-Sette minuti dopo la mezzanotte.-

Sono venuto a prenderti, Connor O’Malley. disse il mostro, spingendosi contro la casa, mentre i quadri sul muro tremavano, libri e giochi elettronici cadevano e un vecchio rinoceronte di peluche ruzzolò per terra.

Connor O’Malley, una notte molto ventosa, si ritrova un enorme mostro fatto di corteccia d’albero alla sua finestra.

Il mostro, con voce grave, gli promette di raccontargli tre storie, e dopo averlo fatto Connor dovrà dirgli la sua verità.

Il lettore viene spinto prepotentemente nella storia insieme al bambino che già dalle prime pagine appare distaccato e disincantato persino di fronte a tale prodigiosa apparizione.

Perchè infatti Connor non accenna a fuggire dinnanzi al mostro, nè si spaventa più di tanto; anzi gli parla, lo schernisce anche, sembra quasi deluso: lui aspettava che fosse un altro mostro a fargli visita.

La storia si snoda attraverso diverse fasi, scandite dalle storie narrate dal mostro e dalle situazioni giornaliere che il protagonista deve affrontare: con una madre malata Connor deve andare avanti con la sua vita, la notte fa sempre lo stesso incubo di cui non ci vengono rivelati i dettagli se non alla fine del libro, e di giorno tenta di fare tutte le cose che ci si aspetta da lui, da un ragazzino come lui.

Va a scuola, segue le lezioni, affronta l’assenza di un padre e la presenza fin troppo soffocante di una nonna che sembra si sia autoimposta alla famiglia.

Quando ho letto mesi fa per la prima volta “Sette minuti dopo la mezzanotte” di Patrick Ness lo trovai semplicemente un libro molto profondo, uno di quelli spacciati per letteratura per ragazzi ma che in realtà sanno dire molto più di quello che propongono superficialmente.

Senza scendere nei dettagli della mia vita, ed è qui che solo chi ha letto il libro forse capirà cosa intendo, molti mesi fa qualcosa è accaduto nella mia famiglia che mi ha spinto a rileggerlo. Improvvisamente Connor non era più solo quel ragazzino che stava affrontando una situazione più grande di lui, un personaggio troppo piccolo (come se esistesse una età adatta ad affrontare una malattia) per ritrovarsi in una situazione del genere: era diventato un personaggio con cui condividevo una stessa paura, quella a cui nemmeno si vuole dare un nome.

Connor si ribella alle scelte che sua madre fa per lui. Rifiuta qualsiasi aiuto. Non accetta l’idea che loro due da soli non possano farcela.

Agli occhi del suo mondo di interazioni Connor rimane solo un ragazzino ribelle, ma giustificato nel suo essere così perchè sua madre ha una malattia e lui non può farci niente: i suoi capricci vanno bene, il suo essere a volte “cattivo” va bene, e questo modo di “vederlo” (o non vederlo) è palese nei suoi compagni di scuola, nella sua maestra, nella sua migliore amica.

Ho avvertito la sua ansia sociale, l’idea di perdere chi ama per un male irrazionale, l’isolamento, la voglia solo di scappare, desiderare che tutto quel dolore possa trovare una conclusione.

Mi ha fatto pensare: i veri mostri non hanno fauci pronte ad inghiottirti, o mani giganti pronte ad afferrarti, i veri mostri vivono dentro di noi nutrendosi della paura, delle insicurezze, dei pensieri negativi, portandoci a credere di essere dei mostri noi stessi se cediamo a questi ultimi.

Mi è piaciuto come venga messo in evidenza che non esistono pensieri giusti o sbagliati, accettabili e non, o persone totalmente buone o cattive.

Non sempre c’è un buono. Come non c’è sempre un cattivo. La maggior parte delle persone è una via di mezzo fra le due cose.

Fa capire come si può diventare i peggiori nemici di sé stessi se non ci si accetta completamente, anche quando non ci sentiamo gli esseri umani migliori del mondo.

Io non so esattamente cosa significhi questo libro per me, ma so che rileggerlo mi ha aiutata in un momento molto complesso della mia vita, nonostante sia più adulta di Connor.

