“Hill House”: l’incubo della realtà.

Il periodo di Ottobre per me può essere trascorso solo in un modo: recuperando tramite letture o visioni tutto ciò che ha a che fare con la paura, sotto ogni punto di vista o interpretazione.

Così quando ho saputo dell’uscita di una nuova serie su Netflix, per di più ispirata al libro di Shirley Jackson “L’incubo di Hill House”, non è stato difficile ritrovarmi la sera stessa del debutto al pc, di sera, da sola a guardare.

Vi dico solo che gli episodi sono 10 e io li ho finiti in due giorni, ma solo perchè non volevo perdermi nessun particolare e tra lavoro e levatacce la sera era l’unico momento tranquillo per dedicarmi alla serie.

Inoltre a serie conclusa ho anche letto il libro della Jackson che attendeva da troppo sul comodino, e questa vicinanza di eventi tanto soddisfacenti per la sottoscritta mi stanno spingendo ora a farvi una recensione un po’ particolare. Perchè io non riesco a smettere di parlare di Hill House, che sia la casa, il concetto dietro la storia, il sottotesto di un racconto gotico e di paura che seduce e affascina ma non ti lascia mai andare del tutto, non finchè non hai davvero capito cosa voglia dirti.

<<Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni. hill house, che sana non era, si ergeva sola contro le sue colline, chiusa intorno al buio; si ergeva così da ottant’anni e avrebbe potuto continuare per altri ottanta. dentro, i muri salivano dritti, i mattoni si univano con precisione, i pavimenti erano solidi, e le porte diligentemente chiuse; il silenzio si stendeva uniforme contro il legno e la pietra di hill house, e qualunque cosa si muovesse lì dentro, si muoveva sola.>>

“Hill House” e “L’incubo di Hill House” sono rispettivamente una storia nuova e una vecchia con uno stesso scopo, un po’ come quelle leggende che vengono narrate per generazioni, ed è inevitabile che qualcosa in esse cambi, in fondo cambiano i narratori, il contesto, chi ascolta.

Ho pensato di parlarvi di queste due opere, contemporaneamente, e dividere tutto in diversi punti, non troppi, ma quelli a mio parere più significativi.

Quindi cominciamo.

1.La storia: Il fulcro comune delle due linee narrative è una casa, appunto Hill House. Nella serie tv Hugh Crain con la moglie Olivia e i cinque figli, Steven, Shirley, Theodora e i gemelli Nellie e Luke, si trasferiscono in una casa molto antica, che necessita di lavori di restauro per poi essere messa in vendita dopo l’Estate.

Nella casa si manifestano delle “presenze” che sembrano prendere di mira specialmente i bambini e Olivia, e già dalla prima puntata lo spettatore viene gettato nel clima inquietante e soffocante di una dimora che nessun membro della famiglia sente tale, e che sembra avere vita propria. Nella casa si consuma inoltre una tragedia che ha come vittima Olivia, ed è da questo evento drammatico che si sviluppa poi la vera e propria narrazione, caratterizzata da una sovrapposizione tra eventi presenti, che hanno come protagonisti i bambini ormai adulti alle prese con le loro vite, e flashback che spiegano pian piano cosa sia accaduto ad Hill House fino all’epilogo nella decima puntata.

Nel libro della Jackson la storia prende una piega completamente diversa: Hill House diventa fulcro e base per uno studio sul paranormale condotto dal Professor Montague, il quale “invita” nella casa altre tre persone: Eleonor, Theodora e Luke, per osservare gli effetti della suggestione, o della possibile infestazione spiritica, su tutti loro. Ciò che accomuna però le due linee narrative è il fatto che la casa rappresenti non solo l’ambientazione delle vicende, ma rappresenti un vero e proprio “personaggio”, un organismo vivente che sembra nutrirsi di chi varca la sua soglia, assumendo sia nelle descrizioni del libro che nella visione del telefilm, caratteristiche “vive”, quasi respirasse e avesse volontà propria.

2.I personaggi: Ciò che ho apprezzato di più sia nel telefilm che nel libro, sono i personaggi e le loro storie. Nel telefilm vengono ripresi i nomi come Luke, Theodora, Nellie (Eleonor), i coniugi Crain (Hugh Crain nel libro è colui che ha costruito la casa) e i coniugi Dudley che esattamente come nel libro, nel telefilm sono i guardiani della vecchia Hill House (dove non rimangono di sera). Inoltre la secondogenita della famiglia Crain, Shirley, ha il nome che è palesemente un omaggio alla Jackson. A parte i riferimenti al libro, nel telefilm i cinque fratelli Crain vivono esistenze al limite: ognuno di loro ha alzato un “muro” per isolarsi che assume forme diverse a seconda del personaggio (e il concetto di muro sarà qualcosa di essenziale per definire uno dei messaggi che la serie vuole comunicare). Quindi abbiamo ad esempio Thèodora, detta Theo, psicologa infantile che ha difficoltà nello stringere i rapporti, apparentemente gelida è invece quella che a causa di un dono molto speciale ha una empatia fortissima, tanto da essere costretta a limitare i contatti fisici diretti indossando dei guanti, o ancora Luke, gemello di Nellie, che ha trovato rifugio dai suoi fantasmi nella dipendenza da eroina, e Nellie stessa, che appare sin da piccola come quella che non viene mai ascoltata, e che si ritrova a lottare con la paralisi del sonno, durante la quale i suoi spettri le fanno visita, Steven, il fratello maggiore, sembra il più scettico, colui che ha in qualche modo “lucrato” sulla tragedia di famiglia lanciandosi sul mercato come scrittore di romanzi del terrore, raccontando la “verità” su case infestate e quant’altro, e Shirley, la secondogenita, sposata con due bambini che gestisce una casa di onoranze funebri, quella che sembra avere sempre tutto sotto controllo, ma che convive con un segreto che ancora non è riuscita a confessare.

E poi c’è Hugh Crain, il padre, che è l’unico che conosce la verità sulla morte della moglie e decide di tenere i figli all’oscuro di tutto nel tentativo di proteggerli, ma ottenendo solo di allontanarli di più.

Nel libro Theodora, Nellie e Luke non sono imparentati, ma con poche parole la Jackson ci presenta le loro caratteristiche fisiche e caratteriali, rendendo subito palese e inequivocabile l’indole di ciascuno e il legame che si viene a instaurare tra tutti. In particolare Theodora rimane sia per la serie che per il libro il mio personaggio preferito: nella serie ha a cuore la salute mentale e fisica specialmente dei bambini di cui si occupa nel suo lavoro (c’è infatti una sequenza molto forte riguardo una bambina che dichiara di vedere qualcosa, un “uomo sorridente”, e Theo va a fondo della questione scoprendo qualcosa di atroce), mentre nel libro rimane un personaggio tracciato ma non del tutto approfondito, eppure palesemente simile ad un animale selvatico, che tiene a modo suo a coloro che si guadagnano il suo affetto.

