’innocente bugia che mi raccontavo. O l’hai semplicemente accettata come una stramberia? Meravigliandoti dei miei misteri come io mi meravigliavo dei tuoi, e perdonandoli altrettanto volentieri. Due persone velate che camminano tenendosi per mano: forse il matrimonio è questo.

Greer analizza l’America del secondo dopoguerra senza pietà ma con eleganza, ne parla dall’interno, tramite la voce di una cittadina, del membro di una famiglia qualsiasi che vive a San Francisco in un quartiere come tanti altri. Lo scrittore parla del matrimonio non più come semplice istituzione perbenista, ma come essenza: scorrendo le pagine la protagonista sonda ogni aspetto di questa unione, chiedendosi cosa voglia dire in realtà, se sia uno specchio di una relazione o è quel qualcosa a cui ciascuno di noi dà il proprio significato.

In fondo a pensarci bene il romanzo di Greer è un romanzo sull’amore, di qualunque natura, età, aspetto. L’amore di Pearlie, quello di Buzz, delle zie, di Sonny, persino di Lyle e di Holland.

L’amore declinato da diverse voci e diversi pensieri, ma tanto forte da abbattere ogni catena e barriera.

In ogni caso le tematiche toccate sono diverse e l’autore ne parla nei fatti, nelle consuetudini, in piccoli episodi di vita quotidiana che danno al lettore un’unità di misura precisa dei pregiudizi e delle difficoltà del periodo che ricadevano soprattutto sulle donne, o su chi non rispecchiava l’ideale ad esempio patriottico (ad esempio gli obiettori di coscienza erano emarginati in un modo molto crudele e ingiusto, bollati come codardi e traditori della patria).

Io vi consiglio di dare al libro una possibilità, anche perchè dall’inizio alla fine Greer gioca con il lettore con rivelazioni e colpi di scena ben incastrati nella trama, senza però diventare l’unica caratteristica peculiare dell’opera. Intrattiene, diverte e commuove (la sottoscritta ha chiuso il libro con qualche lacrima) perchè più di tutto è un libro che parla di una vita come tante, vista dall’intimità domestica con tutti i suoi segreti oscuri e le sue bellezze, con tutte quelle cose che rendono ogni rapporto unico e non paragonabile ad altri.

Voi lo conoscete? Lo avete letto?

A presto

Anna Elisa

Libro “La storia di un matrimonio” di Andrew Sean Greer edito Adelphi:

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“L’Alienista”: la serie dark che dice la verità

Sere fa ho spulciato il catalogo di Netflix alla ricerca di qualcosa di nuovo da vedere, e la mia attenzione si è soffermata su una nuova serie tv targata Netflix: “L’Alienista”. Vuoi l’ambientazione vittoriana, vuoi l’atmosfera cupa, vuoi la presenza di omicidi efferati e metodici di giovani ragazzi e quindi un serial killer a piede libero, ho deciso di guardare la prima puntata.

La serie tv consta di 10 puntate di ben più di 40 minuti, e io l’ho finita in due giorni di binge watching notturno selvaggio. Quindi, dato che a parte Westworld nell’ultimo periodo cominciavo serie e le abbandonavo quasi subito, ho deciso di parlarvene perché “L’Alienista” mi ha colpita parecchio.

Nel diciannovesimo secolo, si pensava che le persone       affette da malattie mentali fossero alienate dalla loro    vera natura.
Gli esperti che li hanno studiati erano quindi noti come   alienisti. 

“L’alienista” è una serie tratta dall’omonimo libro di Caleb Carr: la storia ha luogo nel 1896, i primi del Novecento, a New York, dove vengono commessi tutta una serie di omicidi che hanno come vittime giovani ragazzi che si prostituiscono per sopravvivere. I corpi vengono orribilmente mutilati, e questa sorta di “rito” attira l’attenzione di un noto “alienista”, Il Dr Lazlo Kreizler (un talentoso Daniel Buhr che ricorderete come il primo soldato Frederik Zoller in “Bastardi Senza Gloria”), che non è altri che uno dei primi psichiatri, un uomo che studia la mente e le malattie mentali, colpito dalla metodica degli omicidi molto simili a un vecchio caso di cronaca nera che aveva coinvolto due gemelli.

Lo affiancano Sarah Howard (una Dakota Fanning sempre brava), giovane donna che ha perso entrambi i genitori e lavora come segretaria al dipartimento di polizia di New York, rappresentando una delle poche donne dell’epoca con un impiego (si parla del periodo delle suffragette, quando il popolo femminile cominciava a manifestare e lottare per i propri diritti), l’amico storico John Moore, disegnatore di poco successo e afflitto a sua volta dal dolore di alcune perdite familiari interpretato dal carismatico Luke Evans, i due fratelli ebrei Lucius e Marcus Isaacson, poliziotti e medici legali, e il neoeletto commissario di polizia Theodore Roosevelt, altro amico di vecchia data del dottore, che appare come l’unico non corrotto nel dipartimento.