Credo che dovreste leggerlo: Patrick Ness ha un modo di narrare semplice e coinvolgente, inoltre le illustrazioni aiutano molto la storia (Jim Kay ha lavorato anche ai libri illustrati di Harry Potter) che da poco é diventata anche una pellicola.
Quindi magari potreste approfittarne e guadagnare una lettura ed un film.

Io appena possibile recupereró anche il film.

E voi lo avete letto? O visto?

A presto

Anna Elisa

– Il primitivo incessante progresso.-

Giorni fa ho finito di leggere, non senza un po’ di sollievo, “Il condominio” di J.G. Ballard.

Scelta come lettura mensile per il club del libro di cui faccio parte, da subito ho capito che sarebbe stato un vero e proprio tuffo fuori dalla mia comfort zone.

Il racconto é ambientato negli anni ’70 in una Londra popolata da grattacieli e progresso, dove un condominio di ben 40 piani domina una prestigiosa area residenziale. L’azione si svolge all’interno del palazzo, dove i condomini sono sottoposti a una silenziosa divisione classista a seconda della posizione che occupano nella struttura.

Quindi partendo dal basso fino ai piani più alti si passa dalla classe definita “bassa”, alla media fino all’elitaria classe ricca che occupa gli appartamenti che si stagliano verso il cielo.

Il lusso e le comodità dominano la vita dei residenti, ma basta poco perché l’idilliaca situazione precipiti.

Già dalle prime pagine si avverte un forte disagio dettato da un incessante sensazione che qualcosa si prepari ad esplodere. Al di sotto della superficie fatta di feste assurde e divertimento, si cela un malcontento generale che sfocia dapprima in piccoli atti di vandalismo e dispetti reciproci volti a innescare una serie di reazioni a catena, fino alla violenza più cieca.

« Laing […] già poco tempo dopo il suo arrivo nel condominio, aveva comunque dovuto notare attorno a lui una straordinaria quantità di antagonismi appena velati. Il grattacielo aveva una seconda vita tutta sua. […] poco sotto la schiuma del pettegolezzo professionale si stendeva una dura cappa di rivalità personali. A volte aveva la sensazione che tutti stessero aspettando che qualcuno facesse un grosso errore […]

La misteriosa morte di un gioielliere che abita ai piani più alti diventa la spinta finale per l’instaurarsi del caos, e Ballard ci conduce attraverso il grattacielo quasi fosse una struttura viva e cosciente, una prigione in metallo e pietra che racchiude al suo interno un vero e proprio zoo ricco di esemplari allo sbaraglio.

La denuncia alla società consumistica e spesso disumana è lampante, specie in alcune parti dove Ballard esprime attraverso i personaggi riflessioni molto interessanti sulla condizione umana nei tempi moderni. Ad esempio uno dei condomini si riferisce ai vicini come persone che hanno sempre vissuto nell’agio e che sono stati amati dai genitori, ma che comunque sono arrabbiati. Come se la vita comoda e le sue ottime condizioni non gli avessero permesso di sfogare le loro perversioni e crudeltà.

La particolarità del romanzo sta proprio nel fatto che non esiste un avvenimento esterno che conduca al caos o alla sovversione nelle normali norme di comportamento sociale: sono i condomini stessi a desiderare e a fare in modo che il nuovo ordine sociale venga reso possibile. Infatti si allontanano dalla struttura solo per recarsi al lavoro, come indossando una maschera per allontanare sospetti esterni su quello che sta avvenendo nel palazzo, e ogni volta non vedono l’ora di tornare nel grattacielo dove possono dare libero sfogo ai loro istinti.

La violenza la fa da padrone, una violenza quasi infantile, che sembra priva di una base puramente malvagia, al massimo sadica nel torturare ad esempio gli animali del palazzo solo per il gusto di farlo.

La scrittura è scorrevole, veloce, e la storia è narrata attraverso il punto di vista di tre rappresentanti delle tre classi sociali che abitano il palazzo.