Altri personaggi preferiti sono i gemelli, Luke e Nellie, uniti più degli altri da un legame tipico “dei gemelli”, cosa che li rende particolarmente sensibili ai sentimenti e alle cose dell’altro, e persino ai pensieri. Ma ciò che sento di dire è che ogni personaggio nel telefilm è caratterizzato talmente bene e in modo tanto profondo che non può non essere comunque apprezzato e compreso.

3,Jumpscares che non ti aspetti: Esistono diversi modi per spaventare, ma nel tempo ho imparato ad ammirare la sottile arte dello spavento che non si prefigge di farti saltare dalla sedia, ma piuttosto di farti trasalire quando “davvero” non te lo aspetteresti. In “Hill House” la serie tv sono inseriti non solo jumpscares classici (che comunque funzionano benissimo, specie perchè non esiste una sorta di preparazione per questi) ma anche fantasmi o presente inseriti nei fotogrammi e non sempre notabili alla prima visione: ed è solo quando ti accorgi che in una sequenza all’apparenza normalissima tra due personaggi che parlano che alle loro spalle qualcuno li osserva, qualcuno che non dovrebbe essere lì, è allora che davvero provi un senso di sorpresa e terrore. Quello che ho apprezzato di più è come le scene di paura in Hill House non siano mai fini a sè stesse, ogni elemento soprannaturale viene introdotto con uno scopo, un messaggio, un significato che si troverà solo alla fine di tutto il viaggio insieme alla famiglia Creed.

Nel libro l’arte della Jackson sta nel descrivere eventi e luoghi e sequenze e suggestionare il lettore: sono piccoli dettagli che non noti subito, appunto ti ritrovi a leggere di due personaggi che ad esempio camminano insieme nel prato, il primo va più spedito certo però di essere seguito dal secondo, per poi accorgersi che i passi nell’erba non hanno una causa umana, gli steli si piegano sotto una influenza invisibile ed è tutto così inquietante che sei costretto a chiudere per un istante gli occhi per scacciare il senso di atterrimento che senti. “L’incubo di Hill House” ha il pregio di far trasalire senza descrivere nei dettagli spettri o mostri, ma piuttosto introducendo il lettore in una situazione dove il confine tra follia e realtà diventa sottile, e non si sa più a cosa credere o cosa faccia più paura: se l’idea di impazzire o il fatto che ci siano dei fantasmi.

4.Il messaggio: Passiamo ora a una delle cose che ho più amato della serie specialmente e che mi ha spinto a scrivere questo articolo, ovvero la chiave di lettura. La serie tv “Hill House” non è solo una serie horror, anche se rende onore egregiamente a questa prima definizione: è il racconto di una famiglia attraverso l’orrore, la famiglia Crain, distrutta da un evento di cui nessuno riesce a parlare. Il lutto è uno dei temi principali, declinato in diverse forme, ma che assume principalmente quella della perdita della madre, che nessuno di loro ha davvero superato.

Ed è proprio questa “non vita”, questo limbo in cui vivono i fratelli che mi ha colpita portandomi a riflettere su tutti i meccanismi di fuga dalla realtà che ognuno dei Crain ha messo in atto per sfuggire a ciò che più li spaventa: la realtà. E’ come trovarsi di fronte a un gruppo di bambini non davvero cresciuti che litigano, si detestano e non si capiscono, ma che nel profondo sono legati l’uno all’altro da qualcosa di forte, un amore viscerale accompagnato da un senso di smarrimento che li accomuna, dovuto al mistero che aleggia intorno alla morte della madre.

<<Io credo che la casa stessa sia il male. Ha incatenato e distrutto la sua gente e le loro vite, è un luogo abitato dall’astio e dal rancore.>>

Ciò che Hill House mostra è che il passato è una presenza costante nelle vite di coloro che si rifiutano di affrontarlo, un vero e proprio spettro che perseguita chi gli volta le spalle senza lottare. I fantasmi e le minacce paranormali della vecchia Hill House rappresentano forse il pericolo fisico, ma il vero pericolo è non vivere, non affrontare ciò che spaventa e avere esistenze marginali, vite non vissute appieno.

Quello che appare palese in questo show è che la realtà a volte può essere un vero incubo da cui voler scappare, magari anche a costo di abbandonare la vita e abbracciare la morte, ma non si può immaginare di vivere dietro un muro di protezione per sempre, quello stesso muro potrebbe diventare una prigione difficile da sradicare ed è allora che il vero incubo inizierebbe.

<<La paura è la rinuncia alla logica, l’abbandono volontario di ogni schema razionale. O ci arrendiamo alla paura o la combattiamo.>>

L’amore che i personaggi provano l’uno per l’altro è così forte che va oltre la morte, continua a perseguitarli insieme alla paura: queste emozioni all’apparenza tanto diverse hanno in comune l’abbandono di ogni logica.

Nel libro non esistono insegnamenti univoci o oggettivi, solo la consapevolezza che il mondo interiore di ognuno è diverso, e che spesso ciò che accade all’esterno può essere influenzato da ciò che sta accadendo all’interno di noi. Hill House è un catalizzatore: la suggestione può diventare la spinta verso il baratro della follia, e i desideri “proibiti” possono diventare aguzzini della nostra sanità mentale se non compresi e metabolizzati.

In conclusione sento di dirvi di dare una possibilità sia al libro che al telefilm, e vi consiglierei di leggere prima l’opera della Jackson per cogliere tutti i riferimenti nella serie tv, ma anche viceversa va bene.

In ogni caso non lasciatevi spaventare dal fatto che si parli di fantasmi e presenze, “Hill House” in entrambe le opere va ben oltre quello che sembra raccontare.

Personalmente la serie tv è una delle migliori viste quest’anno, e posso solo sperare di vedere altro di così ben fatto sotto ogni punto di vista: costruzione dei personaggi, storia, effetti speciali, inquadrature, estetica generale e sceneggiatura.

Vedetelo e fatemi sapere, o se lo avete già visto (o letto) raccontatemi cosa ne pensate.

A presto

Anna Elisa

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Dalla parte dei bambini: riflessioni.

Attraverso i social le persone sanno più cose in tempo reale rispetto a quanto accadesse tanti anni fa. I social hanno quindi avvicinato gli individui, rendendo la globalizzazione tanto naturale quanto parlare con un vicino di casa di ciò che accade nel quartiere, ma i social hanno anche reso le persone più sole di quanto fosse avvenuto in precedenza.

I fatti di cronaca mondiale degli ultimi tempi mi hanno fatta pensare: non ho mai compreso come l’ingiustizia potesse essere anche solo concepita, eppure dilaga come una macchia di olio su una superficie liscia.

