“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime di Jacopo Caneva”. Un saggio che mi ha rubato il cuore.

Tempo fa sono stata contattata da una casa editrice di nome Goware editore affinché dessi uno sguardo al loro catalogo per vedere se ci fosse qualche titolo di mio gusto.

Inutile dire che non appena i miei occhi si sono posati sulla loro sezione dedicata alla saggistica, e in particolare al cinema, ho avuto un tuffo al cuore.

Chi mi segue da un poco sa quanto io sia legata ai film e quanto significhino per me, quindi non vi meraviglierá sapere che ho chiesto subito di poter leggere il saggio dedicato a Miyazaki e alla sua produzione cinematografica, ad opera di Jacopo Caneva.

“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime” analizza tutta la produzione cinematografica dello Studio Ghibli in ordine cronologico, concentrandosi soprattutto sulla figura onnipresente dei due registi e co-creatori della casa di animazione: Hayao Miyazaki e Isao Takahata (venuto purtroppo a mancare quest’anno).

Da grande amante dello Studio Ghibli e della produzione soprattutto di Miyazaki, sono stata felice di poter scoprire le pellicole di Takahata che mi erano quasi tutte sconosciute eccetto che per “La storia della principessa splendente”.

L’autore approfondisce in modo semplice, chiaro e competente tutti i temi alla base dei film dei due registi, dando anche uno scorcio della realtà interiore di Miyazaki e Takahata che hanno messo molto della loro vita e delle loro esperienze, oltre che delle loro idee etiche, politiche e sociali, nelle pellicole che hanno diretto (come il fatto che per Miyazaki non esista una netta divisione tra buoni e cattivi, ma solo la guerra è il Male assoluto, e lui era bambino durante il secondo conflitto mondiale).

La distinzione tra buoni e cattivi è sempre infatti molto labile e, nei casi in cui l’unico antagonista non è la Guerra, lo sono personaggi che rappresentano l’essenza più profonda e remota, quindi orribile ed indescrivibile, del concetto di Conflitto: parlo ad esempio del Lepka di Conan o del Muska di Laputa.

Particolarmente interessante è stato scoprire che il lungometraggio che ha dato anche un volto allo Studio Ghibli, ovvero “Il mio vicino Totoro”, era stato inizialmente concepito da Miyazaki come un cortometraggio che avrebbe dovuto alleggerire agli spettatori la visione del ben più pesante emotivamente “Una tomba per le lucciole” del collega e amico Takahata. I due film affrontano entrambi la tematica “dell’innocenza dei bambini” anche se utilizzando due schemi narrativi diversi.

I bambini che nascono sanno in qualche modo che non vivono in un mondo benedetto.

In questi due film appare palese la differenza tra il più ancorato al suolo e serio Takahata e Miyazaki sempre tra le nuvole, leggero, amante del volo (altro dettaglio ben presente nelle pellicole da lui dirette!). Ma entrambi affrontano nei loro film tematiche importanti, donando allo spettatore due modi di rappresentare le cose diversi, ma che condividono profondità e riflessione.

Una scrittura fluida, semplice, ma ricca di informazioni e spiegazioni, descrive ogni dettaglio dietro una certa scena o sequenza, il perchè sia stata girata in un certo modo, come ad esempio l’ecologia e l’eco pacifismo accompagnino spesso la produzione di Miyazaki (Nausicaa nella valle del vento e Principessa Mononoke rappresentano entrambi due sviluppi diversi dell’eterna lotta tra Uomo/Natura), mentre gli stessi temi in maniera diversa vengono raccontati da Takahata, che con PomPoko regala una visione della globalizzazione e dello sfruttamento delle risorse naturali comica ma non per questo meno profonda (l’umorismo di Takahata nel raccontare una lotta tra procioni e uomo che vuole distruggere la loro casa come metafora del consumismo ed occidentalizzazione del Giappone è qualcosa di straordinario).

Le azioni portate avanti dai Tanuki non sono viste in maniera maestosa con esplosioni orchestrali alla maniera di Joe Hisaishi, ma sempre con l’occhio critico e ironico di chi ha già Passato mo(vi)menti del genere, e sa che se il pensiero di partenza, ovvero il più ingenuo, è condivisibile, quasi sempre i mezzi sono sbagliati e spesso la forza del pensiero nemico è più forte della propria.

Ma quello che rende questo saggio particolare è che Jacopo Caneva analizza ogni pellicola fornendo al lettore un approfondimento anche sulla colonna sonora, raccontando il perchè di una determinata scelta musicale e analizzando la melodia mentre ripercorre le scene che accompagna (d’altronde Caneva Studia arpa, composizione e lettura della partitura). Tramite questo metodo non solo aiuta il lettore a dare maggiore enfasi a ciò che vede, ma gli permette di avere una doppia chiave di lettura dei film, lasciando che la musica completi la meraviglia dell’animazione e della narrazione.

Egli ci racconta la storia di una casa di animazione partita dal nulla per diventare una delle più famose al mondo, e ci narra di due uomini, due creativi e maestri per le future generazioni, che si sono schierati contro la guerra, che hanno vissuto cose pesanti che però non li hanno amareggiati o resi cinici, ma sono state trasformate in qualcosa di puro e bello, in film che insegnano tanto a bambini e adulti (inoltre dello stesso autore inoltre ho già adocchiato anche un saggio sull’opera di Tim Burton che di sicuro non mi lascerò scappare!).

Mi fermo qui perchè vorrei che scopriste da soli i contenuti di questo saggio: vi dico solo che dopo averlo letto ho cominciato una maratona dei film Ghibli che sto rivedendo con occhi completamente nuovi, e non posso fare altro che consigliarvi di leggere questa piccola grande opera.

E voi lo conoscete? Lo leggerete? Fatemi sapere.

A presto

Anna Elisa

“Hayao Miyazaki e lo Studio Ghibli: un vento che scuote l’anime di Jacopo Caneva, Goware Editore: https://amzn.to/2kCFnKU

PS: vi ricordo che sono affiliata Amazon, questo vuole dire che se deciderete di comprare dai link che posto a voi non cambierà nulla, ma io riceverò una piccola commissione sull’acquisto come buoni Amazon che spenderò per portare sempre più materiale sul blog. Se deciderete di comprare dal mio link vi ringrazio con il cuore.