  • Anthony Royal, il misterioso architetto che abita il loft al 40esimo piano, colui che ha progettato la struttura e che guarda ai suoi vicini con disprezzo dettato dalla sua condizione sociale, ma che non riesce ad allontanarsi dalla struttura incuriosito dall’evolversi della situazione
  • Richard Wilder che fa parte dei “bassifondi”, lavora in tv, e desidera girare un documentario sulla vita nel grattacielo per riscattarsi  delle sue umili origini
  • Robert Laing, colui che si trova a metà delle due fazioni in lotta, classe medio alta, insegnante universitario, un dottore che non ha mai operato nel campo, e che proprio come nella vita, predilige la strada più “comoda”, non schierandosi, adattandosi alla condizione in cui viene a trovarsi nel modo più conveniente possibile.

Nonostante non sia un romanzo nelle mie corde, volevo andare avanti e capire fino a che punto i personaggi si sarebbero spinti. Come Royal appunto sapevo che forse chiudere il libro avrebbe calmato tutte le sensazioni di angoscia e disagio scatenate dalla storia, ma nonostante tutto io volevo rimanere e osservare.

Volevo arrivare alla fine.

La distopia di Ballard parte da un concetto tanto semplice quanto spaventoso: che il mondo, nonostante il progresso e il raziocinio dominante, ribolle sotto la superficie nell’attesa del caos più totale.

In questo libro basta infatti una piccolezza come una diatriba tra vicini di casa per fare precipitare tutto, e le conseguenze sono devastanti nonostante lo spirito di adattamento dei personaggi faccia pensare che in fondo non poteva essere altrimenti.

E voi lo avete letto?

Avete letto altro di genere “distopico”?

Avete consigli?

Fatemi sapere nei commenti.

Alla prossima
Anna Elisa 
 

 

 

 

 

 

-You are what you are-

Oggi ho pensato alla lettera V, complice anche una rilettura della graphic novel di Alan Moore “V per Vendetta”. Ci ho pensato come l’iniziale della parola Verità.

Il concetto di verità è uno dei tanti temi affrontati nella graphic novel stessa, e questo mi ha spinto a portare la mia riflessione ancora più lontano.

La verità che intendo io riguarda quella legata indissolubilmente alla consapevolezza di sé, quel tipo di onestà che ci permette di accettare chi siamo in ogni sfumatura.
La protagonista di V per Vendetta, Evie, nel corso del racconto, scopre una verità su se stessa sconvolgente quanto semplice:


Il passato non può più farti male, se non lo vuoi. Hanno fatto di te una vittima, una statistica. Ma non è la vera Evey, quella che sei dentro.

V le mostra come essere una vittima non significa racchiudere in una sola parola tutto il suo essere.
Se dovessi soffermarmi a parlare di tutta la graphic novel perderei il punto che sto cercando di portare avanti, ma conto di dedicare un post a parte solo alle mie letture delle opere di Moore perché meritano.

Quello su cui voglio focalizzarmi ora è proprio la verità, bella o brutta poco importa, purché la si scopra.

Rileggendo quel pezzo del fumetto mi é tornata in mente un’altra frase, anche se presente in un libro diverso:


Il vero io è quello che tu sei, non quello che hanno fatto di te.


Veronica decide di morire 

Il concetto rimane lo stesso nonostante in questo caso si tratti di un romanzo scritto da Paulo Coelho, ovvero “Veronika decide di morire”.

In questo racconto la protagonista, Veronika, tenta il suicidio solo per poi intraprendere un viaggio alla scoperta di sé stessa con la consapevolezza di avere un tempo limitato, e forse quindi più prezioso che mai.

Evie e Veronika all’apparenza non hanno nulla in comune.

Forse altri avranno potuto fare il mio medesimo collegamento leggendo entrambe le storie, ma ora vi spiego quello che ho sentito io: sono due esseri umani che affrontano una verità dolorosa e liberatoria, cioè che sono altro al di fuori di quello di cui loro stesse erano convinte.

Una rottura della status quo interiore, molto più complesso di quanto si creda.
Dal mio punto di vista infatti è più semplice negare un giudizio esterno piuttosto che uno interno. Ci diamo dei limiti sui quali costruiamo la nostra persona, ci definiamo in base a quello che la società si aspetta da noi, o lasciamo che le influenze esterne ci convincano di essere chi non siamo fino a crederci noi stessi.

Confondiamo una sensazione o uno stato magari momentaneo con tutta la nostra persona, che di certo non può essere limitata a una singola definizione.