Questo gruppo, insieme anche ai “domestici” del Dr Kreizler, Mary, Stevie e Cyrus, cominceranno ad indagare per conto proprio sugli efferati omicidi, rivelando pian piano che sotto la superficie di efferatezza e violenza si cela anche una volontà malsana della polizia di mascherare i crimini della società bene, dei ricchi, che sembrano comunque essere coinvolti nelle ingiustizie che colpiscono le classi meno agiate e povere.

La crime story é soltanto il primo strato di una narrazione che indaga senza pietà diverse verità presenti nell’epoca in cui il telefilm è ambientato e di cui vorrei parlarvi.

Prima di tutto la condizione femminile: è l’epoca del risveglio delle donne e delle prime manifestazioni delle suffragettes per il rispetto dei diritti e della donna in quanto tale. Il personaggio di Sarah è una donna indipendente economicamente che deve però destreggiarsi in un mondo ancora dominato dagli uomini. Umiliazioni, vessazioni, attenzioni non richieste e prese in giro sono all’ordine del giorno, ed è palpabile la difficoltà della nostra protagonista nel farsi prendere sul serio dai colleghi di lavoro (anche se con delle eccezioni).

Non capisco se aborrano la nostra forma o ne bramino un’altra…. Che vadano al diavolo.

La condizione di Sarah è una condizione universale, le donne vengono continuamente violate psicologicamente e fisicamente, costrette in una società dove avere un marito e fare figli sembra essere la loro unica aspirazione. Non ci si sorprende perciò che la pazzia tra di esse sia frequente (da notare una scena in cui viene illustrato il caso psichiatrico di una nobildonna che ha annegato i figli senza motivo apparente, dimostrazione in qualche modo che le costrizioni mentali e l’ansia di dover accontentare delle aspettative possano essere micce per la follia).

Peró capite le prospettive che la nostra società concede alle donne: sposarsi, avere dei figli, sorridere, quando non si ha la forza di farlo. Se comprenderete questo capirete meglio degli altri che quella povera donna con una carrozzina vuota non ha scelto cosa diventare, ma la società ha scelto per lei. Dite di non poter vedere il mondo con gli occhi di un assassino di bambino perché non potreste ucciderne uno: tutti abbiamo la materia prima necessaria per compiere atti orribili, con la giusta o sbagliata combinazione di eventi quella materia diventa combustibile.

Ma le donne non sono le uniche a subire, l’altra dimensione di violenza è rappresentata dai bambini e da quello che sono costretti a fare per sopravvivere. Veniamo a conoscenza di come i ragazzini appartenenti alle classi più povere si prostituiscano per procacciarsi cibo e una qualche protezione. Le vittime del serial killer sono infatti ragazzini che lavorano in strada, spesso anche per aiutare le loro famiglie, i cui omicidi vengono oltretutto mascherate e coperti dalla polizia, per coprire esponenti dell’alta società che frequentano certi ambienti di perdizione.

La corruzione della polizia è infatti un’altra delle principali tematiche, dove per denaro e favori si sorpassa il confine dell’etica e della decenza fingendo di proteggere e servire, quando non si pensa ad altro che al proprio tornaconto.

Altro argomento cardine è la medicina, in particolare la psichiatria, oltre che il vero e proprio nuovo metodo scientifico (ne sono rappresentanti i due fratelli Isaacson, che per indagare utilizzano anche la dattiloscopia, un nuovo metodo che prende in considerazione le impronte digitali come uniche e irripetibili per identificare così l’assassino). Il Dr Kreizler è un esponente di coloro che credono che le malattie mentali vadano studiate, indagate e comprese, perché è questo l’unico modo per aiutare il paziente (mentre ai tempi si risolveva tutto internando i pazienti psichiatrici sottoponendoli a torture e trattamenti assurdi). Per tutte le puntate notiamo come sia il Dr Kreisler, che gli altri personaggi, abbiano un passato che ha influenzato le persone che sono: la storia è incentrata su una indagine, ma oltre alla risoluzione del caso assistiamo anche a una risoluzione dei conflitti interiori dei protagonisti man mano che il racconto procede. E’ un vero e proprio viaggio dentro sé stessi, mentre rivivono ogni trauma subito, ogni esperienza vissuta.

E’ vero che la materia prima è importante, ma nonostante tutto quello che un essere umano passa, rimane sempre la possibilità di scegliere.

Ho imparato da voi: che possiamo lasciare che ci perseguiti per la vita o possiamo accettarlo, servirci di quel dolore per aiutare gli altri.
Non sono sicuro che la scelta spetti solo a noi.
Non sono d’accordo, altrimenti saremmo tutti degli assassini.

Io spero di essere stata abbastanza esaustiva, cercando di incorrere in alcuno spoiler: voglio solo dirvi di darle una possibilità perché dal punto di vista estetico è girata benissimo, la sceneggiatura è ottima e i personaggi son ben caratterizzati e per niente abbozzati. Non ci sono stereotipi di sorta, forse l’unica pecca è che non ci sono nemmeno colpi di scena. Non c’è un finale assurdo e inaspettato, ma a mio parere il percorso intrapreso dai protagonisti vale la pena di essere visto dallo spettatore.

Voi l’avete vista? La vedrete? Scrivetemelo sotto il post.

A presto

Anna Elisa