Advertisements

“La storia di un matrimonio” di Andrew Sean Greer: una recensione.

A volte di un libro non bisogna leggere nulla prima di iniziarlo: consiglierei di evitare opinioni, trame e quant’altro perché esporsi a un rischio può rivelare sorprese forse negative, ma al 50% anche molto positive.

É quello che mi è accaduto con “La storia di un matrimonio”, opera di Andrew Sean Greer proposta per l’incontro di maggio del Club del Libro di Napoli. Non avevo aspettative né pretese, ho semplicemente cominciato a leggere e l’ho finito in un paio di giorni scarsi catturata dalla storia e coinvolta dalla scrittura asciutta, eppure evocativa, di Greer.

Questo libro è narrato in prima persona da una dei protagonisti, Pearlie, una donna che esordisce dicendo al lettore che non si conosce mai davvero la persona che si ama e che si è sposata, e questo può fare male.

Crediamo tutti di conoscere la persona che amiamo, e anche se non dovremmo stupirci quando scopriamo che non è vero, ci si spezza il cuore lo stesso. È la scoperta più difficile, non tanto sull’altro, quanto su noi stessi. Vedere che la nostra vista è una nostra invenzione; l’abbiamo scritta noi, e ci abbiamo creduto. Silenzio e bugie.

Ricordo di aver pensato che mi avrebbe aspettato una lettura pesante, su tematiche incentrate sul matrimonio come obbligo (l’ambientazione è negli anni 50, durante i fermenti per la guerra ancora fresca e i residui di paura legati ai bombardamenti, in una America dove gli ex soldati hanno vissuto una realtà inenarrabile e traumi difficili da districare e dove sposarsi era la naturale conseguenza di un rapporto e la massima aspirazione per una donna), sulla società americana del secondo dopoguerra, immersa nelle sirene antiaeree e nel razzismo; invece sono stata subito smentita e sorpresa già dalle prime pagine.

Pearlie è sposata con Holland Cooks, un uomo che viene presentato come un mistero, che la moglie protegge da tutto ciò che potrebbe turbarlo, lui con un cuore “storto” a detta delle zie che l’avevano incoraggiata a non sposarlo. Eppure lo ha fatto e insieme hanno anche un bimbo, Sonny, e un cane di nome Lyle.

Holland e Pearlie hanno quella che lei definisce una “vita normale”: lei che ha rinunciato a tutto per lui senza mai avere rimpianti, perché Pearlie è figlia della sua epoca senza però essere ottusa (ed è questo che ho più apprezzato di lei), ed è innamorata dell’unico uomo che è riuscito in qualche modo ad entrare in lei sin da quando erano piccoli.

Ma un giorno nella loro vita piomba Buzz, un uomo elegante e distinto che Holland ha conosciuto durante la guerra, a cui manca un mignolo e che comincia a sconvolgere le vite di entrambi, ma soprattutto di Pearlie con la quale stringerà un rapporto molto particolare.

Non voglio andare avanti con la trama perchè questo libro va letto senza alcuna conoscenza sulla storia, giusto qualche breve accenno al massimo. La cosa che ho apprezzato di più è sicuramente la narrazione incalzante senza essere frettolosa, come un flusso di coscienza che analizza tutto senza però diventare pesante, ma anzi lasciando al lettore la possibilità di entrare nella casa dei coniugi Cooks, osservando tutto ciò che viene raccontato loro.

La bellezza del libro sta nello sviluppo senza filtri dei personaggi, dei loro dialoghi frettolosi ma non troppo, mentre le riflessioni scaturiscono naturalmente dai loro scambi, e sembra di entrare nelle loro vite, nei loro pensieri, nelle loro considerazioni. La società in cui si trovano ha regole ben precise, e loro sembrano accettarle e rispettarle, anche se il fuoco dei tempi nuovi, moderni, comincia a riscaldarli. Accettare non vuole dire per forza essere d’accordo, e tramite Pearlie notiamo come, in quanto donna, moglie e madre, abbia le idee molto chiare, ed è un personaggio che ha compiuto scelte nella sua vita con convinzione, indipendentemente da ciò che andava fatto o meno.

Pearlie si è sposata per amore, è stata lei a dichiararsi, ha voluto prendersi cura di Holland perchè non avrebbe potuto fare altrimenti, perchè lo amava e lo ama, ed è questo a spingerla nel corso della narrazione a prendere tante altre decisioni, considerando però anche sè stessa nell’equazione e soprattutto il suo bambino.

Tutti quegli anni a chiederti del cuore: chissà se avevi capito l’innocente bugia che mi raccontavo. O l’hai semplicemente accettata come una stramberia? Meravigliandoti dei miei misteri come io mi meravigliavo dei tuoi, e perdonandoli altrettanto volentieri. Due persone velate che camminano tenendosi per mano: forse il matrimonio è questo.

Greer analizza l’America del secondo dopoguerra senza pietà ma con eleganza, ne parla dall’interno, tramite la voce di una cittadina, del membro di una famiglia qualsiasi che vive a San Francisco in un quartiere come tanti altri. Lo scrittore parla del matrimonio non più come semplice istituzione perbenista, ma come essenza: scorrendo le pagine la protagonista sonda ogni aspetto di questa unione, chiedendosi cosa voglia dire in realtà, se sia uno specchio di una relazione o è quel qualcosa a cui ciascuno di noi dà il proprio significato.

In fondo a pensarci bene il romanzo di Greer è un romanzo sull’amore, di qualunque natura, età, aspetto. L’amore di Pearlie, quello di Buzz, delle zie, di Sonny, persino di Lyle e di Holland.

L’amore declinato da diverse voci e diversi pensieri, ma tanto forte da abbattere ogni catena e barriera.

In ogni caso le tematiche toccate sono diverse e l’autore ne parla nei fatti, nelle consuetudini, in piccoli episodi di vita quotidiana che danno al lettore un’unità di misura precisa dei pregiudizi e delle difficoltà del periodo che ricadevano soprattutto sulle donne, o su chi non rispecchiava l’ideale ad esempio patriottico (ad esempio gli obiettori di coscienza erano emarginati in un modo molto crudele e ingiusto, bollati come codardi e traditori della patria).

