-“Coco”: la musica che ognuno ha dentro

Prima della fine del 2017 Sono andata al cinema decisa a concedermi il piacere di vedere un film che mi facesse ritornare ancora una volta alle atmosfere tipiche della casa Disney, e ovviamente “Coco” é stata la mia scelta. 

Devo dire che ero un poco scettica riguardo questa pellicola sin dall’annuncio, perché sembrava del tutto ispirato ad un film di animazione meno noto chiamato “Il libro della vita”, che ho visto anni fa apprezzandolo moltissimo.

 

In entrambe le pellicole la fa da padrone il “Dias de Los muertos”, o meglio il Regno dei morti visto dalla cultura messicana che mi ha sempre attratta, sia per il calore che emana anche a km di distanza sia perché questo giorno è vissuto come una vera e propria festa e una occasione per riunire la famiglia.

Entrambi i protagonisti inoltre vivono un conflitto interiore derivante dalla volontà di fare musica, nonostante le proteste della famiglia: ne “Il libro della vita” ritroviamo Manolo Sanchez, un giovane che sin da piccolo vuole vivere di musica ma che si ritrova a dover portare avanti la tradizione familiare che lo vuole torero di successo, mentre in “Coco” Miguel è un bambino con le idee chiare su ciò che vuole dalla vita, vuole diventare infatti un musicista nonostante proprio la musica abbia creato una ferita profonda nella sua famiglia che gli si oppone in ogni modo.

Le somiglianze finiscono qui, perchè i percorsi che i due protagonisti intraprendono sono nettamente diversi.

In “Coco” Miguel è pronto a tutto per inseguire il suo sogno, decide di partecipare a una gara di musica nonostante il divieto perentorio della famiglia, ma la sua chitarra viene fatta a pezzi dalla nonna poco prima della esibizione e lui si ritrova a trafugare quella del suo idolo, Ernesto De La Cruz, custodita nella cappella a lui dedicata.

Miguel sfiora le corde dello strumento e si ritrova in un mondo di cui aveva solo sentito parlare, il Regno dei Morti, collegato a quello dei vivi attraverso un ponte fatto di petali, così che una notte all’anno essi possano riunirsi alle loro famiglie per festeggiare insieme.

Il ragazzino incontra così i suoi antenati, che sono decisi a riportarlo a casa prima dell’alba o rimarrà bloccato in quel Regno per sempre: l’unico modo per spezzare la maledizione è ricevere la benedizione di un parente per ritornare a casa, ma Imelda, la capostipite della famiglia, lo rimanderà indietro solo a patto che lui non suoni mai più.

Ed è qui che il sogno diventa più forte di tutto, alimentando la determinazione di Miguel a ricevere un’altra benedizione per tornare a casa senza rinunciare alla musica: quella del suo idolo, di Ernesto De La Cruz, convinto che sia un suo parente proprio per la somiglianza della chitarra con quella della foto custodita nell’altare della sua famiglia.

Non mi dilungo ulteriormente sulla trama per evitarvi spoiler (perchè dovete vederlo), ma posso dirvi che ho apprezzato molte cose in questo film, che lo hanno posizionato tra i miei preferiti tra gli ultimi usciti in casa Pixar.

I colori, la grafica, l’estetica generale della pellicola sono una gioia per gli occhi, ma devo dire anche che dalla Pixar non mi aspettavo niente di meno: le tematiche tipiche ritornano, anche se ammiro il modo in cui si può raccontare l’animo umano attraverso strade diverse.

Miguel è un bambino che vive un conflitto interiore difficile e molto profondo tra quello che lui è, quello che lui sente di essere, e quello che la famiglia si aspetta da lui. Due tipi di amore si dibattono nel suo cuore, e una decisione sembra dover essere presa al più presto. Eppure lui non si arrende al fatto di dover scegliere tra il suo desiderio più grande e le persone che ama.

In fondo se si ama qualcuno non si dovrebbero rispettare le sue scelte? E’ questo il quesito che sembra essere posto dal bambino più volte nel corso della sua avventura, ed è bello come andando avanti egli si renda conto di come la cosa sia molto più complessa.

La sua famiglia è severa si, ma la regola relativa alla musica nasce da un profondo dolore che è stato perpetuato nel tempo e che per le nuove generazioni vuole essere evitato.

Le persone care a Miguel non vogliono che lui soffra, o che forse faccia soffrire qualcun altro, perchè il loro incontro con la musica è stato traumatico.

Mi è piaciuto molto lo scambio tra più generazioni, i dialoghi, le riflessioni che inevitabilmente scaturiscono dalla visione di questo film che hanno rafforzato il mio punto di vista sul potenziale che ciascuno di noi possiede e la forza di inseguire i propri obiettivi, senza però dimenticare chi ci ama.

Perchè è proprio dall’amore, dal senso di famiglia, di vicinanza, dai sentimenti in generale che possono nascere le canzoni più belle.