I bambini: penso ai bambini, massima espressione dell’innocenza fatta carne ed ossa, lasciati al macello, dimenticati se non per quelle poche foto dove compaiono in lacrime urlando, ribellandosi a una indifferenza che non meritano. Penso proprio ai bambini quando vedo una nave rimandata indietro da un Governo che non doveva essere lì a sostenere la disumanità, a sponsorizzarla, a elargirla con una generosità che sarebbe dovuta essere dirottata altrove.

Ma non sono quei rappresentanti che mi spaventano, è la mente del popolo che mi fa sentire atterrita, terrorizzata, abbattuta.

Io non sono altro che una donna italiana che continua a sperare in un cambiamento che non pretenda come sacrificio di sangue un sacrificio umano: persone che fuggono dalla propria patria alla ricerca di vita e di speranza e che si ritrovano a dover subire un rifiuto, ricacciate indietro come degli appestati.

E poi guardi il telegiornale, e si parla di fatti di cronaca nera e non sento mai dire “è stato questo uomo, o questa donna a compiere il delitto” ma la prima cosa che viene detta è la nazionalità.

La prima cosa che identifica una persona per i mass media è la nazionalità: “Un Rom, Un Africano, Un Albanese”. E le menti assorbono notizie errate, collegano straniero a pericoloso, ed ecco che i lager non sembrano più una realtà così lontana.

I lager del pregiudizio sono la nuova frontiera della distruzione, e sensibilizzare, chiunque, tutti, è necessario, importante, doveroso.

Io guardo la tv, disgustata e triste, arrabbiata, e poi comincio a scrivere questa lettera che è in corso da un po’, forse troppo, e che va pubblicata. Sento che stiamo diventando ciechi all’orrore sfogando le nostre preoccupazioni su cose non abbastanza importanti, nascondendoci dietro tele che dietro nascondono un degrado morale in avanzamento.

Ed è per questo che bisogna parlare, divulgare pensieri e riflessioni che rendano tutto questo un errore, un errore a cui possiamo rimediare.

Se anche solo una persona che la pensa diversamente, che dà ragione alle scelte del nostro Governo, o un di un Trump qualsiasi, riguardo il destino di persone innocenti che come unico errore alle spalle hanno quello di essere loro malgrado nati in un Paese dove vivere significa rischiare una morte in mare o al confine tra due Stati, che pensa che “debbano essere aiutati ma a casa loro”, o che “rubano il lavoro a noi italiani/americani”, leggerà questa lettera, comincerà a porsi domande e a riconsiderare la propria posizione riguardo questa barbarie chiamata “intolleranza”, ci sarà un piccolo passo verso la vittoria che chiamo “umanità”.

La rivoluzione a cui anelo deve partire da ognuno di noi, una rivoluzione che porti a riconsiderare certe decisioni disumane, a pensare con la propria testa ignorando quello che ci viene detto, valutando secondo il nostro personale giudizio.

Buona sera, Londra. Prima di tutto vi prego di scusarmi per questa interruzione: come molti di voi, io apprezzo il benessere della routine quotidiana, la sicurezza di ciò che è familiare, la tranquillità della ripetizione; ne godo quanto chiunque altro. Ma nello spirito della commemorazione, affinché gli eventi importanti del passato, generalmente associati alla morte di qualcuno o al termine di una lotta atroce e cruenta vengano celebrati con una bella festa, ho pensato che avremmo potuto dare risalto a questo 5 novembre, un giorno, ahimè, sprofondato nell’oblio, sottraendo un po’ di tempo alla vita quotidiana, per sederci e fare due chiacchiere. Alcuni vorranno toglierci la parola, sospetto che in questo momento stiano strillando ordini al telefono e che presto arriveranno gli uomini armati. Perché? Perché, mentre il manganello può sostituire il dialogo, le parole non perderanno mai il loro potere; perché esse sono il mezzo per giungere al significato, e per coloro che vorranno ascoltare, all’affermazione della verità. E la verità è che c’è qualcosa di terribilmente marcio in questo paese. Crudeltà e ingiustizia, intolleranza e oppressione. E lì dove una volta c’era la libertà di obiettare, di pensare, di parlare nel modo ritenuto più opportuno, lì ora avete censori e sistemi di sorveglianza, che vi costringono ad accondiscendere e sottomettervi. Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole… non c’è che da guardarsi allo specchio. Io so perché l’avete fatto: so che avevate paura, e chi non ne avrebbe avuta? Guerre, terrore, malattie: c’era una quantità enorme di problemi, una macchinazione diabolica atta a corrompere la vostra ragione e a privarvi del vostro buon senso. La paura si è impadronita di voi, e il caos mentale ha fatto sì che vi rivolgeste all’attuale Alto Cancelliere: Adam Sutler. Vi ha promesso ordine e pace in cambio del vostro silenzioso obbediente consenso. Ieri sera ho cercato di porre fine a questo silenzio. Ieri sera io ho distrutto il vecchio Bailey, per ricordare a questo paese quello che ha dimenticato. Più di quattrocento anni fa, un grande cittadino ha voluto imprimere per sempre nella nostra memoria il 5 novembre. La sua speranza, quella di ricordare al mondo che l’equità, la giustizia, la libertà sono più che parole: sono prospettive. Quindi, se non avete visto niente, se i crimini di questo governo vi rimangono ignoti, vi consiglio di lasciar passare inosservato il 5 novembre. Ma se vedete ciò che vedo io, se la pensate come la penso io, e se siete alla ricerca come lo sono io, vi chiedo di mettervi al mio fianco, a un anno da questa notte, fuori dai cancelli del Parlamento, e insieme offriremo loro un 5 novembre che non verrà mai più dimenticato. (V)

La crudeltà esiste, e sono gli uomini a perpetuarla, di qualunque nazionalità essi siano. L’ignoranza è il peggiore dei mali, oppio per popoli che non hanno voglia nè forza di guardare oltre, spostare il velo e mettersi nei panni della vera vittima per una volta.

Ho pensato intensamente a “V per Vendetta”, a come la verità può renderci liberi, a come spesso i modelli che ci vengono proposti dovrebbero rimanere tali: tracce che non per forza corrispondono all’unica cosa da fare.

Quelli in pericolo sono loro, loro sulle navi, loro al confine, i bambini separati dai genitori, quelli morti in mare, quelli che nemmeno sono riusciti a salire a bordo e sono morti in patria per la guerra, per la droga. Non è giusto.

Io vi chiedo di leggere, di pensare, nient’altro, e nel vostro piccolo di fare qualcosa, qualunque cosa. Anche solo dire la vostra, farla girare, svegliare qualcun altro.

A presto

Anna Elisa

“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime di Jacopo Caneva”. Un saggio che mi ha rubato il cuore.

Tempo fa sono stata contattata da una casa editrice di nome Goware editore affinché dessi uno sguardo al loro catalogo per vedere se ci fosse qualche titolo di mio gusto.

Inutile dire che non appena i miei occhi si sono posati sulla loro sezione dedicata alla saggistica, e in particolare al cinema, ho avuto un tuffo al cuore.