Io vi consiglio di dare al libro una possibilità, anche perchè dall’inizio alla fine Greer gioca con il lettore con rivelazioni e colpi di scena ben incastrati nella trama, senza però diventare l’unica caratteristica peculiare dell’opera. Intrattiene, diverte e commuove (la sottoscritta ha chiuso il libro con qualche lacrima) perchè più di tutto è un libro che parla di una vita come tante, vista dall’intimità domestica con tutti i suoi segreti oscuri e le sue bellezze, con tutte quelle cose che rendono ogni rapporto unico e non paragonabile ad altri.

Voi lo conoscete? Lo avete letto?

A presto

Anna Elisa

Libro “La storia di un matrimonio” di Andrew Sean Greer edito Adelphi:

https://amzn.to/2L41kP6

PS: vi ricordo che sono affiliata Amazon, questo vuole dire che se deciderete di comprare dai link che posto a voi non cambierà nulla, ma io riceverò una piccola commissione sull’acquisto come buoni Amazon che spenderò per portare sempre più materiale sul blog. Se deciderete di comprare dal mio link vi ringrazio con il cuore.

“L’Alienista”: la serie dark che dice la verità

Sere fa ho spulciato il catalogo di Netflix alla ricerca di qualcosa di nuovo da vedere, e la mia attenzione si è soffermata su una nuova serie tv targata Netflix: “L’Alienista”. Vuoi l’ambientazione vittoriana, vuoi l’atmosfera cupa, vuoi la presenza di omicidi efferati e metodici di giovani ragazzi e quindi un serial killer a piede libero, ho deciso di guardare la prima puntata.

La serie tv consta di 10 puntate di ben più di 40 minuti, e io l’ho finita in due giorni di binge watching notturno selvaggio. Quindi, dato che a parte Westworld nell’ultimo periodo cominciavo serie e le abbandonavo quasi subito, ho deciso di parlarvene perché “L’Alienista” mi ha colpita parecchio.

Nel diciannovesimo secolo, si pensava che le persone       affette da malattie mentali fossero alienate dalla loro    vera natura.
Gli esperti che li hanno studiati erano quindi noti come   alienisti. 

“L’alienista” è una serie tratta dall’omonimo libro di Caleb Carr: la storia ha luogo nel 1896, i primi del Novecento, a New York, dove vengono commessi tutta una serie di omicidi che hanno come vittime giovani ragazzi che si prostituiscono per sopravvivere. I corpi vengono orribilmente mutilati, e questa sorta di “rito” attira l’attenzione di un noto “alienista”, Il Dr Lazlo Kreizler (un talentoso Daniel Buhr che ricorderete come il primo soldato Frederik Zoller in “Bastardi Senza Gloria”), che non è altri che uno dei primi psichiatri, un uomo che studia la mente e le malattie mentali, colpito dalla metodica degli omicidi molto simili a un vecchio caso di cronaca nera che aveva coinvolto due gemelli.

Lo affiancano Sarah Howard (una Dakota Fanning sempre brava), giovane donna che ha perso entrambi i genitori e lavora come segretaria al dipartimento di polizia di New York, rappresentando una delle poche donne dell’epoca con un impiego (si parla del periodo delle suffragette, quando il popolo femminile cominciava a manifestare e lottare per i propri diritti), l’amico storico John Moore, disegnatore di poco successo e afflitto a sua volta dal dolore di alcune perdite familiari interpretato dal carismatico Luke Evans, i due fratelli ebrei Lucius e Marcus Isaacson, poliziotti e medici legali, e il neoeletto commissario di polizia Theodore Roosevelt, altro amico di vecchia data del dottore, che appare come l’unico non corrotto nel dipartimento.

Questo gruppo, insieme anche ai “domestici” del Dr Kreizler, Mary, Stevie e Cyrus, cominceranno ad indagare per conto proprio sugli efferati omicidi, rivelando pian piano che sotto la superficie di efferatezza e violenza si cela anche una volontà malsana della polizia di mascherare i crimini della società bene, dei ricchi, che sembrano comunque essere coinvolti nelle ingiustizie che colpiscono le classi meno agiate e povere.

La crime story é soltanto il primo strato di una narrazione che indaga senza pietà diverse verità presenti nell’epoca in cui il telefilm è ambientato e di cui vorrei parlarvi.

Prima di tutto la condizione femminile: è l’epoca del risveglio delle donne e delle prime manifestazioni delle suffragettes per il rispetto dei diritti e della donna in quanto tale. Il personaggio di Sarah è una donna indipendente economicamente che deve però destreggiarsi in un mondo ancora dominato dagli uomini. Umiliazioni, vessazioni, attenzioni non richieste e prese in giro sono all’ordine del giorno, ed è palpabile la difficoltà della nostra protagonista nel farsi prendere sul serio dai colleghi di lavoro (anche se con delle eccezioni).

Non capisco se aborrano la nostra forma o ne bramino un’altra…. Che vadano al diavolo.

La condizione di Sarah è una condizione universale, le donne vengono continuamente violate psicologicamente e fisicamente, costrette in una società dove avere un marito e fare figli sembra essere la loro unica aspirazione. Non ci si sorprende perciò che la pazzia tra di esse sia frequente (da notare una scena in cui viene illustrato il caso psichiatrico di una nobildonna che ha annegato i figli senza motivo apparente, dimostrazione in qualche modo che le costrizioni mentali e l’ansia di dover accontentare delle aspettative possano essere micce per la follia).

Peró capite le prospettive che la nostra società concede alle donne: sposarsi, avere dei figli, sorridere, quando non si ha la forza di farlo. Se comprenderete questo capirete meglio degli altri che quella povera donna con una carrozzina vuota non ha scelto cosa diventare, ma la società ha scelto per lei. Dite di non poter vedere il mondo con gli occhi di un assassino di bambino perché non potreste ucciderne uno: tutti abbiamo la materia prima necessaria per compiere atti orribili, con la giusta o sbagliata combinazione di eventi quella materia diventa combustibile.

Ma le donne non sono le uniche a subire, l’altra dimensione di violenza è rappresentata dai bambini e da quello che sono costretti a fare per sopravvivere. Veniamo a conoscenza di come i ragazzini appartenenti alle classi più povere si prostituiscano per procacciarsi cibo e una qualche protezione. Le vittime del serial killer sono infatti ragazzini che lavorano in strada, spesso anche per aiutare le loro famiglie, i cui omicidi vengono oltretutto mascherate e coperti dalla polizia, per coprire esponenti dell’alta società che frequentano certi ambienti di perdizione.