Potrei fare una lista di altri libri e personaggi che, a mio parere, in un modo o nell’altro affrontano il medesimo percorso (rifletteteci: ogni storia affronta una scoperta di sé attraverso magari strade tanto diverse quanto le anime che le percorrono), ma in fondo non serve essere in un libro per incamminarsi verso il proprio io.

Io stessa, essendo alla continua ricerca di tutti i colori della mia persona e di tutte le Anna Elisa che sono e posso essere, citando un altro passo dal libro di Coehlo:

 

Veronika odiava tutto, ma principalmente il modo in cui aveva vissuto: senza mai scoprire le centinaia di altre Veronike che dimoravano dentro di lei e che erano interessanti, folli, curiose, coraggiose, audaci.


non mi meraviglio di quanto sia rimasta colpita da queste due storie femminili.

La paura rimane forse il limite più grande da superare per entrambi i personaggi, quel tipo di terrore che non si manifesta superficialmente ma in modo meschino paralizza nella vita.

Evie è privata dei genitori e del fratello, della libertà, e crede le sia rimasta solo la vita: ma non è così.
Lei affronta la morte, sceglie di proteggere V, anche sotto minaccia preferisce rimanere in silenzio piuttosto che smascherarlo, affronta la morte e scopre altro su se stessa.

Così facendo Evie si libera. Respira per la prima volta, perché lei non è solo una vittima degli eventi. Lei può decidere cosa fare e trova la forza di farlo lasciandosi andare.

Veronika invece ha vissuto una vita “normale”: è stata una figlia perfetta, ha studiato, ha trovato un lavoro, ha fatto tutto ciò che ci si aspettava da lei, compreso vivere una esistenza che però non ha mai sentito sua.

Questo la spinge a decidere di abbandonare quella stessa vita insignificante, ma i suoi piani vengono sventati, seppur in realtà solo rallentati.

Si ritrova così a vivere gli ultimi giorni che le restano in un istituto psichiatrico, dove essere diversi è la norma, e dove lei stessa comincia a scoprire cose di lei che nel mondo esterno nemmeno si era accorta di soffocare.

Le stesse cose che silenziosamente l’avevano portata a voler morire, convinta che non ci fosse altro per lei se non quello che credeva di essere.

Sento di consigliarvi caldamente entrambe le letture: sono ricche di spunti di riflessione interessanti oltre che scritte in modo chiaro ed efficace (V per Vendetta inoltre ha dalla sua anche l’efficacia dei disegni).

Magari voi troverete anche altro rispetto a quello che vi ho descritto io in questo articolo amatoriale.

Ci tengo a dirvi che esistono anche i film basati su entrambe le opere  (anche se sicuramente la pellicola tratta da V per Vendetta tra le due è quella più nota).

Vi lascio al mio ultimo pensiero: accettarsi non basta, il travaglio é necessario per scavare a fondo in sé. È faticoso ed è doloroso, lascia ferite, ma ne vale la pena.

Un po’ come trovare un pozzo nel deserto: l’acqua in quel caso non potrebbe sembrare più dissetante.

A presto
Anna Elisa

-The Words that I used to know-

Non scrivo qui da tanto, nella mia mente decadi, nella realtà forse due anni più o meno.

Non tenterò di giustificare questa assenza, anche se so che c’è uno sparuto gruppo di lettori che attendono spiegazioni (ah la mia dolce ironia), piuttosto penso sia meglio blaterare delle ultime letture. E comincerei con: “Una stanza tutta per sé” di Virginia Woolf.

Premessa: è il primo libro che leggo della Woolf, cosa che mi ha permesso di scoprire l’autrice in un modo molto autentico, ovvero attraverso il suo flusso di pensieri. Se dovessi descrivere come mi sono sentita durante la lettura direi sicuramente coinvolta: é stata una lunga e stimolante passeggiata con un’amica che ti rende partecipe di ogni sua riflessione.

La miccia é rappresentata da una conferenza alla quale la Woolf è stata invitata a intervenire per parlare del tema della “donna e romanzo”, ma che finisce con l’essere un pretesto per riflettere sulla condizione femminile nel corso del tempo, particolarmente nelle arti.