Chi mi segue da un poco sa quanto io sia legata ai film e quanto significhino per me, quindi non vi meraviglierá sapere che ho chiesto subito di poter leggere il saggio dedicato a Miyazaki e alla sua produzione cinematografica, ad opera di Jacopo Caneva.

“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime” analizza tutta la produzione cinematografica dello Studio Ghibli in ordine cronologico, concentrandosi soprattutto sulla figura onnipresente dei due registi e co-creatori della casa di animazione: Hayao Miyazaki e Isao Takahata (venuto purtroppo a mancare quest’anno).

Da grande amante dello Studio Ghibli e della produzione soprattutto di Miyazaki, sono stata felice di poter scoprire le pellicole di Takahata che mi erano quasi tutte sconosciute eccetto che per “La storia della principessa splendente”.

L’autore approfondisce in modo semplice, chiaro e competente tutti i temi alla base dei film dei due registi, dando anche uno scorcio della realtà interiore di Miyazaki e Takahata che hanno messo molto della loro vita e delle loro esperienze, oltre che delle loro idee etiche, politiche e sociali, nelle pellicole che hanno diretto (come il fatto che per Miyazaki non esista una netta divisione tra buoni e cattivi, ma solo la guerra è il Male assoluto, e lui era bambino durante il secondo conflitto mondiale).

La distinzione tra buoni e cattivi è sempre infatti molto labile e, nei casi in cui l’unico antagonista non è la Guerra, lo sono personaggi che rappresentano l’essenza più profonda e remota, quindi orribile ed indescrivibile, del concetto di Conflitto: parlo ad esempio del Lepka di Conan o del Muska di Laputa.

Particolarmente interessante è stato scoprire che il lungometraggio che ha dato anche un volto allo Studio Ghibli, ovvero “Il mio vicino Totoro”, era stato inizialmente concepito da Miyazaki come un cortometraggio che avrebbe dovuto alleggerire agli spettatori la visione del ben più pesante emotivamente “Una tomba per le lucciole” del collega e amico Takahata. I due film affrontano entrambi la tematica “dell’innocenza dei bambini” anche se utilizzando due schemi narrativi diversi.

I bambini che nascono sanno in qualche modo che non vivono in un mondo benedetto.

In questi due film appare palese la differenza tra il più ancorato al suolo e serio Takahata e Miyazaki sempre tra le nuvole, leggero, amante del volo (altro dettaglio ben presente nelle pellicole da lui dirette!). Ma entrambi affrontano nei loro film tematiche importanti, donando allo spettatore due modi di rappresentare le cose diversi, ma che condividono profondità e riflessione.

Una scrittura fluida, semplice, ma ricca di informazioni e spiegazioni, descrive ogni dettaglio dietro una certa scena o sequenza, il perchè sia stata girata in un certo modo, come ad esempio l’ecologia e l’eco pacifismo accompagnino spesso la produzione di Miyazaki (Nausicaa nella valle del vento e Principessa Mononoke rappresentano entrambi due sviluppi diversi dell’eterna lotta tra Uomo/Natura), mentre gli stessi temi in maniera diversa vengono raccontati da Takahata, che con PomPoko regala una visione della globalizzazione e dello sfruttamento delle risorse naturali comica ma non per questo meno profonda (l’umorismo di Takahata nel raccontare una lotta tra procioni e uomo che vuole distruggere la loro casa come metafora del consumismo ed occidentalizzazione del Giappone è qualcosa di straordinario).

Le azioni portate avanti dai Tanuki non sono viste in maniera maestosa con esplosioni orchestrali alla maniera di Joe Hisaishi, ma sempre con l’occhio critico e ironico di chi ha già Passato mo(vi)menti del genere, e sa che se il pensiero di partenza, ovvero il più ingenuo, è condivisibile, quasi sempre i mezzi sono sbagliati e spesso la forza del pensiero nemico è più forte della propria.

Ma quello che rende questo saggio particolare è che Jacopo Caneva analizza ogni pellicola fornendo al lettore un approfondimento anche sulla colonna sonora, raccontando il perchè di una determinata scelta musicale e analizzando la melodia mentre ripercorre le scene che accompagna (d’altronde Caneva Studia arpa, composizione e lettura della partitura). Tramite questo metodo non solo aiuta il lettore a dare maggiore enfasi a ciò che vede, ma gli permette di avere una doppia chiave di lettura dei film, lasciando che la musica completi la meraviglia dell’animazione e della narrazione.

Egli ci racconta la storia di una casa di animazione partita dal nulla per diventare una delle più famose al mondo, e ci narra di due uomini, due creativi e maestri per le future generazioni, che si sono schierati contro la guerra, che hanno vissuto cose pesanti che però non li hanno amareggiati o resi cinici, ma sono state trasformate in qualcosa di puro e bello, in film che insegnano tanto a bambini e adulti (inoltre dello stesso autore inoltre ho già adocchiato anche un saggio sull’opera di Tim Burton che di sicuro non mi lascerò scappare!).

Mi fermo qui perchè vorrei che scopriste da soli i contenuti di questo saggio: vi dico solo che dopo averlo letto ho cominciato una maratona dei film Ghibli che sto rivedendo con occhi completamente nuovi, e non posso fare altro che consigliarvi di leggere questa piccola grande opera.

E voi lo conoscete? Lo leggerete? Fatemi sapere.

A presto

Anna Elisa

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“La storia di un matrimonio” di Andrew Sean Greer: una recensione.

A volte di un libro non bisogna leggere nulla prima di iniziarlo: consiglierei di evitare opinioni, trame e quant’altro perché esporsi a un rischio può rivelare sorprese forse negative, ma al 50% anche molto positive.

É quello che mi è accaduto con “La storia di un matrimonio”, opera di Andrew Sean Greer proposta per l’incontro di maggio del Club del Libro di Napoli. Non avevo aspettative né pretese, ho semplicemente cominciato a leggere e l’ho finito in un paio di giorni scarsi catturata dalla storia e coinvolta dalla scrittura asciutta, eppure evocativa, di Greer.

Questo libro è narrato in prima persona da una dei protagonisti, Pearlie, una donna che esordisce dicendo al lettore che non si conosce mai davvero la persona che si ama e che si è sposata, e questo può fare male.

Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo, e anche se non dovremmo stupirci quando scopriamo che non è vero, ci si spezza il cuore lo stesso. È la scoperta più difficile, non tanto sull’altro, quanto su noi stessi. Vedere che la nostra vista è una nostra invenzione; l’abbiamo scritta noi, e ci abbiamo creduto. Silenzio e bugie.