La corruzione della polizia è infatti un’altra delle principali tematiche, dove per denaro e favori si sorpassa il confine dell’etica e della decenza fingendo di proteggere e servire, quando non si pensa ad altro che al proprio tornaconto.

Altro argomento cardine è la medicina, in particolare la psichiatria, oltre che il vero e proprio nuovo metodo scientifico (ne sono rappresentanti i due fratelli Isaacson, che per indagare utilizzano anche la dattiloscopia, un nuovo metodo che prende in considerazione le impronte digitali come uniche e irripetibili per identificare così l’assassino). Il Dr Kreizler è un esponente di coloro che credono che le malattie mentali vadano studiate, indagate e comprese, perché è questo l’unico modo per aiutare il paziente (mentre ai tempi si risolveva tutto internando i pazienti psichiatrici sottoponendoli a torture e trattamenti assurdi). Per tutte le puntate notiamo come sia il Dr Kreisler, che gli altri personaggi, abbiano un passato che ha influenzato le persone che sono: la storia è incentrata su una indagine, ma oltre alla risoluzione del caso assistiamo anche a una risoluzione dei conflitti interiori dei protagonisti man mano che il racconto procede. E’ un vero e proprio viaggio dentro sé stessi, mentre rivivono ogni trauma subito, ogni esperienza vissuta.

E’ vero che la materia prima è importante, ma nonostante tutto quello che un essere umano passa, rimane sempre la possibilità di scegliere.

Ho imparato da voi: che possiamo lasciare che ci perseguiti per la vita o possiamo accettarlo, servirci di quel dolore per aiutare gli altri.
Non sono sicuro che la scelta spetti solo a noi.
Non sono d’accordo, altrimenti saremmo tutti degli assassini.

Io spero di essere stata abbastanza esaustiva, cercando di incorrere in alcuno spoiler: voglio solo dirvi di darle una possibilità perché dal punto di vista estetico è girata benissimo, la sceneggiatura è ottima e i personaggi son ben caratterizzati e per niente abbozzati. Non ci sono stereotipi di sorta, forse l’unica pecca è che non ci sono nemmeno colpi di scena. Non c’è un finale assurdo e inaspettato, ma a mio parere il percorso intrapreso dai protagonisti vale la pena di essere visto dallo spettatore.

Voi l’avete vista? La vedrete? Scrivetemelo sotto il post.

A presto

Anna Elisa

“American Gods” di Neil Gaiman: una recensione

Era in prigione da tre anni, Shadow. E siccome era abbastanza grande e grosso e aveva sufficientemente l’aria di uno da cui è meglio stare alla larga, il suo problema era più che altro come ammazzare il tempo. Perciò faceva ginnastica per tenersi in forma, imparava i giochi di prestigio con le monete e pensava un sacco a sua moglie e a quanto la amava.

É questo l’incipit di “American Gods”, una delle più note opere di Neil Gaiman, autore anche di “Coraline” e “Stardust” oltre che del fumetto “Sandman”.

“American Gods” racconta la storia di Shadow Moon, un ex galeotto che si prepara ad essere rilasciato dal carcere dove ha scontato tre anni della sua vita a causa di una rapina mal riuscita. Shadow passa le sue giornate allenandosi con trucchi di prestigio, mantenendo un profilo basso, nell’attesa di riconquistare la sua libertà, rivedere l’amata moglie Laura, e riprendere in mano la sua vita.

Ma il giorno del suo rilascio è anche il giorno in cui sarà costretto a recarsi a casa per il funerale di Laura, morta la notte prima a causa di un incidente stradale. Scosso e confuso da questa tragica perdita, Shadow prende il primo volo per tornare a casa ed è qui che incontra un uomo molto singolare che gli propone un impiego come sua “guardia del corpo” o braccio, e che si presenta come Mr Wednesday.

Questo è l’inizio del viaggio on the road del protagonista, che incontrerà sul suo cammino personaggi singolari, che il signor Wednesday sembra volere arruolare in una sorta di guerra, quella tra Dèi antichi e Dèi nuovi.

Shadow si troverà inevitabilmente, e suo malgrado, in mezzo a questa faida: un semplice umano in un mondo retto da regole incomprensibili stilate millenni prima da entità soprannaturali che reclamano il rispetto che avevano un tempo, il dominio sugli uomini e sulla loro fede, contro nuovi idoli appartenenti alla società moderna.

“American Gods” non è altro che la metafora della nostra società attuale, un mondo governato dalla tecnologia e l’isolamento, dove ci si inginocchia di fronte a una televisione per ammirare immagini e figure irreali, dove la tecnologia divora il tempo e le menti e tutto scorre fin troppo veloce.

Digli che abbiamo riprogrammato la realtà. Digli che il linguaggio è un virus, la religione un sistema operativo e le preghiere sono junk mail.

Gaiman ha saputo unire mitologia, storia americana, e una narrazione dinamica creando una storia originale e coinvolgente (mi ha tenuta incollata, avevo difficoltà a chiudere il libro) sia per i contenuti che per il profondo significato dietro ogni più piccola scena, dettaglio, dialogo.

La guerra tra Dèi non è altro che la lotta tra passato e futuro in un presente che viene modificato nel mentre: gli dei antichi sono ancorati al passato, ai sacrifici di sangue che li hanno resi forti, alla fede che nasce dalla paura e dalla reverenza nei loro confronti, ma nel mondo caotico attuale la devozione è stata sostituita dalla dipendenza (dai media ad esempio) e la paura dall’adrenalina di un mondo sempre più veloce ed ad alto consumo.

I personaggi sono descritti benissimo, sono diversi e particolari e si adattano molto bene al mondo di cui fanno parte. Interessante è la figura di Media, questa dea/dio che prende le sembianze dei personaggi della tv noti, sfruttandoli per prendere una forma nel mondo reale e parlare soprattutto al nostro protagonista, oppure lo stesso Mr Wednesday, un uomo vecchio e all’apparenza fragile, che sfrutta il suo aspetto affaticato e invecchiato per ottenere ciò che desidera, o il mio preferito Czernobog, un dio slavo che adora usare un martello per uccidere il bestiame (o gli uomini nei campi antichi di battaglia), o ancora Mad Sweeney, il leprecano, folletto dispettoso e elargitore di monete d’oro con cui Shadow viene alle mani. Ogni dio o dea è descritto secondo la sua indole e la sua natura e ne viene descritto anche il comportamento, di cosa necessita per mantenersi vivo, le sue abitudini.