Miguel impara che rinnegare la sua famiglia è rinnegare sè stesso, che la memoria e il ricordo sono importanti quanto il presente, e che deve conquistare ciò che desidera  perché segue il suo destino chi lo ama lo capirà.

Ho compreso come non si finisce mai di imparare, come chi siamo è una fiamma così ardente che spegnerla non è possibile, e che ascoltare è la prima regola per amare ed essere amati completamente.

Vi consiglio di vederlo, mi ha davvero donato calore, forza e regalato anche tante risate (vedesi alla voce Dante, il cane è qualcosa di meraviglioso).

E se lo avete visto, cosa ne pensate?

A presto

Anna Elisa

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-Dear 2018…

Questa è la prima volta che decido di mettermi seduta a scrivere dei propositi, che già anticipo non saranno tanti, poichè preferisco per gran parte delle questioni della mia vita il detto: “pochi ma buoni”.

In ogni caso mai come quest’anno ho deciso di dare un ordine alla mia vita, delle linee guida che vorrei seguire, e ho cominciato dalla lettura: un po’ per lo studio, un po’ per mancanza di tempo in generale, un po’ perchè sono lenta e centellino i libri che leggo, ho letto davvero poco.

Ed è per questo motivo che ho deciso di riservare alla categoria lettura ben tre propositi:

  • Leggere almeno due libri al mese
  • Esplorare nuovi autori
  • Comprare meno e smaltire i libri già in mio possesso (massimo un libro al mese da acquistare, regali esclusi!)

Considerate che a Natale ho ricevuto solo un libro (il nuovo King, che leggerò presto una volta finito De Giovanni, che è stato un autoregalo per inaugurare il secondo proposito) e ho richiesto esplicitamente di non riceverne altri.

Inoltre vorrei sfruttare di più la lettura digitale su kindle, poichè mi sono resa conto, mentre leggevo It, che mi rende l’esperienza di lettrice molto più semplice, specialmente quando ho a che fare con tomi di 1000 e passa pagine.

Successivamente ho pensato ai film, altro tassello fondamentale della mia vita, qualcosa di cui non riesco a fare a meno anche se ci provassi con tutte le forze. Per l’ambito cinematografico ho deciso di segnare un solo proposito: esplorare. Un po’ come per i libri, ci sono film classici italiani e non, o semisconosciuti, che non sono mai riuscita a vedere, e credo che il 2018 sarà l’anno giusto.

Diciamo che la parola d’ordine per questo nuovo anno è: “buttarsi”, che sia un libro, un film, un viaggio, una esperienza. A volte mi capita di pensare troppo (cosa che di per sè non è un male), e vorrei imparare ad affinare questa capacità in modo tale che non mi saboti precludendomi delle belle scoperte!

Inoltre vorrei dedicarmi anche di più al blog, che oltre ad essere un modo per parlare di ciò che amo nel modo che più mi piace, è anche una sorta di diario dove fisso idee, pensieri e me stessa in tutti i frammenti che mi appartengono.

Un altro proposito riguardo quello che vorrei nella mia vita è “viverla appieno e secondo la mia essenza” che per me credetemi non è scontato.

In fondo quello che ho sempre dedotto da letture, film ed esperienze in generale, è solo una maggiore consapevolezza di quanto la vita sia complessa e semplice allo stesso tempo, dipende dal punto di vista di chi guarda: io non la definirei difficile, ma semplicemente un vortice di cambiamenti e sorprese, tutto sta nell’osservare il bicchiere mezzo pieno e guardare sempre al positivo che ci è stato dato, vivendo secondo la nostra natura.

Mi rendo conto che non è semplice vedere sempre le cose con colori pastello, nè ve lo sto chiedendo, vi dico solo di non valutare la vostra vita in base al buio, ma ricordarvi anche la luce, o di accenderla se ne abbiate bisogno, come diceva il buon vecchio Albus Silente.

Sappiate che come al solito nessuno di noi è davvero solo e che se anche non vi conosco vi auguro un buon anno dal profondo del cuore, senza finzione o buonismo di sorta.

E vorrei che mi diceste anche voi se avete pensato a dei propositi, e se vi va di condividere con me quali siano: magari ci diamo spunti a vicenda.

A presto,

Anna Elisa

 

 

-Lettera ad un’anima.

Ciao,

Non sai chi sono, ma non importa, qui non ci sono nomi e non ci sono presentazioni, solo parole che spero ti possano arrivare.

Avrei voluto una lettera così in tanti momenti della mia vita, ma ora so che dovrò scrivermela da sola, e potrò dedicarla anche a te.

A te che lotti ogni giorno con un senso di inadeguatezza che senti pressarti come una roccia, a te che vivi sperando che un giorno tutto questo dolore passi, perchè è di dolore che si parla anche se non è visibile sulla tua pelle, anche se non ci sono ferite che possano essere toccate.