Ricordo di aver pensato che mi avrebbe aspettato una lettura pesante, su tematiche incentrate sul matrimonio come obbligo (l’ambientazione è negli anni 50, durante i fermenti per la guerra ancora fresca e i residui di paura legati ai bombardamenti, in una America dove gli ex soldati hanno vissuto una realtà inenarrabile e traumi difficili da districare e dove sposarsi era la naturale conseguenza di un rapporto e la massima aspirazione per una donna), sulla società americana del secondo dopoguerra, immersa nelle sirene antiaeree e nel razzismo; invece sono stata subito smentita e sorpresa già dalle prime pagine.

Pearlie è sposata con Holland Cooks, un uomo che viene presentato come un mistero, che la moglie protegge da tutto ciò che potrebbe turbarlo, lui con un cuore “storto” a detta delle zie che l’avevano incoraggiata a non sposarlo. Eppure lo ha fatto e insieme hanno anche un bimbo, Sonny, e un cane di nome Lyle.

Holland e Pearlie hanno quella che lei definisce una “vita normale”: lei che ha rinunciato a tutto per lui senza mai avere rimpianti, perché Pearlie è figlia della sua epoca senza però essere ottusa (ed è questo che ho più apprezzato di lei), ed è innamorata dell’unico uomo che è riuscito in qualche modo ad entrare in lei sin da quando erano piccoli.

Ma un giorno nella loro vita piomba Buzz, un uomo elegante e distinto che Holland ha conosciuto durante la guerra, a cui manca un mignolo e che comincia a sconvolgere le vite di entrambi, ma soprattutto di Pearlie con la quale stringerà un rapporto molto particolare.

Non voglio andare avanti con la trama perchè questo libro va letto senza alcuna conoscenza sulla storia, giusto qualche breve accenno al massimo. La cosa che ho apprezzato di più è sicuramente la narrazione incalzante senza essere frettolosa, come un flusso di coscienza che analizza tutto senza però diventare pesante, ma anzi lasciando al lettore la possibilità di entrare nella casa dei coniugi Cooks, osservando tutto ciò che viene raccontato loro.

La bellezza del libro sta nello sviluppo senza filtri dei personaggi, dei loro dialoghi frettolosi ma non troppo, mentre le riflessioni scaturiscono naturalmente dai loro scambi, e sembra di entrare nelle loro vite, nei loro pensieri, nelle loro considerazioni. La società in cui si trovano ha regole ben precise, e loro sembrano accettarle e rispettarle, anche se il fuoco dei tempi nuovi, moderni, comincia a riscaldarli. Accettare non vuole dire per forza essere d’accordo, e tramite Pearlie notiamo come, in quanto donna, moglie e madre, abbia le idee molto chiare, ed è un personaggio che ha compiuto scelte nella sua vita con convinzione, indipendentemente da ciò che andava fatto o meno.

Pearlie si è sposata per amore, è stata lei a dichiararsi, ha voluto prendersi cura di Holland perchè non avrebbe potuto fare altrimenti, perchè lo amava e lo ama, ed è questo a spingerla nel corso della narrazione a prendere tante altre decisioni, considerando però anche sè stessa nell’equazione e soprattutto il suo bambino.

Tutti quegli anni a chiederti del cuore: chissà se avevi capito l’innocente bugia che mi raccontavo. O l’hai semplicemente accettata come una stramberia? Meravigliandoti dei miei misteri come io mi meravigliavo dei tuoi, e perdonandoli altrettanto volentieri. Due persone velate che camminano tenendosi per mano: forse il matrimonio è questo.

Greer analizza l’America del secondo dopoguerra senza pietà ma con eleganza, ne parla dall’interno, tramite la voce di una cittadina, del membro di una famiglia qualsiasi che vive a San Francisco in un quartiere come tanti altri. Lo scrittore parla del matrimonio non più come semplice istituzione perbenista, ma come essenza: scorrendo le pagine la protagonista sonda ogni aspetto di questa unione, chiedendosi cosa voglia dire in realtà, se sia uno specchio di una relazione o è quel qualcosa a cui ciascuno di noi dà il proprio significato.

In fondo a pensarci bene il romanzo di Greer è un romanzo sull’amore, di qualunque natura, età, aspetto. L’amore di Pearlie, quello di Buzz, delle zie, di Sonny, persino di Lyle e di Holland.

L’amore declinato da diverse voci e diversi pensieri, ma tanto forte da abbattere ogni catena e barriera.

In ogni caso le tematiche toccate sono diverse e l’autore ne parla nei fatti, nelle consuetudini, in piccoli episodi di vita quotidiana che danno al lettore un’unità di misura precisa dei pregiudizi e delle difficoltà del periodo che ricadevano soprattutto sulle donne, o su chi non rispecchiava l’ideale ad esempio patriottico (ad esempio gli obiettori di coscienza erano emarginati in un modo molto crudele e ingiusto, bollati come codardi e traditori della patria).

Io vi consiglio di dare al libro una possibilità, anche perchè dall’inizio alla fine Greer gioca con il lettore con rivelazioni e colpi di scena ben incastrati nella trama, senza però diventare l’unica caratteristica peculiare dell’opera. Intrattiene, diverte e commuove (la sottoscritta ha chiuso il libro con qualche lacrima) perchè più di tutto è un libro che parla di una vita come tante, vista dall’intimità domestica con tutti i suoi segreti oscuri e le sue bellezze, con tutte quelle cose che rendono ogni rapporto unico e non paragonabile ad altri.

Voi lo conoscete? Lo avete letto?

A presto

Anna Elisa

Libro “La storia di un matrimonio” di Andrew Sean Greer edito Adelphi:

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“L’Alienista”: la serie dark che dice la verità

Sere fa ho spulciato il catalogo di Netflix alla ricerca di qualcosa di nuovo da vedere, e la mia attenzione si è soffermata su una nuova serie tv targata Netflix: “L’Alienista”. Vuoi l’ambientazione vittoriana, vuoi l’atmosfera cupa, vuoi la presenza di omicidi efferati e metodici di giovani ragazzi e quindi un serial killer a piede libero, ho deciso di guardare la prima puntata.

La serie tv consta di 10 puntate di ben più di 40 minuti, e io l’ho finita in due giorni di binge watching notturno selvaggio. Quindi, dato che a parte Westworld nell’ultimo periodo cominciavo serie e le abbandonavo quasi subito, ho deciso di parlarvene perché “L’Alienista” mi ha colpita parecchio.

Nel diciannovesimo secolo, si pensava che le persone       affette da malattie mentali fossero alienate dalla loro    vera natura.
Gli esperti che li hanno studiati erano quindi noti come   alienisti. 

“L’alienista” è una serie tratta dall’omonimo libro di Caleb Carr: la storia ha luogo nel 1896, i primi del Novecento, a New York, dove vengono commessi tutta una serie di omicidi che hanno come vittime giovani ragazzi che si prostituiscono per sopravvivere. I corpi vengono orribilmente mutilati, e questa sorta di “rito” attira l’attenzione di un noto “alienista”, Il Dr Lazlo Kreizler (un talentoso Daniel Buhr che ricorderete come il primo soldato Frederik Zoller in “Bastardi Senza Gloria”), che non è altri che uno dei primi psichiatri, un uomo che studia la mente e le malattie mentali, colpito dalla metodica degli omicidi molto simili a un vecchio caso di cronaca nera che aveva coinvolto due gemelli.