Un accento particolare è posto sui paesaggi che fanno da sfondo alle vicende: si tratta in fondo di un viaggio “on the road” che attraversa gran parte dell’America, e le descrizioni dei luoghi sono talmente reali che è impossibile non immaginarsi lì al fianco dei protagonisti, mentre si calpesta lo stesso suolo.

Le ambientazioni diventano luoghi sacri, acquisiscono un’aura magica nell’ottica dell’essere luoghi di culto, impregnati di una energia molto forte derivante proprio dalla presenza degli uomini, dei fedeli o turisti che vi si aggirano all’oscuro di tutto ciò che ribolle sotto la superficie. Ma mentre in passato questi erano i luoghi per adorare idoli, ora i centri commerciali, i casinò, hanno conquistato sempre più adepti, arricchendo e nutrendo i nuovi dèi.

I casinò possiedono un segreto, un segreto che custodiscono e proteggono e stimano come il più sacro dei loro misteri. La maggior parte della gente non gioca per vincere, come in genere viene pubblicizzato, venduto, dichiarato e sognato. È una facile bugia che dà alla gente l’alibi per entrare da quelle enormi porte sempre aperte. Il segreto è questo: la gente gioca per perdere. Vengono nei casinò per fare l’esperienza di quell’istante in cui si sentono vivi, in groppa alla ruota della roulette, quando vengono girati come le carte o quando, insieme alle monete, smarriscono nelle fessure anche se stessi. Magari si vantano di qualche vincita, di quella certa notte in cui hanno sbancato il casinò, ma custodiscono come un tesoro, un tesoro prezioso, tutte le volte in cui hanno perso. È una specie di sacrificio rivolto a qualche divinità.

E in tutto questo, parallela alla storia di questa lotta c’è quella personale di Shadow, un uomo che ha perso tutto, tutto quello che aveva per lui importanza, la donna che amava, ma che sin dalle prime pagine, ben prima che i suoi guai inizino, appare “non vivo”, spento, mentre si trascina nel mondo con fin troppa calma, all’apparenza intangibile. Il viaggio di Shadow diventa un viaggio oltre che fisico soprattutto interiore: scoprirà sempre più cose di sè stesso, si metterà alla prova più volte senza nemmeno rendersene conto, dimostrerà di avere forza, onore, coraggio. Shadow è anche un uomo innamorato di Laura, e questo amore è bruciante, profondo, gli conferisce una grande forza, per quanto gli arrechi anche tanta sofferenza, specialmente per la sua perdita.

«Mi manchi» ammise. «Sono qui» disse lei. «È quando ci sei che mi manchi di più. Quando siamo insieme. Quando non ci sei, quando sei soltanto un fantasma del passato o un sogno di un’altra vita, allora è più facile».

Gaiman è un narratore molto apprezzato sia dalla sottoscritta che da Stephen King (e un autore consigliato da King è inevitabilmente per me un autore da tenere d’occhio). Quello che ho più amato di questo libro è la fluidità con cui lo scrittore fa passare messaggi molto importanti relativi all’autoaffermazione, alla diversità (viene affrontata la tematica LGBT in modo naturale e delicato), alle difficoltà della vita e alla sua bellezza. E’ un libro che racconta la storia di ogni essere vivente, dio o meno, e insegna come il passato può formarci e definirci, ma non ci completa. Ciò rende necessaria una certa dinamicità, una volontà evolutiva, che dovrebbe condurci a vivere nel presente senza nè guardare solo al futuro, nè cercare risposte nel nostro passato, ma dare importanza a ogni istante nel momento in cui lo si vive.

Non sempre ricordiamo gli atti che non ci fanno onore. Li giustifichiamo, li ammantiamo di bugie o li seppelliamo sotto il pesante coperchio della rimozione.

Credetemi vorrei dirvi molto di più, ma so già che entrerei nella zona rossa degli spoiler e voi questo libro dovete leggerlo (sempre che non lo abbiate già fatto, e allora voglio sentire la vostra!).

Fatemi sapere cosa ne pensate, se lo avete letto, se seguite la serie, se avete letto altro di Gaiman.

Inoltre vi ricordo che sono affiliata Amazon, quindi se deciderete di acquistare dai miei link per voi non cambierà nulla, ma io riceverò una piccola commissione da Amazon che mi aiuterà ad alimentare i contenuti del blog.

Link al libro: https://amzn.to/2qik0ln

Vi ringrazio in ogni caso.

Vi aspetto.

A presto

Anna Elisa

-“Altered Carbon”: una recensione

… è solo affari, è politica, è il modo del mondo, è una vita dura e non è niente di personale. Beh, fanculo. Rendilo personale.

“Altered Carbon” è un telefilm, tratto dal romanzo omonimo, ambientato in un futuro distopico e ipertecnologico, l’anno 2384, dove l’identità umana può essere codificata come I.D.U. (Immagazzinamento Digitale Umano) e caricata su supporto detto “pila corticale” inserito chirurgicamente nella colonna spinale, e trasferito da un corpo all’altro così che gli esseri umani possano vivere in eterno limitandosi a cambiare corpi o “custodie”. Naturalmente poco importa che sia una epoca evoluta dal punto di vista scientifico e tecnologico: esistono delle caste e delle classi sociali che vengono separate dal denaro e dalla capacità di permettersi o meno, ad esempio, di clonare il proprio corpo, rimanendo giovani per sempre.

Quindi ritroviamo i cosìdetti Meth o Mat, ricchissimi e potenti, simili a Dèi immortali (considerato che possono conservare la propria identità anche senza l’uso del supporto/hardisk) e il resto delle persone ridotti a credenti, che si arrangiano nella vita come possono, che sopravvivono.