Tu che conosci cosa vuole dire sentirsi incompresi, non ascoltati, sottovalutati, e che sei stato violentato tante volte solo per sentire di più, per esternare ciò che provi. Tu che in questo mondo veloce e caotico continui a procedere, magari un po’ a pezzi, ma comunque con la determinazione che le cose prima o poi andranno meglio, che in fondo esiste sempre un’alba da guardare per ogni momento di buio.

Tu che vorresti più gentilezza, meno giudizi, più riflessione prima di usare le parole che spesso ti hanno fatto più male di uno schiaffo ben assestato. Tu che ti sei sentito tante volte sbagliato, inadatto, stordito lì dove il più forte mangia il più debole, ma per te basterebbe che ci si sentisse alla pari, perchè in fondo siamo tutti troppo diversi per essere messi in categorie. 

Tu che sai amare con tutto il tuo cuore, anche se hai paura, anche se quella corazza che hai costruito ti convinci sia utile, ma ogni santa volta la demolisci perchè non fai di tutta l’erba un fascio, e giudichi solo il male che ti è stato inflitto, e non la persona.

Tu che hai fiducia nel prossimo e spesso rimani fregato, che quando sei silenzioso allora sei scorbutico e chiuso, o quando ridi sei poco opportuno, tu che hai sempre una parola di conforto per chi ne ha bisogno ma mai per te stesso.

Perchè gli altri hanno potenziale ai tuoi occhi, e quasi ti arrabbi se non riescono a vederlo e ti sveneresti pur di mostrare loro quello che tu stesso vedi in modo così lampante: un valore che fai fatica a trovare dentro di te.

In fondo perchè tu dovresti valere qualcosa in un mondo che infligge punizioni a chi non calpesta gli altri per andare avanti? Un mondo così distorto da avvantaggiare la crudeltà? Tu non sei crudele, non sei meschino, non baratti te stesso nonostante a volte arrivi ad odiarti.

In fondo sarebbe così semplice cambiare atteggiamento, lasciare andare ogni sentimento buono e gentile, nasconderlo sotto chili di egoismo per controbattere quello ormai fin troppo presente intorno a te.

Ma tu sai che non è colpa delle persone, sei abbastanza consapevole da sapere che tutti abbiamo una storia interiore, tutti abbiamo un passato, e non giudichi.

Ma devi proteggerti. Devi farlo, ma bada bene non ti sto dicendo di cambiare: non ti sto dicendo di smettere di essere chi sei, ma di cominciare forse a capirlo.

Devi cambiare idea, su te stesso: ti sei concesso fin troppe volte di detestarti, ora direi che per Natale potresti metter in conto di cambiare strategia. 

Ora ascoltami con attenzione, perchè io ci sono passata e lo sto ancora attraversando:

Tu hai valore.

Tu hai potenziale.

Tu non sei i tuoi risultati, ma il percorso che decidi di intraprendere per raggiungerli.

Tu sei su questa terra per essere felice.


Sii gentile, ma anche con te stesso, sii generoso ma anche con te stesso, non perdere fiducia nel mondo, ma costruisci il tuo spazio personale.

Proteggiti senza tenere gli altri lontani, scegli le tue battaglie e non lesionarti da solo.

Sappi che so come ci si sente, ed è per questo che ti porto dentro di me come porto ogni singolo frammento di me stessa.

Tu sei straordinario.

Buon Natale.

A presto,

Anna Elisa

 

 

 

-“Follia” di Patrick McGrath: review

Pensava alla parola che Edgar aveva usato, “realtà”, all’idea di riuscire a staccarsi dagli interessi e dai sentimenti degli altri e diventare puro sguardo. Avrebbe saputo vedere Edgar in quel modo? E sarebbe stata la verità? Si sporse dal materasso per spegnere la sigaretta. Adorava dormire con lui sotto quella coperta ruvida. Adorava svegliarsi al mattino e trovarlo ancora vicino a lei.

“Follia” di Patrick McGrath è un libro diverso da tutti quelli che ho letto fino ad ora. Penso sia stata la prima volta in assoluto, seconda solo a “Abbiamo sempre vissuto nel castello” di Shirley Jackson, in cui io abbia sperimentato il completo distacco dalle vicende narrate senza però riuscire a staccarmi mai dalla lettura se non costretta da altre incombenze.

Si tratta della storia di Stella, una donna in una posizione agiata, moglie di uno psichiatra, che si ritrova a causa del lavoro del marito a vivere nei pressi di un manicomio dove incontra un “paziente” molto particolare di nome Edgar.

Edgar si ritrova internato per aver ucciso la moglie in un modo estremamente macabro per puro delirio di gelosia: si tratta infatti di un uomo con seri problemi psicotici, pari di intensità solo al fascino che emana. Stella si chiede infatti come sia possibile che un individuo così interessante, riservato, attraente, si ritrovi rinchiuso tra quelle mura, costretto solo a passare poco tempo all’aperto occupandosi del suo orto e del suo giardino.