Da amante della mente e del potere suggestivo delle parole non ho potuto fare altro che ammirare la bravura della Woolf nel delineare attraverso i secoli la figura femminile, vista nel contesto della letteratura, quindi come creatrice di storie e immagini.

La scrittrice si sofferma molto ad indagare la figura femminile come bloccata non soltanto per mancanza di mezzi per esprimersi (nelle case signorili una donna non aveva una stanza sua, ed era sempre sottoposta a qualsiasi tipo di disturbo esterno, cosa che secondo la Woolf non favorisce la concentrazione necessaria a scrivere qualsiasi cosa), ma soprattutto per il maschilismo presente paradossalmente nelle donne stesse.

Insomma donne che tenevano ferme a un gradino inferiore altre donne, donne scrittrici che si soffocavano nella creazione come riconoscendo di non poter andare oltre quel limite imposto dalla società dominata dagli uomini, donne silenziose e inibite nel dare voce ai loro pensieri e sensazioni.

Ma sacrificare un capello della testa della vostra visione, una sfumatura del suo colore, per deferenza verso un qualche preside con una coppa d’argento in mano o verso un qualche professore con un righello  infilato nella manica, è il tradimento più abbietto, in confronto al quale la perdita della ricchezza o della castità, che a quanto si diceva era il più grande dei disastri umani, non è che la puntura di una pulce.

I passaggi che hanno saputo suscitare in me parecchia emozione e riflessione riguardavano le supposizioni fantasiose dell’autrice, la sua immaginazione nel delineare una donna ipotetica in una epoca passata e come passasse il suo tempo.

A tal proposito viene raccontata la possibilità di una sorella di Shakespeare, che solo per il fatto di essere donna, e seppur avesse avuto lo stesso talento bruciante del fratello, non sarebbe stata apprezzata nello stesso modo, ma piuttosto condannata a una vita di stenti e miseria, oltre che di follia.

Chi mai potrà misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando rimane preso e intrappolato in un corpo di donna?

La scrittura è pulita, elegante, suggestiva: ogni elemento del quotidiano diventa uno spunto di riflessione e ragionamento, mentre la scrittrice cerca tra altri scrittori e testi le risposte alle sue domande. 

Sono entusiasta: ora posso segnare anche la saggistica come genere letterario da esplorare.

Vorrei dire più cose ma…dovete leggerlo.

Non riesco a trovare nessun difetto che potrebbe farvi desistere: sappiate che come unico effetto collaterale potreste trovarvi con una lista ancora più lunga di libri da recuperare, ben citati e argomentati nel saggio.

Non mi dilungo che sono ancora arrugginita, ma sappiate che la Woolf si è guadagnata un piccola stanza tutta per sé nel mio cuore.

A presto,

Anna Elisa

– “Ad Amèlie piace…”-

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Non so quanti di voi abbiano visto questo film, o semplicemente lo conoscano: in entrambi i casi credo sia doveroso, oltre che piacevole per me, raccontarvi di Amèlie.

Vidi Amèlie la prima volta quando avevo quattordici anni: nel film che raccontava la sua storia non riconobbi immediatamente me stessa, forse perchè ero troppo presa a sperimentare ancora una volta la bellezza di un film francese, fatto sta che solo crescendo riuscii pian piano a capire quanto lei fosse straordinaria.

Ma andiamo con ordine: chi è Amèlie?

Se fossi una filosofa o una amante della critica e degli scervellamenti (oddio lo sono ma questa è un’altra storia, non quella di Amèlie), bè direi che Amèlie è un po’ tutti noi.

Ma non voglio essere scontata, o almeno voglio provarci, quindi mi limiterò a raccontarvi di lei per poi lasciarvi trarre le vostre personali conclusioni.

Amèlie Poulan è una giovane donna francese, e fino a qui tutto tranquillo. 

Amèlie Poulan sin da bambina vive in un mondo tutto suo perchè quello reale le è di difficile comprensione, e anche questa è una storia già sentita.

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Tutta la pellicola è un susseguirsi di situazioni assurde, grottesche, divertenti e delicate.

La delicatezza caratterizza questo film, e incoraggerei chiunque a volte si sia sentito un po’ alieno e un pò troppo sognatore  a vederlo almeno una volta.

Ma cosa rende così straordinaria Amèlie?