In questo universo incontriamo Takeshi Kovacs, un Envoy, o meglio un individuo con una altissima capacità di adattamento a discapito di qualunque condizione o corpo che occupa, con notevoli talenti nel combattimento e nell’uso delle armi, ma soprattutto nell’uso della mente. Takeshi si risveglia nel corpo di un altro, non sa perchè sia stato risvegliato considerato che è un ricercato ed è anche un sicario, ma poco dopo scopre di essere stato ingaggiato da un Meth, Laurens Bancroft, il più potente e antico, che gli chiede di risolvere un mistero: il suo omicidio. Infatti qualcuno ha attentato alla sua vita sparandogli in modo da distruggere la sua pila e quindi mettere fine irrimediabilmente alla sua vita.

Ma l’assassino non riesce nell’intento, il Meth ha infatti trasferito la sua coscienza via WiFi, ma prima dell’ultimo backup che gli avrebbe permesso di ricostruire i fatti.

Comincia così una indagine che aprirà diversi scenari nascosti al nostro protagonista del quale seguiamo le gesta ma anche il suo passato, e i passi che lo hanno portato a diventare l’uomo che è, mentre scava nei segreti più oscuri della città e dei suoi abitanti.

La serie a mio parere ha diversi punti forti di cui vale la pena parlare, e che di cui mi piacerebbe discutere con chi come me l’ha vista:

  1. Le atmosfere: gli effetti speciali, in questo genere di trasposizioni, fanno gran parte del lavoro e servono a fare entrare lo spettatore in un mondo nuovo eppure familiare. Quello che ho apprezzato della serie è la scenografia, l’ambientazione, i colori al neon che sembrano bruciare la retina e attirare inevitabilmente l’attenzione. Insomma decisamente una serie Netflix di ottima qualità grafica. Inoltre nonostante la storia possa apparire ripetitiva (mondo distopico alla deriva, sopravvissuti che cercano di tirare avanti come possono, nuove leggi che ricalcano quelle vecchie rivelando la vera natura umana) a mio parere ha portato nel genere una ventata di aria fresca, considerato che la serie unisce atmosfere decisamente noir e da crime story a una narrazione adrenalinica e piena di scene d’azione. Ci sono dettagli decisamente originali che mostrano come l’attenzione per le immagini sia fondamentale e non scontata (un esempio è il finale della prima puntata, non aggiungo altro).
  2. Donne forti ma non superdonne: quello che apprezzo nelle storie sono i personaggi, e spesso quelli che più mi deludono sono i personaggi femminili. Mi sento inevitabilmente condannata a detestare spesso e volentieri le donne perchè fin troppo caricate di un’aria eccessiva di mistero o super personalità che a mio parere le rende semplici caricature di quello che si pensa una donna debba essere per imporsi sulla scena. Qui trovo che i personaggi dell’agente Kristin Ortega e Quellchrist Falconer siano due donne tanto diverse quanto simili in quello che ho più amato di entrambe: la necessità istintiva e naturale di fare qualcosa di giusto, di essere oneste, di lottare per ciò in cui credono, di essere leali con chi amano: forti si, ma anche compassionevoli e gentili.
  3. Pathos: nonostante sia una serie d’azione, veloce, di intrattenimento è anche una serie tv che crea empatia con i personaggi, che fa capire allo spettatore cosa passino e cosa hanno dovuto affrontare nella loro vita, cosa li ha temprati e ha modellato le persone che sono.
  4. Tematiche umane: ho trovato particolarmente interessante la scelta delle tematiche sociali, politiche e religiose. Oltre al significato della vita in quanto tale, si affronta anche la sua importanza nell’ambito religioso: esiste infatti una sorta di gruppo religioso, i Nuovi Cattolici, che si ribella all’idea di “conservazione” della persona o della sua anima e che si oppone con tutte le sue forze alla tecnologia della pila corticale. O ancora è intenso come la famiglia di Kristin, profondamente credente, si riunisca per mantenere vive le tradizioni latine/cattoliche: mi è sembrato un buon modo per accostare passato e presente. Altra cosa che ho trovato estremamente interessante è l’attenzione a culture diverse, ai linguaggi, all’identità dei personaggi come membri di una comunità dove devono continuare a lottare, o scegliere di lasciarsi corrompere.
  5. Umorismo: il telefilm oltre ad avere una narrazione coinvolgente e scene d’azione adrenaliniche e originali, ha anche un ottimo umorismo, sottile, semplice. Joel Kinnaman, l’attore che interpreta Takeshi e che avevo visto recitare già in “Suicide Squad” e “Robocop” e che mi sono ripromessa di vedere in “the Killing”, dá una ottima prova attoriale rendendo il suo personaggio sfaccettato e interessante.

Io vi ho elencato le mie ragioni per vederlo. Ora vorrei che mi diceste voi cosa ne pensate.

A presto

Anna Elisa

– “La forma dell’acqua”: una recensione

“The Shape of Water” o “La forma dell’ acqua” ha debuttato nelle sale italiane il giorno di San Valentino, quando tristemente ero già preparata al bombardamento solito della conclusione di quella trilogia chiamata “Cinquanta Sfumature”.

Per fortuna Guillermo Del Toro è giunto in mio soccorso concedendomi di associare alla festa degli innamorati un film che attendevo da tanto.

“La forma dell’acqua” è la storia di Elisa, una donna muta che lavora in un edificio del governo facendo le pulizie. Elisa vive la sua vita ordinaria nonostante lei di ordinario abbia ben poco. Infatti ogni giorno si sveglia, prepara le uova sode e nel mentre si masturba nella vasca da bagno (e del Toro ha inserito l’argomento sessuale a mio parere in modo molto naturale), poi prepara qualcosa da mangiare anche per il suo vicino di casa, Giles, artista ormai abbattuto dall’etá e dalla modernità, e infine prende il bus che la porta a lavoro ogni giorno secondo i turni che le toccano, che divide con l’amica Zelda, una simpatica ed energica donna di colore che non fa che parlare del marito e di quanto poco lo tolleri. E’ una routine che si ripete, ma che la protagonista arricchisce con il suo modo di vivere e percepire ciò che la circonda.

Ma improvvisamente nei laboratori arriva una creatura prodigiosa che viene tenuta sotto chiave. Viene maltrattata, torturata, studiata. Quello che tutti definiscono un mostro per Elisa diventa l’unico individuo in grado di vederla davvero per chi è e non per quello di cui è mancante.

The_Shape_of_Water

Tra i due nasce un rapporto unico, profondo, che non ha bisogno di parole ma è reso palese dai gesti, gli sguardi e le azioni.