Ed é proprio nel giardino di Stella che tra i due scatta la scintilla, e il romanzo prende la piega di storia passionale e distruttiva.
Pensavo che avrei letto di due amanti clandestini la cui storia avrebbe avuto risvolti tragici, ma mi sbagliavo: McGrath, con la voce narrante dello psichiatra che ha in cura Edgar, ma che vive anche a stretto contatto con Stella e il marito, delinea un profilo psicologico dinamico e dettagliato di ciascun personaggio che prende parte alla vicenda, eccetto il proprio, che il lettore peró potrà dedurre leggendone le personali riflessioni sul caso.

Sembra appunto di essere alle prese con un esperimento: il narratore/medico guida il lettore nel suo personale studio permettendogli di approfondire insieme a lui il flusso di pensieri che lo attraversa: pensieri professionali ma non per questo non contaminati dal suo modo di sentire e vedere il mondo.

Il mestiere dello psichiatra è complesso, serve distacco per poter aiutare i pazienti, ma quando questo distacco e la curiosità diventano un’altra forma di follia? O ossessione?

Per me è stato impossibile empatizzare con i personaggi (e direi per fortuna), ma la narrazione è talmente assuefacente e interessante che non sono riuscita a staccarmi e l’ho finito in pochi giorni.

Ho provato solo un sincero dispiacere per quello che nella malattia mentale ogni personaggio doveva affrontare, perchè è pressochè impossibile mettersi nei loro panni ma ci si può limitare solo ad ascoltarne le testimonianze. Essere “clinicamente malati” li rende inevitabilmente degli emarginati.

E’ come se ogni personaggio vivesse nel proprio micromondo, maledetto, concedendo al medico un leggero spiraglio che può essere interpretato grazie allo studio e alla dottrina, ma che non può mai essere del tutto capito proprio perchè si tratta di meccanismi mentali molto complessi, di visioni del mondo tanto dettagliate e vivide quanto quelle delle persone ritenute “sane”, seppur fuori norma, completamente diverse.

In definitiva il finale mi ha sorpresa, e ve lo consiglio.

Per chi lo ha già letto vorrei sapere cosa ne pensate!

A presto

Anna Elisa 

-Essere donna.

Spesso mi ritrovo a riflettere su cosa voglia dire “sentirsi una donna”. Le definizioni sono molteplici e sottoposte anche a un modellamento soggettivo, ma la conclusione alla quale sono giunta è che non vi è per me una risposta univoca a questa domanda.

Sempre inseguendo questo quesito, negli anni, è stato inevitabile legarsi a personaggi femminili sia nei libri che nei film che in qualche modo mi facevano sviluppare nei loro confronti una profonda empatia, che con il linguaggio e le azioni mi permettevano pian piano di conoscere anche meglio me stessa.

Adulta, adesso, ho sperimentato un secondo impatto con questi personaggi, queste donne del mondo della finzione, che in qualche modo raccontano un mondo interiore umano e femminile molto vicino alla realtà.

Non sapevo come impostare questa “lista” speciale: vi direi di prenderla sia come una serie di consigli in ambito libresco e cinematografico, ma anche come un modo per confrontare il vostro punto di vista con il mio.

Quindi ecco che vi presento cinque personaggi femminili a cui mi sento affine.

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Holly Golightly: protagonista del libro e del film “Colazione da Tiffany”, Holly è riuscita a catturare la mia attenzione relativamente tardi rispetto alle altre, poichè sono riuscita a vedere il film solo alcuni anni fa per la prima volta. Ho parlato anche in altri articoli della sua storia, ma qui voglio spiegare meglio cosa mi abbia fatta sentire affine a questo personaggio: il dualismo che rappresenta. Holly all’apparenza è superficiale, svampita, distratta, attaccata ad un modo di vedere le cose molto dipendente dal guadagno personale che ne può trarre, ma la realtà è molto diversa. Holly ha un mondo interiore complesso, silenzioso, sul quale è tanto riservata quanto risulta estroversa all’esterno con chi non riesce ad andare oltre l’apparenza. Lei parla all’inizio della pellicola di “paturnie”, momenti di malinconia senza una causa apparente, senza una motivazione, che riesce a placare solo dinnanzi alle vetrine della gioielleria di Tiffany (cosa che io riesco a fare solo con un giro in libreria). La paura di Holly è quella del legame affettivo che vede come una limitazione, una gabbia nella quale non desidera essere rinchiusa; sembra che l’unico ad aver conquistato il suo cuore sia il fratello, lontano per la guerra, a cui lei dedica ogni sforzo, ogni tentativo di guadagno. Ed è nelle motivazioni del suo agire che diventa palese quanto ci sia da scoprire dentro di lei, al di là di ciò che Holly rappresenta.