Lo affiancano Sarah Howard (una Dakota Fanning sempre brava), giovane donna che ha perso entrambi i genitori e lavora come segretaria al dipartimento di polizia di New York, rappresentando una delle poche donne dell’epoca con un impiego (si parla del periodo delle suffragette, quando il popolo femminile cominciava a manifestare e lottare per i propri diritti), l’amico storico John Moore, disegnatore di poco successo e afflitto a sua volta dal dolore di alcune perdite familiari interpretato dal carismatico Luke Evans, i due fratelli ebrei Lucius e Marcus Isaacson, poliziotti e medici legali, e il neoeletto commissario di polizia Theodore Roosevelt, altro amico di vecchia data del dottore, che appare come l’unico non corrotto nel dipartimento.

Questo gruppo, insieme anche ai “domestici” del Dr Kreizler, Mary, Stevie e Cyrus, cominceranno ad indagare per conto proprio sugli efferati omicidi, rivelando pian piano che sotto la superficie di efferatezza e violenza si cela anche una volontà malsana della polizia di mascherare i crimini della società bene, dei ricchi, che sembrano comunque essere coinvolti nelle ingiustizie che colpiscono le classi meno agiate e povere.

La crime story é soltanto il primo strato di una narrazione che indaga senza pietà diverse verità presenti nell’epoca in cui il telefilm è ambientato e di cui vorrei parlarvi.

Prima di tutto la condizione femminile: è l’epoca del risveglio delle donne e delle prime manifestazioni delle suffragettes per il rispetto dei diritti e della donna in quanto tale. Il personaggio di Sarah è una donna indipendente economicamente che deve però destreggiarsi in un mondo ancora dominato dagli uomini. Umiliazioni, vessazioni, attenzioni non richieste e prese in giro sono all’ordine del giorno, ed è palpabile la difficoltà della nostra protagonista nel farsi prendere sul serio dai colleghi di lavoro (anche se con delle eccezioni).

Non capisco se aborrano la nostra forma o ne bramino un’altra…. Che vadano al diavolo.

La condizione di Sarah è una condizione universale, le donne vengono continuamente violate psicologicamente e fisicamente, costrette in una società dove avere un marito e fare figli sembra essere la loro unica aspirazione. Non ci si sorprende perciò che la pazzia tra di esse sia frequente (da notare una scena in cui viene illustrato il caso psichiatrico di una nobildonna che ha annegato i figli senza motivo apparente, dimostrazione in qualche modo che le costrizioni mentali e l’ansia di dover accontentare delle aspettative possano essere micce per la follia).

Peró capite le prospettive che la nostra società concede alle donne: sposarsi, avere dei figli, sorridere, quando non si ha la forza di farlo. Se comprenderete questo capirete meglio degli altri che quella povera donna con una carrozzina vuota non ha scelto cosa diventare, ma la società ha scelto per lei. Dite di non poter vedere il mondo con gli occhi di un assassino di bambino perché non potreste ucciderne uno: tutti abbiamo la materia prima necessaria per compiere atti orribili, con la giusta o sbagliata combinazione di eventi quella materia diventa combustibile.

Ma le donne non sono le uniche a subire, l’altra dimensione di violenza è rappresentata dai bambini e da quello che sono costretti a fare per sopravvivere. Veniamo a conoscenza di come i ragazzini appartenenti alle classi più povere si prostituiscano per procacciarsi cibo e una qualche protezione. Le vittime del serial killer sono infatti ragazzini che lavorano in strada, spesso anche per aiutare le loro famiglie, i cui omicidi vengono oltretutto mascherate e coperti dalla polizia, per coprire esponenti dell’alta società che frequentano certi ambienti di perdizione.

La corruzione della polizia è infatti un’altra delle principali tematiche, dove per denaro e favori si sorpassa il confine dell’etica e della decenza fingendo di proteggere e servire, quando non si pensa ad altro che al proprio tornaconto.

Altro argomento cardine è la medicina, in particolare la psichiatria, oltre che il vero e proprio nuovo metodo scientifico (ne sono rappresentanti i due fratelli Isaacson, che per indagare utilizzano anche la dattiloscopia, un nuovo metodo che prende in considerazione le impronte digitali come uniche e irripetibili per identificare così l’assassino). Il Dr Kreizler è un esponente di coloro che credono che le malattie mentali vadano studiate, indagate e comprese, perché è questo l’unico modo per aiutare il paziente (mentre ai tempi si risolveva tutto internando i pazienti psichiatrici sottoponendoli a torture e trattamenti assurdi). Per tutte le puntate notiamo come sia il Dr Kreisler, che gli altri personaggi, abbiano un passato che ha influenzato le persone che sono: la storia è incentrata su una indagine, ma oltre alla risoluzione del caso assistiamo anche a una risoluzione dei conflitti interiori dei protagonisti man mano che il racconto procede. E’ un vero e proprio viaggio dentro sé stessi, mentre rivivono ogni trauma subito, ogni esperienza vissuta.

E’ vero che la materia prima è importante, ma nonostante tutto quello che un essere umano passa, rimane sempre la possibilità di scegliere.

Ho imparato da voi: che possiamo lasciare che ci perseguiti per la vita o possiamo accettarlo, servirci di quel dolore per aiutare gli altri.
Non sono sicuro che la scelta spetti solo a noi.
Non sono d’accordo, altrimenti saremmo tutti degli assassini.

Io spero di essere stata abbastanza esaustiva, cercando di incorrere in alcuno spoiler: voglio solo dirvi di darle una possibilità perché dal punto di vista estetico è girata benissimo, la sceneggiatura è ottima e i personaggi son ben caratterizzati e per niente abbozzati. Non ci sono stereotipi di sorta, forse l’unica pecca è che non ci sono nemmeno colpi di scena. Non c’è un finale assurdo e inaspettato, ma a mio parere il percorso intrapreso dai protagonisti vale la pena di essere visto dallo spettatore.

Voi l’avete vista? La vedrete? Scrivetemelo sotto il post.

A presto

Anna Elisa

“American Gods” di Neil Gaiman: una recensione

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava.

É questo l’incipit di “American Gods”, una delle più note opere di Neil Gaiman, autore anche di “Coraline” e “Stardust” oltre che del fumetto “Sandman”.

“American Gods” racconta la storia di Shadow Moon, un ex galeotto che si prepara ad essere rilasciato dal carcere dove ha scontato tre anni della sua vita a causa di una rapina mal riuscita. Shadow passa le sue giornate allenandosi con trucchi di prestigio, mantenendo un profilo basso, nell’attesa di riconquistare la sua libertà, rivedere l’amata moglie Laura, e riprendere in mano la sua vita.