E quando Elisa si renderà conto che quella bellissima e unica creatura ha i giorni contati, deciderà di rischiare ogni cosa per salvarla.

Del Toro non si smentisce: guardando il film i rimandi al ben più noto “Il labirinto del fauno” sono apparsi palesi ai miei occhi. Elisa infatti viene presentata come una outcast, una donna che vive la vita in modo diverso rispetto agli altri, quasi come se venisse da un altro mondo, che percepisce tutto in modo diverso. I suoni per lei sono fondamentali, adora la musica (a tal proposito la colonna sonora rasenta la perfezione), e si discosta dallo stereotipo femminile sottomesso e perbenista dell’epoca (sin dalle prime scene ci rendiamo conto di quanto il suo personaggio sia distante dal modello femminile dominante durante gli anni’60, non proprio i migliori sia per il genere femminile che per individui di razza diversa da quella caucasica), poichè sa essere delicata quanto decisa, disinibita con la sua sessualità (ho adorato questo aspetto) senza scendere nell’ostentazione.

Il punto di forza del film sta nei dettagli: i particolari delle inquadrature, i richiami continui all’acqua come elemento fondamentale per la storia (sia per la creatura che vive in essa, sia per Elisa che orfana fu ritrovata vicino a un fiume, sia perchè sembra come se piovesse di continuo, e più ci si avvicina all’epilogo più l’acqua si fa presente, dominante, forte), il colore verde, simbolo del futuro, presente in ogni sfumatura e su ogni personaggio, eccetto sul “cattivo”, che sembra l’unico a non essere in grado di apprezzare questo colore (a tal proposito c’è una scena che coinvolge un’auto, che sembra verde ma che egli si convince essere azzurro spento, forse perché simbolo del suo rimanere ancorato al presente) o il rosso, che rompe la palette dei verdi insinuandosi come simbolo dell’amore, della tenerezza, della passione, della gentilezza, e mi è rimasta impressa la scena in cui all’inizio Elisa osserva delle scarpe rosse in una vetrina, come se non potesse permettersele, mentre successivamente, dopo l’incontro con la creatura, le indossa, proprio come se anche lei sentisse di meritare ciò che desidera, viverlo, e indossarlo.

Più nel dettaglio il personaggio “negativo” della storia, colui che maltratta la creatura, il gelido burocrate che la vede come una cosa piuttosto che come un essere senziente e vivente, è interpretato da uno strabiliante Michael Shannon (giusto per citarvi due film lo si può vedere in “Revolutionary Road” e “Animali notturni” dove la sua bravura è innegabile), che riesce a rendere umano il cattivo, giustificabile ma non perdonabile nel comportamento conseguenza di una educazione tutta americana volta alla perfezione, al dover dimostrare di continuo la propria forza per essere definito uomo (e ci sono rimandi a questo suo modo di pensare nei dialoghi, come quando accenna al fatto che un uomo si lava le mani una volta sola, o prima o dopo essere andato in bagno, altrimenti c’è qualcosa che non va), e alla necessità di avere sempre il controllo della situazione.

Il “diverso”, non nuovo alle storie di Del Toro, qui viene rappresentato non solo da Elisa e dalla creatura, ma anche da Giles il vicino omosessuale di Elisa, artista e gattaro, da Zelda che è una donna ed è di colore, dal dr. Hoffstetler scienziato con sani principi e una umanità che sembra cozzare con la freddezza dei suoi colleghi. Insomma ognuno di loro esce dallo stereotipo, soffre per l’incomprensione ma non per questo rinuncia a portare avanti le proprie idee.

Film Fall Preview

Tutti in qualche modo sono dei disadattati, vittime di qualcuno più forte, che sia una idea o un superiore, eppure ognuno di loro trova la forza di perseguire le proprie intenzioni, negative o positive che siano.

La storia è semplice, magari molti di noi l’avranno sentita miliardi di volte o magari no, ma bisogna a mio parere guardare al mezzo, a quello che accade tra l’inizio e la fine per percepire quanto Del Toro ha voluto comunicare.

Il linguaggio attraverso il quale parla il regista è quello fatto di immagini, inquadrature, movimenti: a tal proposito Sally Hawkins, l’attrice che interpreta Elisa, parla allo spettatore solo attraverso gli occhi e i gesti del linguaggio dei sordo/muti, eppure anche senza sottotitoli è chiaro cosa ella voglia comunicare. La dolcezza dei suoi occhi è disarmante, e non ci si sente mai tristi per lei, ma con lei, come ci si arrabbia con lei, si è felici con lei, si lotta con lei.

Quando mi guarda, il modo in cui mi guarda … Non sa, cosa mi manca … O – come – Sono incompleta. Mi vede, per quello che sono – come sono. È felice – di vedermi. Ogni volta. Ogni giorno. Ora, posso salvarlo … o lasciarlo morire. Se non facciamo niente noi siamo niente.

Io ho sentito un completo coinvolgimento, da un lato perchè innamorata della tecnica e della firma di Del Toro che dipinge anche la realtà come qualcosa di onirico e fiabesco, e dall’altro per l’empatia che inevitabilmente provo per i suoi personaggi.

Penso di aver detto tutto, anche se sono certa che a una seconda visione mi verranno in mente altre cose.

Spero che vedrete questo film, come spero che mi direte cosa ne pensate.

A presto

Anna Elisa

-L’amore in 3 film.

Non ho mai pensato che l’amore potesse essere ridotto a una unica forma, sarebbe troppo riduttivo. Ho sempre tenuto conto di diverse sfumature della stessa radice, ma è certo che l’amore passionale è la colorazione più conosciuta, ricercata, voluta. Domani è San Valentino, e per quanto sia una che non segue molto certe ricorrenze, inevitabilmente le mie riflessioni mi hanno condotta su questo sentimento, che ho visto declinato  in ogni forma visiva e uditiva.

Ma spesso è proprio lì dove non c’era intenzione di parlarne che io l’ho scorto: mi è sempre sembrata una ottima metafora dell’amore sentirlo anche quando non si vede, vederlo anche lì dove a un primo sguardo sembra non esserci.

Ed è per questo motivo che la mia classifica non sarà fatta dalle solite commedie romantiche che un po’ tutti conosciamo, ma di film che narrano tante cose, e che in fondo, in un modo o nell’altro, sono anche storie guidate dall’amore.