 

Mulan: eroina Disney del famoso film del 1998, Mulan ha reso ancora più concreta l’idea che una principessa non debba per forza indossare una corona o una tiara per essere tale. La sua storia, a quanto pare tratta da una leggenda cinese, è quella di una ragazza che si ritrova a indossare i panni da uomo per aiutare il padre prendendo il suo posto nell’esercito cinese nella guerra contro gli Unni. Da bambina adoravo le musiche e le scene, adoravo i personaggi secondari che accompagnavano Mulan nella sua avventura, ma come spesso mi è accaduto con i lungometraggi della casa Disney ben presto molto altro è venuto in superficie. Nella canzone “Riflesso” che ad oggi rimane una delle mie preferite, lei parla di come non riesca a conciliare il suo essere interiore con quello che gli altri, e soprattutto la sua famiglia, si aspettano che lei sia: una donna, una sposa, una fanciulla che porti onore alla sua stirpe agendo secondo la tradizione. Mulan non sente di essere adatta a questi ruoli, lo dimostra anche la difficoltà che ha nell’adempiere a una delle prove di entrata in società per le giovani donne come lei, dove fallisce miseramente; ma quando, spaventata anche se decisa, per salvare il padre si immola al suo posto ponendosi di fronte a innumerevoli rischi, non solo per la guerra ma anche per l’eventualità di essere scoperta in quanto donna, dimostra di possedere una tenacia e un coraggio enormi. Quello che mi ha fatto sentire vicina a lei proprio la determinazione nel non adattarsi, nonostante le insicurezze, nonostante ciò che vediamo specchiato negli occhi altrui. Inoltre questo film contiene una delle mie citazioni preferite in assoluto:                                                                                   “Il fiore più bello è quello che sboccia nelle avversità.”

Belle: Belle de “La Bella e la Bestia”, che sia nella fiaba, nel cartone, in qualunque trasposizione, ha lanciato un messaggio importante a me come credo anche a tanti altri bambini e bambine nel mondo: mai fidarsi delle apparenze, la vera bellezza risiede nel cuore. Sempre con il senno di poi, rivedendo il film famoso della Disney da adulta, mi sono resa conto della frattura che esiste tra questo personaggio e le figure femminili che l’hanno preceduta: Belle si sente diversa dalle altre ragazze, portando avanti un modello femminile fuori dai canoni classici di donzella in pericolo per la prima volta nella storia Disney (preceduta solo dalla principessa Ailin in Taron e la Pentola magica recuperato di recente dalla sottoscritta e che vi consiglio!). Belle è stato il primo personaggio femminile con cui io mi sia sentita affine, per la sua fame di lettura in primis, ma anche per la consapevolezza che ha di sè stessa, oltre il suo essere “atipica” per il paesino francese nel quale abita. La bellezza di Belle risiede nel suo andare oltre le apparenze, lo dimostra il rapporto della ragazza con la Bestia, il fatto che per la prima volta la storia d’amore si sviluppa in modo realistico: la storia mette in evidenza quanto sia importante che entrambi si innamorino l’uno dell’altra affinchè l’incantesimo si spezzi, e questo innamoramento avviene in modo graduale e naturale, senza che l’aspetto estetico influenzi i pensieri di Belle, che all’inizio trova piuttosto difficoltà a interagire con il carattere difficile della Bestia.

Cenerentola: la protagonista della nota fiaba mi è saltata agli occhi dopo la trasposizione live action della Disney di qualche anno fa, che l’ha posta sotto una luce del tutto diversa: ho adorato questo personaggio, perchè come lei ho sempre sentito il peso della gentilezza e della dolcezza come un marchio di debolezza. Cenerentola non è una donna che ha bisogno di assumere un atteggiamento da dura per riuscire nella vita: il suo essere se stessa, a discapito delle difficoltà e di chi sembra volersi solo approfittare di lei, la ripaga nel finale della sua storia. 

 “Solo perché è così che si fa non vuol dire che si debba fare!”

La gentilezza e la bontà sono valori da non sottovalutare: sentirmi affine a questo personaggio mi ha restituito un bel po’ di sicurezza in me stessa.

Chihiro: non poteva mancare un personaggio femminile dell’universo Ghibli, e in particolare Chihiro, da “La città incantata” ha sempre avuto una presa unica su di me. Parte con l’essere una ragazzina all’apparenza lamentosa e infantile, ma come spesso accade nei film del maestro Miyazaki, messa alla prova rivelerà una forza e un coraggio che nemmeno lei stessa pensava di avere. Come Chihiro ho meravigliato me stessa in diverse situazioni e specie nell’ultimo anno sono cresciuta parecchio. Mi sono resa conto di quanto fossi forte proprio quando non potevo fare altrimenti. Come lei ho lottato e lotto per ciò che è davvero importante senza mai arrendermi.
Queste sono solo alcuni dei modelli femminili che ho sentito a me vicini, e se volessi parlarvi di tutti ci vorrebbe più di un articolo!