Ricordo che in una delle prime scene i personaggi che accompagnavano la nostra eroina nel folle racconto della sua vita, e lei medesima, venivano descritti da un narratore invisibile attraverso un metodo molto particolare: un elenco tre cose che loro amavano e tre cose che loro detestavano.

https://www.youtube.com/watch?v=6Vhkja6hqjk

La cosa particolare quanto semplice è che non si trattava di una semplice lista, ma di qualcosa di molto più personale e intimo, diciamo manie ecco. Manie e odi.

Rimasi alcuni secondi a riflettere su come avrei potuto descrivere me stessa con solo tre cose che amavo e tre che odiavo, ma non mi sembrava possibile. Insomma mi piacevano, e tutt’ora mi piacciono, talmente tante cose che pensare di sceglierne solo tre mi sembrava proprio riduttivo.

Come se la mia persona si limitasse solo a sei scelte, in negativo o in positivo che fossero, e basta. Non mi piaceva eppure mi attraeva. Ho pensato poi, nel corso del tempo, che forse quell’elenco non fosse così male e che stilarlo non mi avrebbe sottratto altro che un po’ di tempo della mia vita caotica e che non mi avrebbe fatto male in fondo un pensiero in più.

La mia mente si mise in moto più del solito, e feci un patto silente con me stessa accordandomi sull’essere istintiva il più possibile per rendermi conto di cosa davvero riusciva a rendermi felice.

Erano piccole gioie, tre piccole gioie da selezionare, le essenziali, quelle senza le quali non potevo proprio pensare di rimanere.

  1. La scrittura

Era il primo pensiero, e tutt’ora lo è, che sia una frase, una rima, un periodo, che sia una idea (ah ne avessi di buone buone sarei ancora più felice) o anche solo una parola tracciata con un bel corsivo, mi faceva sentire bene.

Dato però che però la scrittura non era abbastanza (troppo facile) avrei dovuto aggiungere qualcos altro.

Cosa mi piaceva scrivere? Dove? A che ora?

Decisi che adoravo scrivere sceneggiature per film il cui finale non mi era piaciuto.

Dopo questa epifania comincia a scervellarmi sul serio, poichè non trovavo niente al pari della scrittura che riuscisse a scuotermi tanto e calmarmi allo stesso tempo: la mia mente macchinava di continuo e possibile che non riuscissi a trovare altro che mi stimolasse tanto quanto lo scrivere?

Ero forse più povera e arida di quanto pensassi? (Allora sapere di essere “vuota” mi spaventava da morire).

In ogni caso fu un momento quasi traumatico, così sconvolgente per me che decisi di non saper scegliere una seconda gioia fondamentale, e mi applicai su quello che detestavo:

  1. Avere i piedi scoperti quando dormo

Tal “odio”, diciamo così, l’ho avuto da quando ho memoria ed è qualcosa di molto infantile lo ammetto: non che abbia paura di un qualche mostro pronto a tirarmi per il piede, una delle teorie più accreditate da coloro con la mia stessa strana fobia, ma piuttosto il fatto che qualcuno possa “nuocere ai miei piedi”.

Esattamente. Diciamo che ho paura di essere ferita al piede.

Non delle pallottole, non dei coltelli  o pugnalate, non di cadere da un burrone o morire annegata, ma ho paura che mi facciano male ai piedi: di notte, senza che io possa difendermi, come se un lenzuolo invece sia aggressore repellente.

Dovevo essere Achille in una mia vita precedente, ma andiamo avanti…

Comunque anche qui mi bloccai con somma delusione per la mia mente così poco reattiva, ma decisi di non buttarmi giù da sola e optai per aspettare, o forse semplicemente accantonai l’idea  per un po’.

Col passare del tempo sono venute gioie e dolori, come nella vita di chiunque altro, in fondo non ero mica speciale nè diversa come avrei voluto essere.

Nemmeno Amèlie lo era, quindi tornando alla mia domanda iniziale: Cosa rende così straordinaria Amèlie? La risposta è niente.

Considerando che abbiamo tra noi esseri umani più similitudini che contrasti nulla rende Amèlie speciale se non il potere di riflessione che ha la pellicola.