 

1. L’amore matematico. A beautiful mind. E’ la storia del matematico ed economista John Nash, affetto da schizofrenia e vincitore del Nobel per l’economia nel 1994 grazie ai suoi studi. Una classica biografia di uno dei più grandi economisti esistiti al mondo diventa un esercizio di recitazione e grandi interpretazioni da parte di Russel Crowe e la co-protagonista Jennifer Connelly. Vediamo una narrazione che ha come fulcro la vita di Nash in seguito alla laurea, quando comincia a lavorare sul suo progetto di ricerca, mentre la malattia si insinua nella sua esistenza. L’essere umano con le sue debolezze ma anche con il suo talento convivono in Nash raccontando allo spettatore quanta sofferenza sia presente anche nella vita di un uomo dalla grande intelligenza, un uomo che sembrerebbe poter risolvere facilmente ogni problema che gli si presenta. Nash all’apparenza appare freddo, quasi privo di ogni forma di empatia, schietto all’inverosimile, fino a risultare arrogante, ma sua moglie Alicia penetra quel muro di apparente indifferenza diventando un pilastro importantissimo nella sua vita, rimanendogli accanto anche quando si perde, anche quando si rifiuta di curarsi, anche quando crolla. C’è forza nell’amore, ma che può venire fuori solo nei momenti difficili, e la vita di Nash ne è stata costellata: eppure, come egli stesso dice nel film, l’amore gli ha permesso di trovare risposte là dove la logica non poteva arrivare, completandolo.

maxresdefault

 

Ho sempre creduto nei numeri. Nelle equazioni e nella logica che conduce al ragionamento. Ma dopo una vita spesa nell’ambito di questi studi, io mi chiedo: cos’è veramente la logica? Chi decide la ragione? La mia ricerca mi ha spinto attraverso la fisica, la metafisica, l’illusione e mi ha riportato indietro. E ho fatto la più importante scoperta della mia carriera. La più importante scoperta della mia vita. È soltanto nelle misteriose equazioni dell’amore che si può trovare ogni ragione logica. Io sono qui stasera solo grazie a te. Tu sei la ragione per cui io esisto. Tu sei tutte le mie ragioni. Grazie. 

 

2. L’amore di passaggio. Lost in translation. Quando l’attore in declino Bob Harris e la neolaureata Charlotte,due perfetti sconosciuti, si ritrovano per caso nello stesso albergo di Tokio qualcosa di straordinario sembra accadere. Il film ruota infatti intorno al particolare rapporto che si instaura tra i due, che all’apparenza sembrano appartenere a due realtà completamente diverse, ma sono accomunati dal senso di estraneità e malinconia che sembra caratterizzare le loro vite. Charlotte novella sposa sembra non avere nulla in comune con il marito, mentre ancora cerca la sua strada nel mondo temendo di non riuscirci, cosa che la rende inquieta, e Bob che si sente ormai arrivato, al capolinea di una vita che non sente di aver vissuto come avrebbe voluto nonostante sia stato un bravissimo attore, si ritrova invece in Giappone per girare delle pubblicità per un liquore, ridotto all’ ombra delle sue interpretazioni. La bellezza della pellicola, oltre che nella colonna sonora, sta nell’interazione tra i due, di una delicatezza e ironia che scalda il cuore. L’umorismo diventa un mezzo di riconoscimento tra i due, e a mio parere la chiave per capire quanto una persona sia vicina a noi nel modo di essere e pensare. Non aspettatevi scene d’amore o dichiarazioni strappalacrime: la bellezza di “Lost in Translation” sta nel comprendersi senza troppi sforzi, senza pretese, lasciandosi guidare solo dalle sensazioni che la vicinanza di qualcuno, seppur passeggero, riesce a donare.

 Lost-in-translation-5

Sai mantenere un segreto? Sto organizzando un’evasione da un carcere. Mi serve, diciamo, un complice. Prima dobbiamo andarcene da questo bar, poi dall’albergo, dalla città e infine dal paese. Ci stai o non ci stai?

 

3. L’amore antico. Memorie di una geisha. Ero indecisa se inserire questa pellicola, ma alla fine non ho resistito: “Memorie di una Geisha”, adattamento cinematografico del noto libro omonimo scritto da Arthur Golden, racconta in forma autobiografica la vita fittizia di una famosa Geisha di Kyoto, Sayuri, la quale racconta gran parte della sua vita, dall’infanzia fino alla sua educazione come Geisha. Oltre le atmosfere delicate tipiche delle pellicole ambientate in Giappone, e la colonna sonora intensa quanto dolce, la bellezza del film sta nella storia di questa bambina che, innamorata di un uomo gentile, con la determinazione più grande del suo stesso cuore, decide di affrontare un tipo di educazione molto complesso e pieno di regole, solo per riuscire a rivederlo, ad avvicinarsi di più al suo mondo. Vi consiglio di recuperare assolutamente il libro, ma nel frattempo vi suggerirei di farvi stregare dal film e dalle sue atmosfere: l’amore qui è gentile, struggente, commovente. Rimane una delle mie storie preferite.

memorie-di-una-Geisha-film_thumb720X495

Per un uomo la Geisha può essere solo una moglie a metà: siamo le mogli del crepuscolo. Eppure apprendere la gentilezza, dopo così tanta poca gentilezza, capire che una bambina, con più coraggio di quanto creda, trovi le sue preghiere esaudite, non può chiamarsi felicità? Dopo tutto, queste non sono le memorie di un’imperatrice, né di una regina. Sono memorie… di un altro tipo.

E voi? Avete consigli per me? Avete visto questi film?
-Memorie di una geisha- Libro: http://amzn.to/2obKDXB

-Memorie di una geisha – Blu Ray e DVD: http://amzn.to/2HhfSJn

-A Beautiful Mind – Blu Ray e DVD: http://amzn.to/2o5RUrE

-Lost in Traslation – Blu Ray e DVD: http://amzn.to/2EFTcE6

Vi ricordo che sono affiliata Amazon, quindi se deciderete di acquistare dai link che pubblico riceverò una piccola commissione da Amazon per comprare libri e film di cui parlare sul blog. Vi ringrazio in anticipo per il vostro supporto.

A presto

Anna Elisa