Penso che ciò che hanno tutte in comune sia l’essere sé stesse nonostante tutto, ed é questa la caratteristica che me le fa amare così tanto.

Inutile che vi dica che vi consiglio di vedere i film citati!

E voi? A quali personaggi maschili o femminili vi sentite vicini?

A presto 

Anna Elisa 

 

 

-I’m a Loser: recensione “It” 2017

Cresciuta nella generazione del pane e  Goonies ho sviluppato sin da piccola una passione viscerale verso le storie di ragazzi, meglio se condite da un certa dose di avventura.

Mentre la mia fame cinematografica cresceva, questo primo amore verso questo film aveva modellato il mio gusto spingendomi a ricercare altre storie che mi facessero sentire parte di qualcosa, di un gruppo, di una missione.

La fame di avventura mi aveva condotto verso altre pellicole, come “Labyrinth”, o ancora “Jumanji”, per non parlare di “Hook” che ancora oggi rappresentano punti saldi nella mia esperienza di cinefila.

Ma più tardi sono approdata a “Stand by me”, tratto da uno dei racconti della raccolta di King “Stagioni diverse”, dove i protagonisti indiscussi sono sempre un gruppo di ragazzi, ma che stavolta si incamminano alla ricerca del cadavere di un loro coetaneo.

Questo è stato il primo film dove la componente spensierata e fantastica lasciava spazio a un messaggio molto più profondo, radicato nella realtà della vita di un gruppo di adolescenti qualsiasi, che in una singola estate imparano quanto sia importante l’amicizia, e quanto gli amici significhino spesso tutto per un ragazzino.

A Stephen King questa tematica è molto cara e più che mai fondamentale nel romanzo It di cui vi ho già parlato in qualche articolo fa: oggi invece voglio concentrarmi sull’ultimo adattamento cinematografico del libro, visto alcuni giorni fa, che mi ha davvero aperto diversi spunti di discussione.

It di Muschietti mi ha sorpresa: sono una amante del genere horror, e con l’esperienza ho capito bene cosa riesce a spaventarmi o disturbarmi (che è un’altra sensazione che io ricerco in un buon horror) e Muschietti ha soddisfatto entrambe le sensazioni. Ovviamente il mio parere è soggettivo, come l’analisi che voglio farne, e se non siete d’accordo con la mia opinione mi piacerebbe sentire anche la vostra!

Cominciamo.

  1. Il club dei perdenti: anche se non c’è stato tempo per una caratterizzazione psicologica profonda, il regista lascia tracce di ognuno di loro nei piccoli gesti che compiono, per dare allo spettatore uno spettro delle loro personalità senza rinunciare a un film dinamico (ad esempio mentre tutti loro buttano a terra le biciclette, Stan che è il più preciso e ordinato del gruppo è l’unico a fermarla con il cavalletto, piccole sottigliezze che differenziano un regista qualunque da uno che ha occhio).
  2. L’indifferenza di Derry: se It è un mostro Derry è il suo degno erede, l’ospite adatto a nutrire un parassita come lui. Gli adulti nel film sono come fantasmi, e quando compaiono in scena non si può fare a meno di sentirsi a disagio. Sono persone indifferenti, viscide, intrise di una meschinità su cui It ha banchettato per secoli senza essere mai fermato, in una città dove non si vuole vedere ciò che accade.                                           
  3. It: Pennywise in quanto pagliaccio è solo uno dei modi nel libro con cui It si mostra ai bambini. Pennywise di Bill Skarsgard va oltre la semplice inquietudine che può ispirare il personaggio, piuttosto gioca anche su un certo modo di fare infantile che crea molto disagio nello spettatore, perchè mentre per lui divorare sembra quasi un gioco per i bambini lo è tutt’altro. Lo si nota nelle scene in cui interagisce con il gruppo dei protagonisti, specie con Eddie, quando alterna urla a risate mentre il ragazzino è terrorizzato.
  4. Le paure: partiamo dal presupposto che non mi aspettavo che il film rispecchiasse il libro in tutto e per tutto, e infatti alcune delle fobie dei ragazzini come i loro background sono stati variati (senza per questo snaturare la storia o renderla poco lineare), per adattarli meglio al mezzo di comunicazione cinematografico. Io ho trovato che visivamente Muschietti abbia fatto un lavoro ineccepibile: alcune delle “forme” che assume It creano un contrasto tra movimenti e aspetto visivo che disturba, inquieta, fa davvero tremare. Proprio il design delle creature mi ha spaventato, e i modi in cui ha previsto i jump scare disseminati in tutto il film. Muschietti ha giocato sul “come spaventare” e non sul “quando” e questa tattica su di me ha funzionato.
  5. I messaggi:  l’amicizia, che nel nuovo film è rappresentata da un legame ben più viscerale tra i ragazzini che buca lo schermo, un qualcosa che nel libro viene interpretato come una specie di Forza, in contrasto con It, che sembra averli selezionati uno per uno per combatterlo. Muschietti racchiude in diverse scene tutta la bellezza di questo legame, come quando i ragazzi si ritrovano a osservare Beverly prendere il sole, quasi spiandola, meravigliandosi di quello che si sta risvegliando dentro di loro e arrossendo di quelle nuove sensazioni, o quando si aiutano l’uno con l’altro, senza pensarci su nemmeno due volte. Crescere e affrontare le proprie paure sono altri due importanti insegnamenti del libro, che nel film non hanno mancato di farmi tremare: specie per quanto riguarda la situazione psicologica e fisica vissuta dalla protagonista femminile, Beverly, che come ogni ragazzina (me compresa alla sua età) è in una fase della sua vita molto delicata dove tutto risulta amplificato, e non riceve da suo padre la guida e il rispetto necessario ad affrontare la donna che sta diventando, facendola sentire in colpa per quella che è, per essere una “femmina”, destinata solo a scatenare il desiderio maschile e basta.