Riflessione su questa ragazza svampita e su di noi, perchè no.

Il mondo ci dà regole, e per natura ci adattiamo.

Impariamo a definirci per non sentirci impreparati davanti agli altri ed essere isolati.

Diciamocelo che stare soli soli proprio non ci aggrada, e secondo me anche il più misantropo non disdegna l’idea di una compagnia (anche se credo sarebbe arduo farglielo ammettere).

Noi esseri umani tendiamo a volerci categorizzare e questo va bene per sopravvivere a domande come:

Che tipo sei? Cosa ti piace?

Ma poi?

Vi sembra mai di non essere esaustivi ? 

Come se mancasse sempre qualcosa che sfugge anche alla vostra personale comprensione?

 Non è semplice. Io nemmeno saprei da dove cominciare a parlare di me, e non perchè sia complessa, ma perchè non mi basta.

Tre piccole gioie e tre piccoli odi non bastano, ma possono anche essere tutto, solo con lo sappiamo, o non lo accettiamo.

Perchè dovrebbe piacere a qualcuno riordinare la sua borsetta dopo averla ripulita come alla madre di Amèlie? Io non so rispondere a questa domanda, nè saprei trovare un indizio su quale aspetto della personalità di questo personaggio possa essere rivelato attraverso questo indizio singolare: forse una voglia estrema di essere ordinata? Precisione? Non lo  so.

Eppure sempre alla madre di Amèlie piace anche vedere i pattinatori nei loro costumi scintillanti.

Questo cosa vuol dire?

Sono queste le cose che ci rendono così incomprensibili e misteriosi tanto da far gingillare i filosofi e teorizzare gli studiosi?

Poco importa, le risposte a certe domande non sono mai chiare e forse per questo fanno più paura: ma ora io, a dispetto di tutti quei questionari sulla personalità con risposte fin troppo categoriche e limitate, vi chiedo:

Avete tre gioie e tre odi? Li avete già trovati? 

Io ancora non li ho trovati tutti, ma stamattina nel laboratorio dove faccio tirocinio mi è riuscito un esperimento rivelandomi che posso anche non essere impacciata quando voglio.

Ed è stata una vera gioia.

Una nuova gioia.

A presto…

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So, little Amelie, your bones aren’t made of glass. You can take life’s knocks. If you let this chance go by, eventually your heart will become as dry and brittle as my skeleton. So… Go and get him, for pete’s sake!- 

Mia piccola Amélie, lei non ha le ossa di vetro. Lei può scontrarsi con la vita. Se lei si lascia scappare questa occasione con il tempo sarà il suo cuore che diventerà secco e fragile come il mio scheletro. Perciò si lanci, accidenti a lei!

Raymond Dufayel

Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain – 2001

-Credo sia una presentazione-

Credo sia doverosa una presentazione, o anche solo un accenno alle mie intenzioni. Non sono diversa da una qualunque ragazza che scrive da tanto ed è gelosa del suo lavoro. O magari è semplicemente troppo insicura per fargli vedere la luce.

Non sono una nuova Austen è ovvio, ma scrivere, per dirlo in termini di funzionamento biologico di un qualsiasi organismo, per me è essenziale e automatico come respirare. Scriverò male, o bene, poco importa: ciò che importa è che ne ho bisogno e quindi lo farò fino a quando le mie dita reggeranno (e dopo pagherò fior di quattrini qualcuno con dita più arzille per farlo al posto mio).

Mi chiamo Anna e questo è il mio angolo di parole, di pensieri, su film, libri e telefilm principalmente, ma anche su qualunque cosa stimoli quei neuroni allegri che di notte mi fanno dannare.

A volte penso di avere un proiettore più che una mente, come anche credo di avere tendenze schizofreniche data la mole di personaggi che ho partorito nel corso degli anni, mandati a popolare i miei racconti.

Anche se in realtà credo che le mie storie siano le loro raccontate dai protagonisti stessi, con i loro tempi e secondo i loro caratteri..

Sono folle probabilmente, ma vabbè: credo lo siamo tutti, chi più chi meno.

Inutile dilungarmi perchè credo che questa presentazione sia già abbastanza stramba di suo.

Nulla: vi lascio in balia della mia testa.

Good luck and see you soon!

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