Ma il giorno del suo rilascio è anche il giorno in cui sarà costretto a recarsi a casa per il funerale di Laura, morta la notte prima a causa di un incidente stradale. Scosso e confuso da questa tragica perdita, Shadow prende il primo volo per tornare a casa ed è qui che incontra un uomo molto singolare che gli propone un impiego come sua “guardia del corpo” o braccio, e che si presenta come Mr Wednesday.

Questo è l’inizio del viaggio on the road del protagonista, che incontrerà sul suo cammino personaggi singolari, che il signor Wednesday sembra volere arruolare in una sorta di guerra, quella tra Dèi antichi e Dèi nuovi.

Shadow si troverà inevitabilmente, e suo malgrado, in mezzo a questa faida: un semplice umano in un mondo retto da regole incomprensibili stilate millenni prima da entità soprannaturali che reclamano il rispetto che avevano un tempo, il dominio sugli uomini e sulla loro fede, contro nuovi idoli appartenenti alla società moderna.

“American Gods” non è altro che la metafora della nostra società attuale, un mondo governato dalla tecnologia e l’isolamento, dove ci si inginocchia di fronte a una televisione per ammirare immagini e figure irreali, dove la tecnologia divora il tempo e le menti e tutto scorre fin troppo veloce.

Digli che abbiamo riprogrammato la realtà. Digli che il linguaggio è un virus, la religione un sistema operativo e le preghiere sono junk mail.

Gaiman ha saputo unire mitologia, storia americana, e una narrazione dinamica creando una storia originale e coinvolgente (mi ha tenuta incollata, avevo difficoltà a chiudere il libro) sia per i contenuti che per il profondo significato dietro ogni più piccola scena, dettaglio, dialogo.

La guerra tra Dèi non è altro che la lotta tra passato e futuro in un presente che viene modificato nel mentre: gli dei antichi sono ancorati al passato, ai sacrifici di sangue che li hanno resi forti, alla fede che nasce dalla paura e dalla reverenza nei loro confronti, ma nel mondo caotico attuale la devozione è stata sostituita dalla dipendenza (dai media ad esempio) e la paura dall’adrenalina di un mondo sempre più veloce ed ad alto consumo.

I personaggi sono descritti benissimo, sono diversi e particolari e si adattano molto bene al mondo di cui fanno parte. Interessante è la figura di Media, questa dea/dio che prende le sembianze dei personaggi della tv noti, sfruttandoli per prendere una forma nel mondo reale e parlare soprattutto al nostro protagonista, oppure lo stesso Mr Wednesday, un uomo vecchio e all’apparenza fragile, che sfrutta il suo aspetto affaticato e invecchiato per ottenere ciò che desidera, o il mio preferito Czernobog, un dio slavo che adora usare un martello per uccidere il bestiame (o gli uomini nei campi antichi di battaglia), o ancora Mad Sweeney, il leprecano, folletto dispettoso e elargitore di monete d’oro con cui Shadow viene alle mani. Ogni dio o dea è descritto secondo la sua indole e la sua natura e ne viene descritto anche il comportamento, di cosa necessita per mantenersi vivo, le sue abitudini.

Un accento particolare è posto sui paesaggi che fanno da sfondo alle vicende: si tratta in fondo di un viaggio “on the road” che attraversa gran parte dell’America, e le descrizioni dei luoghi sono talmente reali che è impossibile non immaginarsi lì al fianco dei protagonisti, mentre si calpesta lo stesso suolo.

Le ambientazioni diventano luoghi sacri, acquisiscono un’aura magica nell’ottica dell’essere luoghi di culto, impregnati di una energia molto forte derivante proprio dalla presenza degli uomini, dei fedeli o turisti che vi si aggirano all’oscuro di tutto ciò che ribolle sotto la superficie. Ma mentre in passato questi erano i luoghi per adorare idoli, ora i centri commerciali, i casinò, hanno conquistato sempre più adepti, arricchendo e nutrendo i nuovi dèi.

I casinò possiedono un segreto, un segreto che custodiscono e proteggono e stimano come il più sacro dei loro misteri. La maggior parte della gente non gioca per vincere, come in genere viene pubblicizzato, venduto, dichiarato e sognato. È una facile bugia che dà alla gente l’alibi per entrare da quelle enormi porte sempre aperte. Il segreto è questo: la gente gioca per perdere. Vengono nei casinò per fare l’esperienza di quell’istante in cui si sentono vivi, in groppa alla ruota della roulette, quando vengono girati come le carte o quando, insieme alle monete, smarriscono nelle fessure anche se stessi. Magari si vantano di qualche vincita, di quella certa notte in cui hanno sbancato il casinò, ma custodiscono come un tesoro, un tesoro prezioso, tutte le volte in cui hanno perso. È una specie di sacrificio rivolto a qualche divinità.

E in tutto questo, parallela alla storia di questa lotta c’è quella personale di Shadow, un uomo che ha perso tutto, tutto quello che aveva per lui importanza, la donna che amava, ma che sin dalle prime pagine, ben prima che i suoi guai inizino, appare “non vivo”, spento, mentre si trascina nel mondo con fin troppa calma, all’apparenza intangibile. Il viaggio di Shadow diventa un viaggio oltre che fisico soprattutto interiore: scoprirà sempre più cose di sè stesso, si metterà alla prova più volte senza nemmeno rendersene conto, dimostrerà di avere forza, onore, coraggio. Shadow è anche un uomo innamorato di Laura, e questo amore è bruciante, profondo, gli conferisce una grande forza, per quanto gli arrechi anche tanta sofferenza, specialmente per la sua perdita.

«Mi manchi» ammise. «Sono qui» disse lei. «È quando ci sei che mi manchi di più. Quando siamo insieme. Quando non ci sei, quando sei soltanto un fantasma del passato o un sogno di un’altra vita, allora è più facile».

Gaiman è un narratore molto apprezzato sia dalla sottoscritta che da Stephen King (e un autore consigliato da King è inevitabilmente per me un autore da tenere d’occhio). Quello che ho più amato di questo libro è la fluidità con cui lo scrittore fa passare messaggi molto importanti relativi all’autoaffermazione, alla diversità (viene affrontata la tematica LGBT in modo naturale e delicato), alle difficoltà della vita e alla sua bellezza. E’ un libro che racconta la storia di ogni essere vivente, dio o meno, e insegna come il passato può formarci e definirci, ma non ci completa. Ciò rende necessaria una certa dinamicità, una volontà evolutiva, che dovrebbe condurci a vivere nel presente senza nè guardare solo al futuro, nè cercare risposte nel nostro passato, ma dare importanza a ogni istante nel momento in cui lo si vive.