Essere un perdente cosa significa?

Io ringrazio ogni giorno registi e scrittori che hanno dato tutto un altro significato a questa parola, considerato che spesso l’aggettivo è usato in modo dispregiativo da chi semplicemente non capisce che al mondo si può essere diversi.

Io sono una perdente, ed esserlo mi ha aperto gli occhi su tutto quello che i “vincenti” spesso ignorano. Alla fine ognuno credo abbia il proprio It personale, e prima o poi va affrontato: quello che possiamo fare però è decidere quale battaglia valga la pena di combattere, verso noi stessi o verso un reale nemico al di fuori di noi.

Inoltre possiamo decidere di quali tipi di persone circondarci, i nostri amici, quelli che conoscono chi siamo davvero.

Voi cosa ne pensate?

Quali sono le vostre paure?

A presto

– Love happens.-

Esistono argomenti tanto trattati che spesso risulta quasi superfluo affrontarli ancora e ancora, o magari appaiono tanto banali da essere ignorati del tutto, ma quando la mia mente si mette a pensare all’amore accade qualcosa di molto complesso dentro di me.

Nella mia vita, nel mio relazionarmi, mi sono resa conto di aver confuso a volte l’attaccamento a qualcuno come amore, per poi rendermi conto che non era così. Da adolescente ho avuto come tutti le mie cotte, e ho avuto anche una storia che è durata parecchio e che ancora ricordo con profonda tenerezza, perchè lui era stato il mio primo ragazzo e io per lui lo stesso, eravamo giovani e inesperti e abbiamo cominciato ad esplorare questa nuova veste di coppia.

Come ogni esperienza, tutto insegna qualcosa, e la mia prima relazione mi ha insegnato che non si può avere sempre il controllo della situazione.

Io ho sempre avuto bisogno di avere ogni cosa programmata e sotto controllo, uscire dalla mia comfort zone significava per me crollare, andare incontro a una catastrofe, ma stare con qualcuno mi ha fatto capire che la vita come le relazioni ti mettono di fronte a cose che non puoi prevedere, perchè non esisti solo tu e ci sono molte variabili che ruotano intorno allo svolgimento dell’esistenza.

Perdere il controllo può però rivelarsi molto positivo, specie nella scoperta di sè stessi.

Ho capito quanto so essere estroversa, allegra, propositiva, perchè nuove situazioni ti mettono inevitabilmente di fronte a nuove sfide.

Successivamente, negli anni successivi quando ormai era già finita, ho avuto frequentazioni e un’altra relazione lunga, che mi ha messo di fronte ad altre cose, alcune belle e alcune brutte, che mi riguardavano.

Fino a quel momento per me amare qualcuno significava essere un appoggio, un sostegno, sempre presente per confortare e ascoltare, spesso a discapito di ciò che io provavo e ciò che io volevo.

Ho imparato che non si può mettere da parte chi si è per qualcuno, perchè così l’amore lo uccidi, così lo riempi di stupidi rimpianti e soffochi nelle mancanze delle cose di cui ti privi per l’altra persona, così distruggi l’amore per te stesso e se non ti ami più è la fine.

Volersi bene vuole dire essere egoisti, almeno un po’, e imparare a respirare di nuovo per me è diventata una vera missione.

Quando diventi l’ombra di te stessa e parli di come tu vivi i rapporti, in modo tanto intenso da annullarti, capita spesso che intorno nessuno riesca a comprendere perchè continui in quella che sembra essere una missione suicida.

Il fatto è che io avevo dimenticato cosa mi faceva stare bene, fino a che non ho retto più il peso, e il mio corpo mi ha avvisata della catastrofe interiore imminente.

E’ stato allora che è venuta fuori una aggressività, un impulso interiore, che mi ha portata a rompere un legame perchè non mi riconoscevo più se non come parte di esso.

Io non sono la mia relazione, io sono io e lo avevo dimenticato.

Un postulato tanto semplice era stato spazzato via da anni di silenzi.

Dopo questo passo è stato come riprendere fiato dopo una lunga immersione, ho preso aria decisa a non immergermi fino a che non fossi stata sicura di essere capace di risalire, capite? Dovevo imparare a nuotare, a tuffarmi di nuovo, senza timore di non uscirne più viva.

Ma non è qualcosa che si può imparare da soli, non completamente, non quando la sensibilità ti spinge a ripetere gli stessi schemi.

In quei momenti pensi che non riuscirai più a buttarti in qualcosa con qualcuno, perchè sarai tu a sentirti fragile, facilmente vulnerabile, così tremendamente empatica da perdere di nuovo contatto con te stessa, e poi? Se quella persona se ne approfittasse? Se non capisse i tuoi silenzi? Quei silenzi che cerchi di limitare per imparare a dare voce ai tuoi desideri, ma che comunque fanno parte della tua essenza?

Non è facile amare, non quando amando sei stata fatta a pezzi, e la cosa peggiore è che lo hai permesso tu.

Che sia un genitore, un amico, un’amica, un ragazzo o una ragazza, lo hai permesso anche tu.

Presi la decisione che prima di affrontare anche solo l’idea di un altro rapporto avrei dovuto riconnettermi con me stessa, porre dei limiti al mio sentire, mettere dei confini al mio essere: il problema è che ritorniamo alla famosa “imprevedibilità”.

L’amore è imprevedibile e semplicemente accade: l’ho capito in questi mesi.

Prima non ne avevo avuto idea considerato che sembrava sempre tutto programmato, fin troppo pensato e valutato: se vedevo un ragazzo che poteva piacermi non era un’attrazione immediata, non era di pancia, il relazionarmi diventava la conseguenza di riflessioni e scelte ponderate.

Non funziona così: così ci si farà solo più male, anche se dopo.

Oggi posso dire che l’amore per me significa non avere paura di tuffarti quando senti di volerlo fare: la differenza era qui. Nuotare doveva essere un bisogno, doveva essere inevitabile, dovevo immergermi senza nemmeno avere il tempo di ragionarci sopra.

Ma per questo ci vuole anche la persona giusta, che spesso arriva silenziosamente e semplicemente ti dice: “Sei tu che devi credere in chi sei, sei tu che devi essere la prima a farlo”, e lo dice con tanta naturalezza da farti quasi male, perchè non sa quanto quelle parole non ti sono mai state rivolte, non intendendole davvero almeno.

E nel mio caso è partito tutto dalla cosa più innocente e profonda che potessi sperimentare: una amicizia di anni.

Come in “Harry ti presento Sally” il viaggio è stato lungo, ma tutto é servito ad arrivare a dove sono ora. Esattamente come i due protagonisti della pellicola l’amicizia è qualcosa che io ho difeso con unghie e denti, a costo di sacrificare qualcosa che stava ribollendo in me per paura di rovinare le cose.

E quindi dubbi e paure ancora una volta mi stavano frenando, con la differenza che stavolta certe sensazioni non potevano essere più messe a tacere.

Io volevo che lui fosse felice e mi ero convinta che essere così frammentata detro lo avrebbe ferito: una cosa inaccettabile.
Buffo come si cerchi a volte di proteggere chi si ama anche da sé stessi vero? Ci fa apparire stupidi. Ciechi di fronte alla eventualità che proprio noi potremmo essere motivo di gioia per qualcuno, noi con tutti i nostri difetti.

Lui mi ridere e tanto: un dettaglio fondamentale per me. Lo ha sempre fatto dall’inizio del nostro rapporto.

E’ il mio fan numero uno, mi sostiene senza opprimermi o farmi pesare le mie scelte o le sue, è un complice, mi conosce specie in quello che non vorrei mai tirare fuori.

Mi sradica e mi scuote e mi guarda come se fossi io quella cieca a volte nel non dare peso al mio valore.

Io mi sono sentita amata nel modo che calza a me, ovviamente siamo tutti diversi, ma ho sentito per la prima volta un qualcosa di così profondo da non poterlo ignorare: amare mi ha fatto perdere davvero il controllo per la prima volta nella mia vita, il controllo su quello che io credevo essere l’amore.

Non so se leggerà questo articolo, come non so se lo leggerete voi, ma voglio dirvi di non arrendervi: partite sempre da voi stessi, studiatevi, lasciatevi trasportare dalla pancia e lasciate che il resto venga da sè.

A lui dico grazie, per avermi lasciata appoggiare alla sua schiena mentre imparavo di nuovo a nuotare, e per essersi scostato quando sapeva che sarei riuscita a nuotare da sola senza però perdermi mai d’occhio.

E voi? Ditemi cosa è l’amore per voi?

La lista dei film è:

– Noi siamo Infinito

– Labyrinth

– Love, Rosie (o Scrivimi ancora)

– Harry ti presento Sally 

A presto

Anna Elisa