Non sempre ricordiamo gli atti che non ci fanno onore. Li giustifichiamo, li ammantiamo di bugie o li seppelliamo sotto il pesante coperchio della rimozione.

Credetemi vorrei dirvi molto di più, ma so già che entrerei nella zona rossa degli spoiler e voi questo libro dovete leggerlo (sempre che non lo abbiate già fatto, e allora voglio sentire la vostra!).

Fatemi sapere cosa ne pensate, se lo avete letto, se seguite la serie, se avete letto altro di Gaiman.

Inoltre vi ricordo che sono affiliata Amazon, quindi se deciderete di acquistare dai miei link per voi non cambierà nulla, ma io riceverò una piccola commissione da Amazon che mi aiuterà ad alimentare i contenuti del blog.

Link al libro: https://amzn.to/2qik0ln

Vi ringrazio in ogni caso.

Vi aspetto.

A presto

Anna Elisa

-“Altered Carbon”: una recensione

… è solo affari, è politica, è il modo del mondo, è una vita dura e non è niente di personale. Beh, fanculo. Rendilo personale.

“Altered Carbon” è un telefilm, tratto dal romanzo omonimo, ambientato in un futuro distopico e ipertecnologico, l’anno 2384, dove l’identità umana può essere codificata come I.D.U. (Immagazzinamento Digitale Umano) e caricata su supporto detto “pila corticale” inserito chirurgicamente nella colonna spinale, e trasferito da un corpo all’altro così che gli esseri umani possano vivere in eterno limitandosi a cambiare corpi o “custodie”. Naturalmente poco importa che sia una epoca evoluta dal punto di vista scientifico e tecnologico: esistono delle caste e delle classi sociali che vengono separate dal denaro e dalla capacità di permettersi o meno, ad esempio, di clonare il proprio corpo, rimanendo giovani per sempre.

Quindi ritroviamo i cosìdetti Meth o Mat, ricchissimi e potenti, simili a Dèi immortali (considerato che possono conservare la propria identità anche senza l’uso del supporto/hardisk) e il resto delle persone ridotti a credenti, che si arrangiano nella vita come possono, che sopravvivono.

In questo universo incontriamo Takeshi Kovacs, un Envoy, o meglio un individuo con una altissima capacità di adattamento a discapito di qualunque condizione o corpo che occupa, con notevoli talenti nel combattimento e nell’uso delle armi, ma soprattutto nell’uso della mente. Takeshi si risveglia nel corpo di un altro, non sa perchè sia stato risvegliato considerato che è un ricercato ed è anche un sicario, ma poco dopo scopre di essere stato ingaggiato da un Meth, Laurens Bancroft, il più potente e antico, che gli chiede di risolvere un mistero: il suo omicidio. Infatti qualcuno ha attentato alla sua vita sparandogli in modo da distruggere la sua pila e quindi mettere fine irrimediabilmente alla sua vita.

Ma l’assassino non riesce nell’intento, il Meth ha infatti trasferito la sua coscienza via WiFi, ma prima dell’ultimo backup che gli avrebbe permesso di ricostruire i fatti.

Comincia così una indagine che aprirà diversi scenari nascosti al nostro protagonista del quale seguiamo le gesta ma anche il suo passato, e i passi che lo hanno portato a diventare l’uomo che è, mentre scava nei segreti più oscuri della città e dei suoi abitanti.

La serie a mio parere ha diversi punti forti di cui vale la pena parlare, e che di cui mi piacerebbe discutere con chi come me l’ha vista:

  1. Le atmosfere: gli effetti speciali, in questo genere di trasposizioni, fanno gran parte del lavoro e servono a fare entrare lo spettatore in un mondo nuovo eppure familiare. Quello che ho apprezzato della serie è la scenografia, l’ambientazione, i colori al neon che sembrano bruciare la retina e attirare inevitabilmente l’attenzione. Insomma decisamente una serie Netflix di ottima qualità grafica. Inoltre nonostante la storia possa apparire ripetitiva (mondo distopico alla deriva, sopravvissuti che cercano di tirare avanti come possono, nuove leggi che ricalcano quelle vecchie rivelando la vera natura umana) a mio parere ha portato nel genere una ventata di aria fresca, considerato che la serie unisce atmosfere decisamente noir e da crime story a una narrazione adrenalinica e piena di scene d’azione. Ci sono dettagli decisamente originali che mostrano come l’attenzione per le immagini sia fondamentale e non scontata (un esempio è il finale della prima puntata, non aggiungo altro).
  2. Donne forti ma non superdonne: quello che apprezzo nelle storie sono i personaggi, e spesso quelli che più mi deludono sono i personaggi femminili. Mi sento inevitabilmente condannata a detestare spesso e volentieri le donne perchè fin troppo caricate di un’aria eccessiva di mistero o super personalità che a mio parere le rende semplici caricature di quello che si pensa una donna debba essere per imporsi sulla scena. Qui trovo che i personaggi dell’agente Kristin Ortega e Quellchrist Falconer siano due donne tanto diverse quanto simili in quello che ho più amato di entrambe: la necessità istintiva e naturale di fare qualcosa di giusto, di essere oneste, di lottare per ciò in cui credono, di essere leali con chi amano: forti si, ma anche compassionevoli e gentili.
  3. Pathos: nonostante sia una serie d’azione, veloce, di intrattenimento è anche una serie tv che crea empatia con i personaggi, che fa capire allo spettatore cosa passino e cosa hanno dovuto affrontare nella loro vita, cosa li ha temprati e ha modellato le persone che sono.
  4. Tematiche umane: ho trovato particolarmente interessante la scelta delle tematiche sociali, politiche e religiose. Oltre al significato della vita in quanto tale, si affronta anche la sua importanza nell’ambito religioso: esiste infatti una sorta di gruppo religioso, i Nuovi Cattolici, che si ribella all’idea di “conservazione” della persona o della sua anima e che si oppone con tutte le sue forze alla tecnologia della pila corticale. O ancora è intenso come la famiglia di Kristin, profondamente credente, si riunisca per mantenere vive le tradizioni latine/cattoliche: mi è sembrato un buon modo per accostare passato e presente. Altra cosa che ho trovato estremamente interessante è l’attenzione a culture diverse, ai linguaggi, all’identità dei personaggi come membri di una comunità dove devono continuare a lottare, o scegliere di lasciarsi corrompere.
  5. Umorismo: il telefilm oltre ad avere una narrazione coinvolgente e scene d’azione adrenaliniche e originali, ha anche un ottimo umorismo, sottile, semplice. Joel Kinnaman, l’attore che interpreta Takeshi e che avevo visto recitare già in “Suicide Squad” e “Robocop” e che mi sono ripromessa di vedere in “the Killing”, dá una ottima prova attoriale rendendo il suo personaggio sfaccettato e interessante.

Io vi ho elencato le mie ragioni per vederlo. Ora vorrei che mi diceste voi cosa ne pensate.

A presto

Anna Elisa